(Avvenire) La verità sulla fecondazione artificiale

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Omertà addio
Luce tra le provette

«Se si fa uso di tecniche che potrebbero danneggiare
qualcuno – per esempio, un bambino non ancora nato –
si ha il dovere morale di dirlo».
Le parole di Lord Robert Winston, responsabile del
laboratorio di genetica dell’Hammersmith Hospital di
Londra e fra i maggiori esperti britannici di
fecondazione artificiale, piombano sulla platea del
British Association Festival of Science come acqua
gelida.

Silenzio in sala.
Sono tutti ricercatori, scienziati, e anche maghi
della provetta fieri dei loro successi.
Winston invece, uno di loro, uno dei padri della prima
bambina inglese in provetta nel 1978, osa dire ad alta
voce l’indicibile.

Un dubbio, qualcosa che gira a bassa voce fra i
corridoi dei laboratori: statistiche non così
quadranti, qualche caso di troppo non perfettamente
riuscito.
Il vago sentore di qualcosa che non va esattamente
come dovrebbe.

I rotocalchi mostrano le foto di radiose mamme-nonne
sessantenni, o di splendidi neonati frutto di
gravidanze impossibili in natura.
I mass media raccontano i successi.
Le sconfitte, non le dice nessuno.

Ma qualcosa emerge dal breve, laconico intervento di
Winston, come un sasso lanciato in uno stagno.
L’insufficienza di sperimentazione nei laboratori
britannici, dice il professore, è tale che alcuni
colleghi stanno facendo «sperimentazione sui bambini».

È in corso un’indagine del Governo sulla sicurezza
della fecondazione in vitro in Gran Bretagna, se ne
attendono i risultati.

Ma, anticipa Winston, alcune tecniche, come il
congelamento di embrioni, e quella di crescere gli
stessi embrioni in una tuba artificiale più a lungo del
dovuto prima di trasferirli nell’utero materno, non
sono stati testati a sufficienza sugli animali né su
quelli che lo scienziato chiama «embrioni a perdere»,
prima di applicarli all’uomo – quello desiderato,
quello che deve nascere ed esser sano.

Il congelamento embrionale, secondo le ricerche condotte
nei laboratori diretti da Winston stesso, potrebbe poi
essere la causa di sottili mutazioni genetiche,
riscontrate dagli studiosi nei topi nati da queste
procedure.

Mutazioni, con quali conseguenze?
E, negli uomini?
Domande che non lasciano tranquilli.
Domande soprattutto che non dovrebbero restare un segreto
fra gli addetti ai lavori.

Ma lo stesso Winston indirettamente spiega come mai
questa omertà attorno alle ombre delle provette: molte
cliniche specializzate in queste tecniche operano in
un’ottica puramente commerciale.
Il figlio a tutti i costi è un business da milioni di
euro.
E parlare di rischi, deprime il mercato.
Dunque, silenzio, e riflettori accesi solo sui casi
felicemente andati in porto.

Pregando che quei figli venuti da ardite alchimie siano
per sempre belli e sani, come nelle foto sui giornali.

Marina Corradi
(C) Avvenire, 12 settembre 2003, Santo Nome di Maria