(Avvenire) La luce di Cristo nel buio del mondo

Pubblicazioni

«Seguendo Te, luce della vita» è il tema delle meditazioni che verranno proposte fino a sabato a Giovanni Paolo II e alla Curia Romana nella cappella «Redemptoris Mater»

«Il Papa in silenzio, segno per tutti»


Da oggi gli esercizi spirituali in Vaticano Parla il predicatore Bruno Forte: «Tempo donato per ritrovare la verità su noi stessi»


Di Giorgio Bernardelli


All’inizio della Quaresima una settimana interamente dedicata alla preghiera e alla contemplazione. A lasciare che «Cristo luce del mondo» illumini le nostre tenebre. È il gesto degli esercizi spirituali che vedrà impegnati da questo pomeriggio fino a sabato il Papa e i suoi più stretti collaboratori. Sette giorni di meditazioni che quest’anno saranno guidati dal teologo Bruno Forte. A lui abbiamo chiesto di aiutarci a entrare nel clima di questo momento.
Perché il Papa inizia la Quaresima con una settimana di silenzio?
«Gli esercizi spirituali sono un tempo che Dio ci dona affinché a nostra volta lo possiamo donare a Lui. Ascoltare la sua Parola, custoditi dal silenzio, è un’esperienza che ci avvolge, ci trasforma, ci fa conoscere la verità su noi stessi, per divenire sempre più conformi alla sua volontà. Gli esercizi sono un momento fondamentale nella vita del credente. Ma anche una proposta particolarmente adatta all’uomo di oggi che ha tanto bisogno di verità, di ascolto, di lasciarsi scrutare nel profondo dall’unico che può dirgli veramente chi è».
Rifletterete su Cristo luce del mondo. Perché questo tema?
«Il tema che ho scelto è Seguendo Te, luce della vita. Il riferimento è al versetto di Giovanni 8,12: “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita”. Mi sembra che contenga davvero il programma degli esercizi. C’è quella che la tradizione spirituale chiama la via purificativa, l’uscire dalle tenebre. Che oggi non sono solo quelle del peccato individuale: ad esempio è tenebra la mancanza di speranze che grava sulla società post-moderna; o il relativismo e il nichilismo che minacciano la ricerca dell’uomo di oggi, togliendo di fatto motivi anche all’impegno per gli altri. Poi c’è la via illuminativa, il mettersi alla scuola del Vangelo: Io sono la luce del mondo, appunto. Infine la via unitiva, l’azione dello Spirito che ci trasforma aprendoci alla luce della vita. È la spinta che ci conduce a portare frutti non solo nella vita personale. A testimoniare alle donne e agli uomini di oggi la bellezza di Dio. A dire loro che la vita ha un senso. E che questo senso non lo si trova nella contrapposizione o nella sopraffazione, ma nella comunione, nel dialogo, nel servizio reciproco davanti a Dio».
Che relazione c’è tra il Cristo luce del mondo e il buio del Golgota?
«Il paradosso cristiano è proprio questo. È una tenebra a illuminare la fede. La Croce è il luogo dove Dio, nel dolore e nel silenzio, offre la suprema rivelazione del suo amore. È ai piedi della Croce che noi possiamo riconoscere il nostro Dio, il Dio d’amore che Gesù ci ha rivelato. Naturalmente una Croce senza resurrezione sarebbe cieca, come una resurrezione senza Croce rischierebbe di essere vuota: è il mistero pasquale nella sua interezza il centro dell’annuncio cristiano. Non a caso la più antica confessione di fede cristiana è: Gesù il Cristo. Che non è un nome e un cognome, ma il racconto di una storia. Gesù, l’umiliato della Croce, è il Cristo, è colui che Dio ha costituito Signore per la nostra salvezza. Colui che annuncia una vita nuova resa possibile a tutti. Quella che Karl Barth chiamava l’impossibile possibilità di Dio offerta a noi».
Accanto al silenzio la tradizione cristiana ci propone per la Quaresima l’altro grande segno del digiuno. Perché?
«Il digiuno non è mai fine a se stesso. Per i padri della tradizione spirituale è il segno della speranza. Gesù stesso ne parla in riferimento allo sposo: si digiuna quando si vive protesi verso qualcuno che aspettiamo. È il linguaggio dell’amore, il linguaggio del desiderio. È in questa luce che il digiuno va riscoperto. Non per affliggere il corpo in una sorta di masochismo: non avrebbe senso nella visione cristiana, che valorizza la dignità della persona umana anche nella sua dimensione corporea. Digiunare è invece espr imere, anche col linguaggio della nostra carne, il desiderio di Dio, l’attesa della sua venuta, l’apertura alle sorprese della Pasqua e della Pentecoste».
Come guardare al dolore patito da Gesù?
«Vanno evitati due rischi. Da una parte il dolorismo, che farebbe del cristianesimo una religione quasi esclusivamente della sofferenza o della morte, mentre noi siamo i testimoni del Risorto. Dall’altra parte, però, c’è anche il rischio opposto, l’ottimismo ingenuo, che può finire per dimenticare a quale prezzo siamo stati salvati. Ciascuno di noi in quanto discepolo non è da più del maestro; quindi deve completare nella propria carne ciò che manca alla Passione di Cristo. Come dice l’Imitazione di Cristo: senza dolore non si vive d’amore. Perché l’amore è un esodo da sé senza ritorno, è dare la vita per l’altro. In questo senso ogni cristiano è chiamato, nella sequela di Gesù, all’amore e quindi anche al dono della vita. Non il dolore per il dolore, dunque, ma il dolore come via e linguaggio dell’amore».
Quale passo suggerirebbe per questa Quaresima 2004?
«Riviviamo il cammino degli esercizi spirituali. Facciamo silenzio per ascoltare Dio, lasciandoci chiamare da Lui a gesti concreti, inequivocabili, di fede e di carità come partecipazione alla Passione di Gesù e alla sua Risurrezione. Sul piano collettivo guardiamo all’accoglienza dell’altro. In un mondo segnato da tante violenze, dalla guerra, dal terrorismo, è più che mai necessario riaffermare che la pace, quella vera, quella che tutti siamo chiamati a cercare, va costruita attraverso il dialogo e la giustizia, il perdono e l’incontro. Costruire passi di pace nella vita di ciascuno e farlo insieme come comunità può essere un impegno significativo per questa Quaresima 2004».
Cosa si prova all’idea di predicare gli esercizi al Papa?
«C’è tanta emozione, trepidazione. È un grande onore ma anche una grande responsabilità. Però avverto anche una grande pace: ho l a fiducia di chi sa che, come racconta il libro dei Numeri, lo spirito del Signore può servirsi anche della mandibola dell’asina di Balaam…».