(Avvenire) Le cellule staminali del liquido amniotico

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A proposito delle staminali tratte dal liquido amniotico

Passi da giganti Ma con qualche cautela



Marina Corradi

Sui topi, funzionano. Sui topi sono riuscite a riparare danni alle cellule del cervello, e del fegato, e delle ossa. Tra cinque anni le staminali tratte dal liquido amniotico potranno essere sperimentate sull’uomo. La strada è lunga e non priva di difficoltà, ma la notizia annunciata dalle università di Harvard, Padova e Wake Forest è una grande speranza. Nel liquido che protegge il nascituro dentro il ventre materno c’è una scorta, piccola ma capace di rapidissima riproduzione, di staminali pluripotenti: cellule in grado di riprodurre i diversi tessuti senza la incontrollabilità proliferativa che rende potenzialmente cancerogene le staminali embrionali. E, soprattutto, la strada del liquido amniotico potrebbe portare a accantonare quella della distruzione degli embrioni, da dieci anni sacrificati sull’altare di una ricerca che non ha prodotto, ad oggi, una sola applicazione terapeutica. Per la certezza che non solo sui topi, ma anche sugli uomini “funziona”, ci vorrà tempo. Ma, intanto, già c’è abbastanza perché si possa parlare di una svolta, di un “giant step”, un passo da gigante, come hanno detto negli Usa; e per farsi qualche domanda. Per esempio, se in questa alternativa americana non abbia avuto parte alcuna il veto posto dall’amministrazione Bush nel 2001, quando fu bloccato il finanziamento pubblico alla ricerca comportante distruzione di embrioni. Se, insomma, una politica che non consideri in questo ambito l’etica una variabile secondaria non abbia – alle volte – la possibilità di indirizzare le capacità collettive verso un fine più condivisibile, e umanamente accettabile. Pare, alla luce di questa ricerca, già così vecchia la battaglia del nostro ministro per la Ricerca per sottrarre l’Italia alla minoranza di blocco che impediva in Europa il finanziamento alla ricerca sugli embrioni. Il 30 novembre Strasburgo ha detto sì a quella ricerca, e oggi da Harvard annunciano un’alternativa più promettente. Considerando che i primi studi sull’argomento giravano nella comunità scientifica già dal 2001, al ministero della Ricerca prima di rimuovere blocchi ci si poteva aggiornare. Ma forse la posizione del Governo in proposito è quella sintetizzata da Ignazio Marino, medico e presidente della Commissione Sanità del Senato, che rallegrandosi per le staminali “amniotiche” commenta: «Finanziamo la scienza, sarà lei con i suoi progressi a farci superare anche quei problemi che al momento ci sembrano insormontabili». Già, finanziamo tutto ed ogni cosa, con entusiasmo neo positivista fidiamoci di Mamma Scienza, ché sa lei il nostro bene, e non facciamole perdere tempo con sciocche esitazioni etiche. Largo alla Scienza, che supera tutti i problemi: sia lei, e nessun altro, a indicarci la strada. Intanto, nella speranza che nei laboratori di Harvard e Wake Forest quella scorta di cellule invisibili misteriosamente lasciateci dalla natura mostri di funzionare, lasciateci dire di un dubbio. Le staminali “amniotiche” devono essere compatibili al ricevente, per non generare rigetto. Ci saranno allora banche delle staminali, e come rifornite? Sui giornali, ieri, gli studiosi ventilavano un futuro in cui ogni bambino, previa amniocentesi, verrà al mondo con la sua riserva di cellule, per guarire da ogni malattia. Tuttavia, l’amniocentesi comporta l’1% di rischio di aborto. Cosicché la scelta fra qualche anno potrebbe essere far nascere un figlio con la “garanzia” della salute, al prezzo del rischio – 1 su 100 – di non farlo nascere affatto. Chi farebbe allora un bambino senza “garanzia”? I poveri, l’Africa – e quei pochi forse che si fideranno ancora prima di tutto di Dio.


Avvenire 9-1-2007