(Avvenire) La repressione nazista contro i cattolici all’instaurarsi del regime

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CATTOLICI E NAZISMO/1
Profeti inascoltati nella stagione di Weimar, molti credenti contestarono con coraggio il regime del Terzo Reich

Chiese senza svastica


Giunto al potere, Hitler firmò un Concordato con la Santa Sede Ma neppure questo gli impedì di bandire le associazioni cristiane
Dal pulpito cardinali, vescovi e sacerdoti invitarono i fedeli a non rispettare la legislazione contro gli ebrei


Di Angelo Paoluzi


Un giorno nefasto, quel 26 agosto del 1921 in cui venne «giustiziato» da due sottufficiali del disciolto esercito imperiale il leader cattolico Mathias Erzberger. È l’esempio dei metodi con cui l’estrema destra tedesca regolava i conti, a colpi d’arma da fuoco, con tutti i suoi avversari, non soltanto con quelli della sinistra, come aveva fatto nel 1919 con l’esecuzione sommaria dei comunisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Nel 1922 seguirà l’assassinio del ministro degli esteri Walter Rathenau e nel corso degli anni la pratica della violenza si affermerà in maniera sempre più massiccia. Con l’irruzione del Partito nazionalsocialista la barbarie politica farà un salto di qualità: si pensi soltanto ai mille assassinii (con responsabilità non meno pesanti dell’estrema sinistra spartachista) perpetrati durante la campagna elettorale che, nel 1933, fece conquistare a Hitler e ai suoi alleati la maggioranza assoluta in Parlamento.
Il cattolico Josef Wirth, ex cancelliere centrista, aveva lanciato al Reichstag l’allarme :«Il nemico è a destra!», dopo l’uccisione di Rathenau; ma la repubblica di Weimar correva ormai verso il tragico epilogo. La Germania era travolta da una crisi mondiale e da contraddizioni interne cui i dirigenti democratici non sapevano adeguatamente rispondere. Un cattolico, Franz von Papen, apre la strada a Hitler che nel gennaio 1933 forma il governo, si fa concedere, anche dai centristi, i pieni poteri, e comincia a fare tabula rasa di quanto non coincida con la Weltanschauung nazionalsocialista.
Il «cattolicesimo politico» non è risparmiato. Il 24 giugno vengono dichiarati fuori legge i sindacati cristiani, il 26 sono arrestati i capi del Partito popolare bavarese, che il 4 luglio si scioglie; il 5 la stessa sorte tocca al Zentrum. Naturalmente sono soppressi i giornali, si costringono all’esilio alcuni esponenti (fra i più importanti Heinrich Bruening, Josef Wirth, il prelato Ludwig Kass) o si riducono al silenzio (i più noti sono Konrad Aden auer, Jakob Kaiser, Andreas Hermes, Walter Dirks), non pochi finiscono nei campi di concentramento (Josef Joos, Eugen Kogon, insieme con centinaia di altri).
Dopo i sindacati e i partiti, è la volta di tutte le associazioni, studentesche, giovanili, professionali, universitarie, culturali, artigiane, agricole, che gravitavano attorno al mondo cattolico. Si ricorre a giudizi civili e penali: la gloriosa associazione culturale Volksverein, dopo fallite accuse di bancarotta, è dichiarata per decreto «ostile allo stato» ed espropriata; si imbastiscono processi contro sacerdoti, accusati delle peggiori nefandezze sessuali e finanziarie (specialmente se avversi al nazismo). Hitler, appena arrivato al potere, aveva firmato un Concordato con la Santa Sede per ricavarne prestigio internazionale ma era ben deciso a non rispettarlo, come si deduce, oltre che da comportamenti concreti, anche da documenti resi pubblici dopo la fine della guerra.
Più sanguinose «purghe» non si fanno attendere. Nella «notte dei lunghi coltelli», il 30 giugno 1934, accanto allo scomodo alleato di Hitler Ernst Roehm e all’esponente più autorevole del «Partito militare», Kurt von Schleicher, anche i cattolici pagano il loro tributo di sangue. Uccisi Erich Klausener, presidente dell’Azione cattolica, Adalbert Probst, esponente della Gioventù cattolica, Herbert von Bose, segretario di von Papen, Fritz Gerlich, direttore di Der gerade Weg, un periodico sino all’ultimo avverso al nazismo, i dirigenti Fritz Beck e Otto Schmidt.
Molti si adeguarono. Molti, certamente, tacquero. Ma molti parlarono, in modi diversi, con differenti testimonianze. La Bekennende Kirche (la Chiesa confessante), l’ala dei protestanti che contestavano il nazismo, espresse nel 1934 un coraggioso documento, «La confessione di Barmen», nel quale si criticavano punto per punto le concezioni pagane del regime. Con il tempo, parecchi di coloro che lo avevano sottoscritto subiranno persecuzioni: deportati nei Lager, come il pastore Martin Niemoeller, o assassinati, come Dietrich Bonhoeffer e Paul Schneider, altri ancora esuli.
Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, essa, come tutte le componenti della società tedesca, non è esente da responsabilità. Tuttavia è possibile rammentare comportamenti di strenua difesa di valori. A cominciare dalla gerarchia, dal rifiuto di molti cardinali, vescovi e preti di farsi complici della persecuzione degli ebrei: le leggi emanate contro di loro dovevano essere disattese, scrisse il cardinale di Breslavia Adolf Bertram, quelli di Berlino, Konrad Preysing, e di Monaco di Baviera, Michael Faulhaber, tennero una serie di prediche sul «popolo dell’alleanza», il vescovo di Magonza, August-Clemens von Galen, contestò dal pulpito le tesi ideologiche del nazismo, al punto che si minacciò di arrestarlo.
Ma l’ira del regime nei confronti della Chiesa raggiunse il culmine in occasione della pubblicazione, nella domenica delle Palme del 1937, dell’enciclica di Pio XI Mit brennender Sorge («Con bruciante preoccupazione»), che contestava il neopaganesimo razzista e il culto «del suolo e del sangue». Fu redatta direttamente in tedesco, con la consulenza dell’allora segretario di Stato, cardinale Eugenio Pacelli, a lungo nunzio apostolico in Germania e che aveva recepito le osservazioni dei vescovi. Il documento fu inviato con molta cautela a tutti i preti tedeschi e colse di sorpresa le autorità naziste, che soltanto in alcuni casi riuscirono a impedirne la lettura dai pulpiti e che ricorsero a successivi arresti di sacerdoti e di laici, a chiusure di tipografie diocesane colpevoli di aver stampato l’enciclica.


14-4-2004