(Avvenire) La Bibbia che parla giapponese

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“Avvenire, 25.10.02

In dirittura d’arrivo la traduzione: 50 anni di lavoro di un francescano americano

Di Nello Scavo

Padre Bernardino Schneider passerà alla storia, ma lui non se ne cura. Porta a spasso i suoi 84 anni in giro per l’Asia, ancora come fosse il primo giorno di missione. Con quell’idea fissa: morire, a Dio piacendo, solo dopo aver terminato la traduzione della Bibbia dai testi originali al giapponese corrente. E c’è quasi riuscito. Solo un mese fa lo Studio biblico francescano di Tokyo ha collocato il tassello mancante: la traduzione degli scritti del profeta Geremia. Ancora pochi anni e gli studiosi saranno in grado di pubblicare il Vecchio e il Nuovo Testamento in versione integrale e in volume unico.
Tutto cominciò nel 1952, quando l’impero del Sol Levante non era ancora guarito dalle ferite di una guerra che con le atomiche di Hiroshima e Nagasaki aveva conosciuto una spaventosa brutalità. Padre Bernardino, americano di Cincinnati, arrivò a Tokyo con quel sogno. Dovendo sfidare però la diffidenza e la rabbia di chi vedeva in lui, prima che un frate, un cittadino degli Usa, di quel Paese che le atomiche le aveva sganciate.
In pochi anni, era il 1956, fu inaugurato lo Furanshisukp-kai-Seisho Kenkyujo, lo Studio biblico francescano, di cui Schneider fu il primo direttore. Cinquant’anni di lavoro duro, che nella capitale festeggeranno domani.
Per la verità la Bibbia in lingua nipponica c’era già. Ma si trattava di una traduzione dalla vulgata latina. La precedente versione, quindi, soffriva del duplice passaggio, dai testi originali al latino al giapponese classico. «Una lingua che i ragazzi non parlano più, un po’ come l’italiano di Dante Alighieri», spiega frate Lino Micheletti, 83enne francescano di Trento arrivato in Giappone nel ’53 e mai più ripartito. Nell’ultimo secolo, infatti, il linguaggio si è semplificato, riducendo il numero degli ideogrammi, il tipico alfabeto di Giappone e Cina. Dal s econdo dopoguerra ne sono in uso ufficialmente “solo” 1850. Anche la struttura linguistica ha subito notevoli cambiamenti, con l’adozione ufficiale della lingua parlata al posto della scritta e l’assunzione di numerosi termini importati dall’Occidente.
«La prima volta padre Schneider – ricorda oggi Micheletti -, pubblicò alla fine del 1958 la Genesi». Seguirono, fino al 1969, le traduzioni dei Vangeli e poi tutto il resto. In questi giorni il “frate-traduttore” si trova in Cina. Sta ripercorrendo le strade dei suoi quattro zii, anch’essi religiosi alla sequela del santo d’Assisi, e perciò morti da missionari nelle carceri cinesi. Un esempio indelebile al tal punto che altri tre dei 10 fratelli di padre Bernardino hanno deciso di indossare il saio. Sullo sfondo l’eroismo di san Francesco Saverio, tra i fondatori della Compagnia di Gesù ed evangelizzatore delle grandi culture orientali. Ma anche l’eredità di fra’ Gabriele Allegra, che dalla Sicilia partì per l’estremo Oriente cimentandosi con la realizzazione della Bibbia in cinese. Ogni traduzione, si sa, ha le sue complicazioni. Ma in assoluto quelle che hanno a che fare con il cinese e il giapponese sembrano essere tra le più ostiche. Le caratteristiche principali della lingua nipponica sono, tra le altre, la mancanza dell’articolo, l’assenza del genere (solo in certi casi si premette un elemento per indicare il maschile e il femminile), l’inesistenza del numero (talvolta la pluralità viene espressa semplicemente raddoppiando il sostantivo. Per esempio: nici, giorno; nicinici, giorni); per non parlare dei verbi, che si coniugano indifferentemente dalla persona. Infine il problema della scrittura giapponese: gli ideogrammi sono disposti in colonne verticali dall’alto in basso e da destra a sinistra. «È vero – ammette fra’ Lino -, ci vogliono anni per imparare a scrivere, a parlare e a pensare come un giapponese. Ma la Buona Novella è anche per loro».