(Avvenire) La cieca ragione

Chiesa

editoriale

Gesù, gli storici e la vera posta in gioco



Sebastiano Cinel

La replica alle recensioni dedicate da questo giornale e da «La Civiltà Cattolica» al libro intervista di Augias e Pesce «Inchiesta su Gesù», che “Repubblica” ha sentito di dover pubblicare a firma del professor Enrico Norelli, noto collega di studi del professor Pesce, svela quanto fastidio quelle puntuali analisi abbiano suscitato negli ambienti del pensiero dominante. Ma proprio mentre crede di poter mostrare che padre De Rosa e padre Cantalamessa abbiano sollevato solo critiche ingiustificate, Norelli svela il vero problema in gioco, quel problema che immaginiamo sarà anche il nodo del contendere quando apparirà l’annunciato libro del Santo Padre su Gesù di Nazaret.
E il nodo sta qui: è proprio vero, come afferma con sicurezza Norelli, facendo eco ai due autori dell’«Inchiesta», che per fare storia si debba espungere Dio dall’orizzonte? È una storia corretta quella che si limita a prendere atto dello sviluppo delle credenze religiose, senza nulla dire sui fondamenti che le generano? Quasi che la rivendicazione di un rapporto particolare di Gesù con il Padre, che nessuna analisi dei vari strati della tradizione potrà mai cancellare e che con Gesù stesso la successiva espressione della fede ha catalizzato nella figura del Figlio di Dio, possa essere cancellata solo perché con essa l’uomo Gesù, il solo di cui si potrebbe parlare, aprirebbe il varco su un orizzonte, quello divino che è precluso all’umana ragione.
Alla fine tutto torna: siamo di fronte ad una variante di quella espulsione della trascendenza dall’esperienza dell’umano che dall’ambito della vita sociale, esercizio ben conosciuto di questi tempi in Italia, viene qui spostata a quello della conoscenza. Fare il contrario non implica per sé una adesione di fede, come vorrebbe far credere Norelli, ma semplicemente non cancellare dal dato storico quegli elementi che aprono la possibilità della fede. Anche se c’è poi da aggiungere che, vista la pretesa di Gesù del suo rapporto filiale con il Padre, diventa logico che la più compiuta comprensione di lui e di ciò che da lui è nato la si ha ponendosi nella sua stessa prospettiva, quella della fede, come ha ricordato ancora il Papa nel presentare la sua prossima opera.
Il problema che Augias e Pesce pongono, e con loro Norelli, è ancora quello della presunta opposizione “ragione” o “fede”, dando per scontato che per l’uomo contemporaneo non possa darsi “ragione” e “fede”. Spiace che nessuno di questi intellettuali sia pronto a riconoscere che la ragione lasciata a se stessa non è più capace di rispondere a tutto e alla fine si dissolve nei mille irrazionalismi che dominano la cultura diffusa, mentre la Chiesa oggi appare come l’ultimo vero difensore della ragione, proprio perché non la vede come nemica, purché non la si voglia utilizzare in senso esclusivista.
Attendiamo con impazienza il libro di Benedetto XVI, certi che da esso verrà la migliore risposta su come la ricerca storica possa stare nella compagnia della fede e, guardando a Gesù, sia capace di offrirne un volto assai più attendibile di quello mutilo e insignificante, appiattito sulla normalità del suo tempo, che certi uomini di cultura e storici del cristianesimo, mal guidati da stravolgimenti ideologici, sanno offrirci.


Avvenire 5-1-2007