(Avvenire) La verità sulla pillola del giorno dopo

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SULLA PILLOLA DEL GIORNO DOPO ALLE DONNE VA DETTA LA VERITÀ

di Marina Corradi
Avvenire 22-9-2005

L’alt alla sperimentazione della pillola abortiva Ru 486
imposto dal ministro alla Sanità sarebbe una reazione
cattolica «alla pretesa delle donne di abortire senza una
adeguata dose di sofferenza», secondo Miriam Mafai. «Un
accanimento contro le donne», per la responsabile femminile
dei Ds, Barbara Pollastrini.

Dunque, “le” donne italiane pretendono il diritto all’aborto
chimico e il Potere si accanisce contro “le” donne.
Parrebbe, a leggere i quotidiani, che queste signore,
insieme ad altre come Margherita Boniver («L’ennesimo
tentativo di colpevolizzare le donne»), insomma a un
drappello di femministe di lungo corso con scarso ricambio
generazionale, rappresentino l’intera popolazione femminile
italiana: che insorge contro l’obbligo dell’aborto
chirurgico, là dove è ormai possibile prendere una pillola e
risolvere il problema in maniera più “soft”.


Al di là delle ragioni cliniche che hanno indetto il
ministero a bloccare la sperimentazione, emerge fra le righe
l’apprezzamento per questo aborto che farebbe soffrire di
meno, e perciò sarebbe oggetto del veto catto-reazionario.
Ciò che una ragazza che ascolti impara è che esiste un modo
di interrompere la gravidanza “semplice”, mandando giù una
pillola, e che invece la si vuol costringere alla sala
operatoria, in una mistica del dolore.


Quanto invece le Mafai e le Pollastrini non dicono è che
quella pillola ci mette ben tre giorni, a liberarti del
figlio che aspetti.
La prima dose blocca i recettori del progesterone, l’ormone
che sviluppa il tessuto uterino.
Quando, 48 ore dopo, l’embrione è morto, la seconda parte
del trattamento ne provoca l’espulsione.
In tutto, tre giorni per un’agonia dentro se stesse.
Tre giorni che possono essere interminabili, per tutte le
donne che a quell’aborto sono arrivate magari per
solitudine, o paura, o povert à, ma sanno che comunque ciò
che stanno perdendo era un figlio – per quelle che chiamano
le cose con il loro nome.
Davvero è meglio questa lunga dolorosa attesa piuttosto del
taglio netto di un intervento?
Davvero conta così poco ciò che passa nei pensieri di una
donna in quel silenzioso aspettare che la vita che stava
crescendoti dentro, eliminata chimicamente, abbandoni il tuo
corpo?
Perché dire questa bugia a una generazione di ragazze, che,
non sapendo, penseranno all’aborto in pillola come a
qualcosa di più sopportabile, e saranno magari tentate – non
sapendo – di usarlo come un estremo anticoncezionale
d’emergenza?


L’altra mistificazione, sta in quella pretesa del drappello
tardofemminista di parlare a nome “delle” donne.
La pretesa delle donne di abortire senza sofferenza,
«accanimento contro le donne», dicono, con la sottesa
affermazione di essere portavoce dell’universo femminile
tutto.
Come se tutte le donne, in quanto tali, fossero schierate
dietro di loro.
Il che ricorda l’appello di Emma Bonino a pochi giorni dal
referendum: “le” donne portino mariti, fratelli, figli a
votare.
A votare come la Bonino, sottinteso: immaginando ancora
questa monade femminile, obbedientemente allineata nei dogmi
del vecchio femminismo.


E, il giorno dopo, qualcuna a lamentarsi: «Le donne non
hanno capito, le donne ci hanno tradito».
In realtà, quelle donne avevano capito benissimo, e
semplicemente non si riconoscevano né in quella battaglia,
né nelle loro pretese rappresentanti.
Dietro le alfiere del femminismo, erano rimaste in poche.
Perché oggi ci sono tante donne diverse: cattoliche, o
laiche ma con precise convinzioni sulla maternità.
Ci sono e sono tante quelle che hanno abortito, e vorrebbero
non averlo fatto.
Ci sono quelle che non sanno ancora, e a cui non è giusto
raccontare storie di aborto “semplice”.
Di modo che, quando si sente una del solito drappello
intonare il lamento: «È contro le donne», sarebbe opportuno
dirle di parlare per sé e per quelle che davvero
rappresenta.
Ma non, per favore, in nostro nome.

(C) Avvenire, 22-9-2005