(Avvenire) La provvidenzialità dell’incontro-scontro con l’Islam

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Il primate cattolico d’Olanda: è un Paese
senza memoria, che deve ritrovare le sue radici per
poter costruire nuove forme di convivenza.

Avvenire, 18-11-2004
Dal nostro inviato a Utrecht
Maurizio Blondet

Qual è il più grande olandese della storia?
Alla domanda posta da un sondaggio televisivo, gli
olandesi in massa hanno risposto: Pim Fortuyn, il
politico che per primo ha alzato la voce contro
l’immigrazione islamica, ed è stato ucciso nel 2002.

Commento il fatto col primate d’Olanda, cardinal
Adrian Simonis: Pim Fortuyn prima di Rembrandt, di
Erasmo, di Guglielmo d’Orange…

«Ciò che mi ha colpito – dice il cardinale – è che nessuno
ha ricordato Tommaso da Kempis».

L’autore della Imitazione di Cristo?

«Un libro stampato da secoli in milioni di copie, ad ancor
oggi usato come guida ascetica in tutto il mondo. Che lo
dimentichiamo noi olandesi, è il segno della vacuità
spirituale in cui siamo caduti. E ora scopriamo di essere
disarmati di fronte al “pericolo islamico”».

In che senso?

«Domandiamoci da dove viene il radicalismo musulmano fra
giovani nati e cresciuti qui. Non sarà anche per lo
spettacolo di estrema sporcizia morale, di decadenza
spirituale, che offriamo loro? Oggi i politici chiedono
ai musulmani di “accettare i nostri valori”. Quali? Le
nozze gay, l’eutanasia? Anch’io sono contro tali
“valori”: ci toccherà accettarli d’autorità?».

C’è anche la libertà di pensiero, di parola…

«Già, la nostra famosa tolleranza. Ma qui per tre secoli
i cattolici sono stati esclusi da cariche pubbliche, a
malapena sopportati. La tolleranza è venuta dopo, nel segno
– da almeno 40 anni – della comune perdita di fede,
protestanti e cattolici insieme».

Una tolleranza basata sul vuoto?

«È il mio timore. Troppi hanno creduto di poter trattare
i musulmani sulla stessa base: credono in Dio, va bene, è
fatto privato. Ma la loro immagine di Dio non è la nostra.
La nostra viene da Gesù morto in croce e risorto, la loro
da Maometto che ha creato, con una religione, uno Stato».

Con loro non si può trattare sul piano di una “laicità”
che se ne infischia della fede.

«Io dico: i musulmani d’oggi vivono qui in condizione di
minorità simile a quella di noi cattolici nel ‘600. Non
c’è nulla di più pericoloso di una parte della popolazione
che vive in stato di isolamento, di estraneità: tanto più
che l’Islam lega fortemente i credenti tra loro, nel modo
di una fede-stato».

Il che non giustifica che ammazzino ritualmente un regista
olandese perché ha offeso il Corano.

«Certo no. Il fondamentalismo è sempre un male e, in
quanto problema d’ordine pubblico, va trattato come tale.
Bisogna insistere anche, con loro, che imparino la nostra
lingua. Ma non basta».

Monsignor Punt, il vescovo di Amsterdam, mi ha detto:
siamo stati ingenui nelle nostre offerte di dialogo.
Dobbiamo fargli capire che per noi un miscredente, un
peccatore, è comunque amato da Dio, non uno da uccidere.

«Vero. Ma quanti di noi cristiani, oggi, rispettano i
peccatori pensando che Dio li ama? Perché solo se abbiamo
noi questa convinzione forte e vera, possiamo insegnarla,
e magari imporla, ai musulmani. Ma qui, fra i cattolici
nominali, va in chiesa solo l’8 per cento; i matrimoni
religiosi non fanno che calare… Si torna al problema
fondamentale».

Cioè?

«Ma mancanza di identità di noi olandesi di fronte agli
islamici. In questi ultimi 40 anni ci siamo svuotati anche
culturalmente, al punto da non ricordare Tommaso da Kempis,
da dimenticare le nostre “guerre di religione”: eppure ne
siamo stati l’epicentro. Quando gli olandesi sapevano
combattere e morire per la loro fede. Tutto finito nel
vuoto. Ma ho una speranza».

Quale?

«Che questi fatti tragici ci facciano recuperare la nostra
identità. Mi hanno chiesto in molti, dopo l’assassinio di
Van Gogh: che fare? Come risolvere il problema? Ma non ci
sono soluzioni facili, se non, per ora, quelle di una
coesistenza pacifica; la sola via possibile in queste
condizioni di vuoto».

Lei ha in mente un’altra soluzione meno cosmetica?

«È quella che ho detto ai giornalisti: dobbiamo ritrovare
le nostre radici, ossia la nostra identità cristiana. E’
la mia speranza, e ne vedo già i segni: ci sono giovani
che ritrovano la fede, e che con ciò recuperano anche la
storia caduta nell’oblio. Se questi semi fioriranno,
avremo visto uno dei misteri di Dio: la Sua capacità di
trarre dal male il bene».