(Avvenire) La legge 40 ha aperto vie etiche alla scienza

Vita

«Una via italiana alla provetta. Grazie alla legge 40»


 di
Ilaria Nava

E’  la ‘via italiana’ quella che piace a Massimo Moscarini, ordinario di Ostetricia e ginecologia alla Sapienza, direttore dell’Unità operativa di ginecologia dell’Azienda ospedaliera Sant’Andrea di Roma e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani. Perché almeno nel campo della riproduzione assistita, da quando nel 2004 è stata approvata la legge 40, il nostro Paese non cerca affannosamente di percorrere strade già battute da altri senza porsi troppe domande, nel tentativo spesso mal riuscito di tenere il passo, ma ha scelto di aprire nuovi sentieri nello sconfinato panorama della ricerca scientifica.
  Gradualità delle tecniche, studi sempre più approfonditi nel campo del congelamento degli ovociti, diagnosi compiute sul globulo polare prima della fecondazione. La ‘via italiana’ parte da una riflessione su ciò che si pretende di maneggiare con tanta facilità a nostro uso e consumo, ossia l’embrione umano, e sul ruolo da assegnare alla tecnoscienza nell’ambito della procreazione.
  A tre anni dal giorno in cui gli italiani confermarono la legge attraverso l’astensione al referendum abrogativo, possiamo dire che la sua applicazione ha portato a risultati inaspettati, riuscendo a coniugare l’esigenza delle coppie di avere a disposizione tecniche sicure ed avanzate con il rispetto dell’embrione.

 Professore, la legge 40 che risultati ha dato finora?

 «I risultati in termini di successo delle tecniche sono gli stessi di prima, ossia precedentemente all’approvazione della legge, in linea con il resto dei Paesi europei. Mi riferisco naturalmente alle tecniche ‘a fresco’, quelle consentite dalla legge. Il congelamento degli embrioni ora non è consentito, ma la via italiana ha sviluppato in questi anni la tecnica del congelamento ovocitario».

 Una metodologia ancora in evoluzione per ora…

 «Certo, e sicuramente la ricerca sta investendo su queste tecniche, anche perché già ci sono risultati significativi ed è plausibile prevedere che con il tempo anche in quest’ambito l’Italia arriverà agli stessi risultati dei Paesi che continuano a congelare gli embrioni.
 
Questa tecnica non solo permette di rispettare l’embrione così come la legge prescrive, ma ha anche applicazioni interessanti in altri settori, ad esempio nei pazienti oncologici: una donna in chemioterapia che vuole preservare la fecondità può conservare gli ovociti e il tessuto ovarico».
 Le coppie sono soddisfatte delle tecniche utilizzate in Italia?

 «La maggioranza di esse sicuramente sì, diciamo circa l’80% delle coppie.
  Questo anche perché, come abbiamo detto, nelle tecniche a fresco i risultati sono gli stessi di prima. Naturalmente c’è una piccola percentuale che avanza richieste che la legge italiana non consente, come ad esempio la fecondazione eterologa».

 Il turismo procreativo di cui si parla tanto è quindi un fenomeno sovrastimato?

 «Direi che riguarda una minima percentuale di coppie, e comunque spesso è determinato da una cattiva informazione rispetto a ciò che la legge italiana permette o non permette di fare e alle alternative a disposizione. In ogni caso è sempre bene tener presente che non si tratta di tecniche innocue».

 Cosa intende dire?
«In Italia, nei centri che funzionano, le procedure vengono portate avanti in piena sicurezza, si segue una gradualità, eseguendo prima tutti gli esami necessari e iniziando con le tecniche meno invasive e meno traumatiche per la donna. All’estero non è detto che ci sia sempre questa cautela, anche perché in alcuni casi ci sono interessi economici che spingono in senso contrario».
 In Italia non corriamo questo rischio?

 «Da noi ci sono alcuni centri pubblici che funzionano, ma la maggior parte dell’attività è privata, e quindi meno soggetta a controlli. La legge c’è, ma sarebbero auspicabili maggiori attenzioni e verifiche nei confronti di queste realtà, anche se naturalmente non si può generalizzare, perché ci sono anche centri privati che lavorano bene».

 Gli operatori del settore come vedono la legge 40?

 «Inizialmente, subito dopo la sua approvazione, in modo piuttosto negativo. Questo atteggiamento era determinato dal fatto che non era vista come una legge concordata, bensì imposta; i medici sentivano come un’imposizione il fatto che il Parlamento potesse imporre una tecnica piuttosto che un’altra. Nel tempo tuttavia la situazione è cambiata, perché si è iniziato a percorrere la via italiana, a fare ricerca nel rispetto della legge. E i centri che lavorano seriamente hanno constatato che i risultati ci sono. Si è visto che la legge 40 può essere accettata e che le coppie, nella maggior parte dei casi, possono essere ugualmente soddisfatte. In questo senso a mio parere è necessario che la via italiana continui a essere sostenuta».

 In che senso?

 «Le ricerche che stiamo portando avanti permettono di rispettare l’embrione, di non congelarlo e di risolvere i problemi di sterilità delle coppie. In questo senso da parte del pubblico dovrebbe esserci maggiore attenzione e interesse nei confronti di queste sperimentazioni, che nel mondo vengono fatte da pochissimi Paesi perché la maggior parte non ha interesse a investire su di esse. Eppure finora abbiamo ottenuto risultati del tutto positivi».

 Cosa pensa della diagnosi

 preimpianto?

 «Anche in questo settore c’è una via italiana che predilige la diagnosi sul globulo polare, prima della formazione dell’embrione. Penso che tale tipo di ricerca sia da sostenere. Sono consapevole che si tratta di un problema delicato e complesso, tuttavia è necessario tenere presente che tra la diagnosi preimpianto e la selezione il passo non è lungo. È una tecnica che presenta rischi nell’àmbito della manipolazione dell’embrione».

 La sterilità è in aumento: che risposte dare?

 «Oltre a incoraggiare la ricerca italiana sulle tecniche, penso che il problema sia di portata più ampia. Oggi il primo figlio arriva tra i 32 e i 34 anni, la riserva ovocitaria negli anni tende a diminuire e questo contribuisce all’aumento dei casi di sterilità. Quando la coppia finalmente decide di avere un figlio il tempo a disposizione è poco e ciò determina una situazione di ansia se non arriva subito. Un’efficace politica di sostegno alle coppie giovani e alla natalità sarebbe già un buon inizio per cercare di risolvere almeno in parte i problemi di sterilità che oggi affliggono molte persone».

Avvenire 12-6-2008