(Avvenire) La sinistra post-moderna al servizio dell’individualismo

Vita


Si può alterare l’embrione


Inquietudine per la frontiera aperta a Londra



Marina Corradi

 La possibilità di alterare il patrimonio genetico dell’embrione entro il quattordicesimo giorno di vita, ipotizzata in Gran Bretagna in vista della nuova legge sulla riproduzione assistita, è ammessa – afferma il progetto del governo Blair – solo «per fini di ricerca». Esclusivamente «per fini di ricerca» dunque si potrà intervenire sul Dna di embrioni, che comunque verranno poi distrutti. Ma il limite, si precisa in una clausola del “libro bianco” anticipato dalla stampa inglese, vale «per il futuro prevedibile, e finché non siano garantite l’efficacia e la sicurezza di questi interventi».
E dunque, l’inquietudine suscitata dalla nuova frontiera aperta a Londra appare giustificata. Certo che la sperimentazione è “a fini di ricerca”: ma quando questa ricerca approdasse a risultati concretamente applicabili, che cosa impedirebbe di offrire alla società le opzioni “migliorative” ottenute? Del resto, nel “libro bianco” si afferma anche che “il governo non è convinto della necessità di precludere ricerche che alterino la struttura dell’embrione”. In questa logica, quando gli interventi sugli embrioni fossero «sicuri e efficienti», il primo passo sarebbe la eliminazione dei caratteri che apportano malattie ereditarie. Cominciando dalle più gravi per poi estendersi a più veniali “difetti”, se non addirittura ai casi in cui il nascituro ha non la certezza, ma solo buone probabilità di sviluppare, a una data età, una data malattia.
Che la china su cui si avvia il governo Blair nell’aggiornare il “vecchio” Human Fertilisation and Embryology Act apra a una possibilità di eugenetica pare perciò possibile. La Gran Bretagna del terzo millennio potrebbe diventare il luogo in cui si verifica la profezia di Francis Crick, uno degli scopritori del Dna: «In un futuro nessun nascituro potrebbe essere dichiarato umano fino a che non abbia superato una batteria di test sul suo patrimonio genetico, e non superando questi test potrebbe perdere il diritto alla vita».
Ora, che ad opera di un governo labour, da una tradizione socialdemocratica, si apra la strada che potrebbe portare a un diritto alla vita soltanto dei sani, potrebbe apparire paradossale. I valori storici di quella sinistra non si richiamano forse, nella difesa operaia, nella creazione del welfare, alla tutela delle parti sociali più deboli? Eppure proprio l'”illuminato” Blair socchiude la porta a una prospettiva che per ora non è ammessa né in Europa né negli Usa, mentre ipotizzando la vendita di ovociti da parte di donatrici retribuite ammette anche il libero mercato del materiale genetico.
Paiono, gli ultimi colpi del governo Blair, il rumorio stonato e confuso di una cultura che imploda su se stessa. Dove alla difesa storica della classe operaia è subentrata la difesa della middle class borghese; e al diritto collettivo a condizioni di vita dignitose si sono sostituite inclinazioni individuali, che pretendono di farsi diritti. Metamorfosi possibile se al centro di un progetto politico c’è non l’uomo, ma – alla fine – il suo presunto benessere nell’accezione più materialista.
La briglia sciolta in materia di riproduzione assistita e ricerca non solo soddisfa i “desideri-diritti” di chi vuole un figlio fuori dalla naturalità, ma fa della Gran Bretagna l’avanguardia in una ricerca economicamente promettente. I soggetti deboli di queste mutazioni – i nascituri che non nasceranno nella logica del “diritto al figlio sano”, i figli senza padre o assegnati a coppie gay nella logica del “diritto al figlio” – non scioperano, e non hanno sindacati. Nemmeno proletari ma “ultimi” davvero, dimenticati da una politica che ha perso orientamento e memoria nell’inseguire non un bene comune, ma l’appagamento, possibilmente immediato, dei privati desideri.


Avvenire 27-2-2007