(Avvenire) In Sudan altro genocidio, già 30 mila morti

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LA CRISI IN SUDAN
Il ministro degli Esteri sudanese replica «Un intervento militare creerebbe un altro Iraq»


Washington denuncia: «Genocidio in Darfur»


Il Congresso americano spinge: embargo d’armi e sanzioni contro Khartum Ma non c’è ancora accordo all’interno delle Nazioni Unite


Di Paolo M. Alfieri


«Genocidio». Ha ormai una definizione precisa fissata su un documento ufficiale la tragedia del Darfur, la regione occidentale del Sudan sconvolta da oltre un anno dalla guerra civile. Sono stati i deputati americani del Congresso, in una risoluzione approvata ieri con 422 voti a favore e nessuno contrario, a sottolineare che «bisogna chiamare le cose con il loro nome», che il Sudan assomiglia troppo al Ruanda di dieci anni fa, che anche parlare di parlare di «crisi» o di «situazione difficile» non rende l’idea delle 30mila persone già brutalmente assassinate e delle centinaia di migliaia di profughi costretti ad abbandonare i loro villaggi per sfuggire alle continue violenze. Il Congresso ha quindi chiesto al presidente Bush di agire rapidamente, se necessario in modo «unilaterale». Washington ha però chiarito che la via diplomatica, quella lastricata di pressioni al governo sudanese – accusato da più parti di coprire gli attacchi delle milizia arabe Janjaweed contro i civili – è ancora percorribile. Il governo Usa ha infatti presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una risoluzione in questo senso. Un testo in cui si minacciano sanzioni contro Khartum se non metterà i Janjaweed in condizioni di non nuocere e in cui viene chiesto alla comunità internazionale l’embargo sulle forniture di armi dirette in Sudan. La risoluzione Usa ha trovato subito il sostegno di Gran Bretagna, Germania e Francia, ma non ci sono certezze sul fatto che il testo venga approvato dal Consiglio di sicurezza, almeno nella sua versione originale. Dal Palazzo di Vetro di New York, sede delle Nazioni Unite, si fanno insistenti le voci di resistenze di Cina e Russia – due Paesi con diritto di veto –, che sarebbero pronti a bloccare in particolare la proposta sull’embargo di armi. Lo stesso segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, ha frenato sulla risoluzione, ammettendo di «non essere sicuro del consenso entusiasta di tutti i membri del Consiglio di sicurezza all’iniziativa avanzata dagli Usa». Incerto anche l’invio in Darfur di una forza multinazionale. Un intervento contro il quale si è già scagliato il ministro degli Esteri sudanese Mustafa Osman Ismail, che ha intimato Washington e Londra di non interferire militarmente con la politica di Khartum nella regione. «Forze militari straniere sarebbero viste dalla popolazione come forze di occupazione», ha detto Ismail, che ha ipotizzato per il Darfur lo stesso drammatico scenario che stanno affrontando le forze anglo-americane in Iraq. Intanto la situazione sul terreno è ancora tesissima. I ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem) – uno dei due gruppi armati che si oppone al governo di Khartum – hanno denunciato ieri altri due attacchi condotti questa settimana dai miliziani Janjaweed, durante i quali avrebbe perso la vita almeno una cinquantina di civili. Il Jem ha quindi chiesto un intervento efficace della comunità internazionale, affinchè essa «sia testimone di ciò che accade, giorno dopo giorno, in Sudan».


(Avvenire 24-7-2004)