(Avvenire) La Quaresima tempo per la preghiera

Pubblicazioni


Dobbiamo riscoprire quella dimensione interiore che ci apre al dialogo e alla contemplazione. Parla padre André Louf


Prega, Occidente



Di Edoardo Castagna


In ogni parte della cristianità – e forse anche nell’islam – la vita spirituale è accomunata da costanti che ricorrono, esperienze e problemi che interrogano l’uomo e che possono andare incontro al bisogno di interiorità che oggi sta affermando. Alla ricerca di tali costanti si muove padre André Louf, già abate del monastero trappista di Notre-Dame di Mont-des-Cats, protagonista del rinnovamento al Concilio Vaticano II e autore dei testi per la Via Crucis del Papa al Colosseo dell’anno scorso; studioso dei mistici d’Occidente e d’Oriente, il monaco fiammingo è tornato sul tema delle “costanti della vita spirituale” nel suo intervento dei giorni scorsi presso la Comunità di Bose, dove ha preso parte al ritiro quaresimale. «Lo Spirito Santo lavora sempre allo stesso modo, i luoghi spirituali sono identici: la conversione, il contatto con la parola di Dio, le prove, le tentazioni».
Queste ricorrenze, padre Louf, possono essere la base per il dialogo tra le Chiese d’Occidente e quelle d’Oriente?
«Certamente. L’esperienza spirituale è comune, e attraverso di essa possiamo superare le divisioni tra i cristiani. In passato ho molto lavorato sul Medioevo, su san Bernardo e i cistercensi, sui mistici fiamminghi, e recentemente ho approfondito l’opera dei mistici siriaci: ebbene, mi ha colpito vedere come tutti, pur con un vocabolario diverso, esprimano la stessa esperienza dello Spirito. Su questa base i contatti tra le Chiese sono già all’opera; per esempio la Filocalia, sorgente tradizionale della spiritualità ortodossa, oggi è letta e apprezzata anche in Occidente. Ma c’è ancora tanto da fare, tanti testi orientali che attendono di essere tradotti e conosciuti».
Le stesse costanti sono all’opera anche nell’esperienza religiosa musulmana?
«È possibile che anche l’islam abbia fondamenti spir ituali comuni, sebbene questi rapporti siano ancora in gran parte da studiare. In ogni caso, ho l’impressione che i mistici siriaci, attivi nel VII secolo poco prima dell’invasione maomettana, abbiano profondamente influenzato la mistica islamica. Penso che anzi essa dipenda strettamente da quella siriaca, più che da quella greca e bizantina».
In che modo la conoscenza e l’approfondimento della tradizione mistica possono rispondere all’attuale bisogno di interiorità?
«Oggi il desiderio di preghiera è forte, ma talvolta da parte nostra la risposta non è adeguata: sembra che abbiamo poco da dire e allora la gente se ne va altrove, verso l’Oriente cristiano se non addirittura buddista. Dobbiamo rafforzare la conoscenza della nostra tradizione e imparare a diffonderla. Sembra paradossale, ma è raro che i fedeli si rivolgano al sacerdote per chiedere indicazioni sulla preghiera, come se da lui non se le aspettassero. Anche per questo è bene che il prete conosca le tradizioni cristiane, sia occidentali sia orientali, e soprattutto quelle costanti che le accomunano. Ma la cosa più importante rimane l’esperienza diretta e personale di monaci e preti, che vivono con profondità la preghiera e ne sviluppano una comprensione profonda. Purtroppo, non sempre sono anche capaci di trasmetterla all’esterno, di parlarne con i fedeli».
Come si può comunicare la ricchezza che si sperimenta nella vita monastica?
«Secondo due vie. Da un lato ci sono le comunità più aperte, come questa di Bose, dove la foresteria ha un ruolo molto importante e decisivi sono il contatto, il dialogo e il confronto. Ma poi, d’altro lato, c’è la vita più ritirata di noi trappisti o dei certosini. Una vita claustrale che rappresenta, semplicemente con la sua esistenza, un appello al popolo di Dio, che sa che dietro quei muri qualcun o sta pregando per loro».
Che cosa rappresenta dunque questa «riscoperta» dell’interiorità?
«È una sfida per l’intera Chiesa cattolica, che nel contatto intimo con il Signore può trovare la sorgente alla quale attingere per affrontare il dialogo con l’islam e con le altre Chiese cristiane. E anche per trovare il giusto posto della Chiesa in questa società moderna. La secolarizzazione non mi fa paura: il Vangelo è un seme che cresce pazientemente, e anzi in passato c’erano state collusioni eccessive tra la Chiesa e la società. Oggi siamo più indipendenti e possiamo dire la parola di Dio con maggiore libertà».
Eppure recentemente proprio la Francia ha visto la laicità degenerare in laicismo…
«Senza dubbio sono emersi eccessi di radicalismo, come nel caso della proibizione del velo a scuola. Una polemica senza senso: se è comprensibile che la scuola pubblica chieda all’insegnante di non ostentare la propria fede, pretendere che nemmeno gli allievi lo facciano è un eccesso. Hanno tutto il diritto di essere quello che sono. Ma si tratta, appunto, di degenerazioni. In complesso, la separazione tra Stato e Chiesa in Francia è una laicità “sana”, che garantisce alla predicazione una condizione di libertà che gli stessi vescovi francesi apprezzano».
Dove si manifesta, allora, il ruolo della Chiesa nella società?
«Sui temi di morale e di dottrina è normale che la Chiesa dica una parola. Mi convincono meno le commistioni fra religione e politica, come nel caso americano. Un conto è, in politica, puntare sui valori, un altro è proporre intrecci troppo serrati. Non voglio comunque criticare la politica americana, che si trova davanti a dilemmi difficili. Ma paradossalmente mi chiedo: possiamo chiedere agli americani di perdonare i terror isti? Il perdono è una grazia personale, è la persona offesa che riceva la forza, la grazia e l’amore per perdonare. Ma il perdono “di Stato” è qualcosa di difficile da immaginare. Non esiste il perdono politico».


Avvenire 17-2-2005