(Avvenire) L’ONU porta, con la libertà, la secolarizzazione a Timor Est

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Avvenire 21-5-2003


Il ruolo dell’Onu per la democrazia e i limiti della secolarizzazione


La lezione di Timor Est



Gerolamo Fazzini


Un anno fa , di questi tempi, Timor Est diventava indipendente. Ma l’ex colonia portoghese – a differenza di quanto accaduto negli ultimi decenni, durante i quali ha vissuto un martirio tra i più tremendi del secolo – di recente non ha fatto parlare di sé. A parte qualche sporadico incidente, non si sono verificate clamorose rivolte. A ben pensarci è una notizia, se solo ripercorriamo con la memoria, processi di indipendenza ben più travagliati e sanguinosi.

Tutto bene, dunque? Sì e no. Timor Est è il classico caso in cui l’Onu ha dato il meglio di sé. E in qualche misura anche il preeggio. Da un lato, infatti, non va dimenticato il suo ruolo determinante nel 1999, in occasione del referendum che aprì le porte all’indipendenza a quella che, allora, era la ventisettesima provincia indonesiana. Alle Nazioni Unite, inoltre, va riconosciuto il grande merito di aver contribuito in maniera decisiva all’edificazione dello Stato di Timor Est, con tanto di strutture amministrative, giudiziarie e così via. Un caso emblematico, dunque. Che ha fatto dire al brasiliano Sergio Vieira de Mello, allora responsabile dell’Untaet (la missione Onu incaricata della transizione): «La vostra tragedia ci ha costretto ad essere dei pionieri. Non avevamo un manuale di istruzioni su come si costruisce una nazione».
Se sul piano delle strutture il compito può dirsi, tutto sommato, assolto, sono i risvolti culturali e sociali della presenza Onu a destare preoccupazione e interrogativi. Il tenore di vita dei funzionari, retribuiti in dollari, è radicalmente diverso da quello della popolazione locale, la cui condizione è peggiorata rispetto all’ultimo periodo di dominazione indonesiana. A detta dei missionari locali, poi, non si può certo definire “edificante” il loro comportamento. Una presenza tanto “ingombrante” altera il mercato locale e i prezzi ma – soprattutto – fa sviluppare fenomeni sociali non secondari quali prostituzione, sfruttamento, sete di guadagno “facile”.
C’è di più. Spie ga un salesiano, padre Eligio Locatelli, da 40 anni a Timor Est: «Nel gettare le fondamenta del nuovo Stato, i funzionari Onu affiancano i politici autoctoni e ne influenzano le scelte. Così tra i diritti individuali tutelati dal nascente ordinamento si fanno largo i concetti di separazione dei coniugi, divorzio e aborto. Idee che minano il modello tradizionale di famiglia e si diffondono anche nei villaggi più sperduti tramite la televisione con la sua programmazione di origine occidentale. Per ora non c’è uno scontro aperto con la Chiesa, ma già qualcuno prospetta la possibilità di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche e di abolire l’insegnamento della religione». Facile immaginare cosa significhi tutto ciò in un Paese nel quale la stragrande maggioranza degli 800mila abitanti sono di religione cattolica (secondo Paese asiatico in percentuale, dopo le Filippine). Timor, di fatto, sta scoprendo – insieme con la sospirata libertà – anche un processo accelerato di secolarizzazione.
Ce n’è abbastanza per capire come il caso-Timor rappresenti un “caso serio” non solo del difficile compito cui è chiamata l’Onu quando opera nel Sud del mondo, ma – più in generale – di quanto delicato sia il rapporto che l’Occidente si trova a gestire quando pure, come in questo caso, porta in dote elementi positivi. Immaginare di “esportare democrazia” senza porre attenzione ai valori, all’immagine di uomo e di società che vengono veicolati è una pericolosa illusione.