(Avvenire) Introdotta la causa di beatificazione di Papa Luciani

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I SANTI DEL TERZO MILLENNIO
Albino Luciani verso gli altari. Domenica la solenne cerimonia per l’insediamento del tribunale diocesano È il terzo bellunese per cui è in corso la causa di beatificazione

«Santi dell’ordinario»
Le parole di Luciani esempio per l’oggi


Il vescovo Savio ha aperto domenica a Belluno, alla presenza del cardinale Martins, la causa di beatificazione di Giovanni Paolo I richiesta anche da oltre 300 mila fedeli


Da Belluno Francesco Dal Mas


«Cari presbiteri, non trattenete nessuna delle vostre energie, ridonatele: il nostro riposo è il paradiso». Sulla scorta dell’esempio pastorale di Albino Luciani, il vescovo di Belluno – Feltre, Vincenzo Savio, ha aperto il processo diocesano di canonizzazione di Giovanni Paolo I, originario delle Dolomiti, richiamando la sua Chiesa ad un supplemento di testimonianza. «Nell’impegnativo quotidiano lavoro pastorale delle nostre comunità – ha infatti raccomandato il presule – questo processo, anziché essere un ulteriore aggravio, lo potremo vivere come valore aggiuntivo di grazia».
Solenne la cerimonia d’insediamento del tribunale diocesano, domenica scorsa nella basilica cattedrale di Belluno. Ma nello stesso tempo sobria, essenziale, secondo lo stile di Luciani, orientata verso nuove prospettive d’impegno evangelico, piuttosto che a rinchiudere i numerosi fedeli presenti nella memoria e nella festa. C’erano il cardinale Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi, il vescovo di Vittorio Veneto, Alfredo Magarotto, una delegazione del patriarcato di Venezia, in testa monsignor Orlando Barbaro, un numeroso gruppo di parenti di Luciani, tra cui il fratello Edoardo, e gli ex segretari. La basilica è esplosa in un applauso quando il vescovo ha risposto affermativamente alla richiesta del postulatore ad interim, monsignor Giorgio Lise, di disporre l’apertura dell’inchiesta diocesana sulla vita, sull’esercizio delle virtù cristiane e sulla fama di santità del servo di Dio, Giovanni Paolo I. «Là dove il Signore ci chiederà di avanzare, noi ci inoltreremo – aveva detto Savio introducendo la liturgia, prima dell’invocazione del Veni Creator -. Ci fermeremo dove Egli c’inviterà a fermarci. Se quanto Dio vuole è che egli sia testimone riconosciuto e proponibile di santità al mondo, noi saremo contenti di servire questa intenzione divina».
Più di 300 mila i fedeli, in tutto il mondo, che in vario modo, hanno espressamente sollecitato l ‘apertura della causa di beatificazione. «Ne sarebbe rimasto sorpreso, per il suo carattere schivo, anche mio fratello», ha commentato Edoardo Luciani. E il cardinale Martins ha ripetutamente fatto memoria di quanto il candidato agli altari andava ripetendo sulla santità. «Il primo canonizzato, il primo uomo proclamato davanti a tutta la gente santo, è stato un ladrone», scriveva l’allora patriarca di Venezia nel 1976, a ricordo del beato Leopoldo Mandic. E in un’udienza generale, da papa, diceva: «Il Signore ci vuole totalitari nella vita di santità, ma non occorre che tu faccia cose straordinarie; fa le cose che fanno tutti, soltanto cerca di farle santamente». «Non vi è alcuna opposizione – ha sottolineato con forza Martins – tra santità e umanità». Da qui l’insistenza del vescovo di Belluno perché questa sia l’occasione per riscoprire la santità ordinaria. Per altri bellunesi, fra l’altro, sono già in corso le cause per la beatificazione: padre Felice Cappello, gesuita, e padre Romano Bottegal, trappista. Una santità ordinaria che passa attraverso un nuovo impegno di evangelizzazione.
«Papa Luciani sembra ricordare – ha specificato al riguardo monsignor Savio – che dal nostro vocabolario deve essere escluso il termine “ormai”, denuncia della vittoria dello scoraggiamento sulla speranza. Per Dio e i suoi amici non c’è parola che possa essere definitiva, se non la parola dell’amore, della possibilità di aprirsi all’amore e alla riconciliazione con la vita». Magari vivendo la virtù dell’umiltà con lo spirito di Luciani (ne aveva fatto anche il suo motto). «Umiltà – ha spiegato Savio – come lotta alla volontà diffusa e condizionante di apparire anziché di essere e che nel vangelo brucia sulle labbra di Gesù in quella terribile condanna che è l’ipocrisia». Ma anche l’umiltà «come fede nell’amore incrollabile di Dio per gli uomini, capaci di attirarli verso di sé e di aiutarli così a vincere i loro dolori con coraggio e non soccombere alla disperazione».


Avvenire 25-11-2003