(Avvenire) L’Australia dimostra che sull’aborto si può cambiare rotta

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Sulla pillola Ru486 è bastato informare


La forza dell’evidenza L’Australia fa dietro-front



Pierangelo Giovanetti

Decine di migliaia di firme raccolte in poco tempo contro la Ru486. Intere paginate di giornale dedicate ad approfondire i risvolti non solo etici della pillola abortiva, ma anche quelli medico-scientifici riguardanti la salute della donna. Mobilitazione massiccia di volontari pro-life, che hanno trasformato il tema della difesa della vita in una questione centrale del dibattito politico nazionale. Campagne informative a largo raggio sulle conseguenze che un uso diffuso dell’aborto e della pillola abortiva come anticoncezionale determinano sulla tenuta demografica del Paese.
Erano anni che in Australia non si registrava un confronto pubblico così intenso ed appassionato come nelle ultime settimane in cui si è affrontato il tema della Ru486. E se alla fine in Parlamento, dopo un dibattito che ha registrato momenti di alto coinvolgimento anche emotivo, è passata la legge che sottrae il controllo governativo sulla Ru486, subito dopo le case farmaceutiche si sono dichiarate indisponibili a commercializzare la pillola sul suolo australiano per la decisa opposizione dell’opinione pubblica al farmaco abortivo.
Il clima è indubbiamente cambiato anche in Australia. Rispetto a due-tre decenni fa, oggi l’87% degli australiani è convinto che sia giunto il momento di porre un freno all’alto numero di aborti del Paese, circa 100.000 l’anno. Il 60% delle giovani donne intervistate alla vigilia del voto in Parlamento ha dichiarato di essere favorevoli a ritardare l’introduzione della Ru486 sul mercato fino a che non vi saranno informazioni chiare e convincenti circa i rischi della pillola per la salute.
Ma ancora più indicativi dell’aria nuova che si respira nel Paese sono i risultati sull’aborto. Il 51% degli australiani si proclama decisamente contrario all’aborto eseguito per motivazioni di tipo economico e sociale. Il 78% si oppone al finanziamento con fondi pubblici di gravidanze inoltrate (dopo le venti settimane), e il 79% degli australiani ritiene che l’aborto sia causa di possibili danneggiamenti della salute fisica o psichica della donna. Addirittura il 95% si dice favorevole al fatto che la donna possa far ricorso ad un sistema di consulenza «terzo» prima di ricorrere eventualmente all’aborto.
Insomma un deciso cambio di rotta rispetto all’idea – dominante negli anni Settanta e Ottanta – dell’aborto come strumento di liberazione della donna, e come pratica da promuovere anche istituzionalmente. E prova di questa nuova coscienza diffusa è la presentazione nei giorni scorsi da parte del governo australiano di un piano di sessanta milioni di dollari per ridurre il numero delle interruzioni di gravidanza, giudicate a livello governativo «una minaccia alla stessa sopravvivenza della nazione». Un progetto che prevede consulenze gratuite di tipo psicologico, medico e socio-assistenziali per donne in difficoltà, incerte se continuare la gravidanza.
La svolta nel modo di pensare del Paese è stata determinata dall’informazione. Dopo anni di silenzio sui temi della vita e della sua difesa, il ritornare a parlarne sui giornali, in televisione, a livello pubblico, nelle università, ha portato l’opinione pubblica ad una diversa consapevolezza, fino a qualche tempo fa inimmaginabile. E proprio il rendere disponibile un’informazione diffusa sui rischi e le conseguenze della Ru486, come della proliferazione dell’aborto o delle tecniche di manipolazione della vita, ha fatto maturare una nuova coscienza diffusa. Una lezione, quella australiana, che deve far pensare. Le barricate ideologiche non portano da nessuna parte. La difesa della persona e della vita umana è troppo importante per procedere secondo logori e datati schemi precostituiti. L’opinione pubblica chiede di essere informata in maniera nuova, seria e approfondita, su temi che coinvolgono non solo l’etica o la salute del corpo, ma l’essenza stessa dell’umano. E se c’è informazione, il cambio di rotta culturale è evidente. Come in Australia.


Avvenire 4 marzo 2006