(Avvenire) In Kosovo stanno distruggendo le antiche testimonianze cristiane

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Un mese fa, durante gli scontri tra albanesi e minoranza serba, trenta chiese e monasteri furono assaliti e dati alle fiamme in Kosovo Viaggio nel patrimonio religioso e artistico di una terra contesa da secoli. E che la comunità internazionale ha troppo a lungo dimenticato

La passione del Kosovo

Negli ultimi anni presi di mira oltre 130 edifici cristiani
L’inutile tentativo delle suore di salvare il monastero di Devic (XV secolo)
A fuoco San Nicola a Pristina, già oggetto di frequenti lapidazioni


Di Aleksandar V. Stefanovic

E’ passato un mese, ma le ferite sono ancora aperte. Non solo per la tensione che ancora regna in quei luoghi, ma anche per i danni arrecati a edifici che sono «memoria storica». Nel cuore dei Balcani, tra il 17 e il 19 marzo, sono stati colpiti monasteri e chiese cristiani, alcuni dei quali autentici gioielli d’arte, di cultura e di fede. Una decina di giorni dopo l’incendio che aveva devastato il santuario più caro al popolo serbo – il monastero del Monte Athos-Chilandari (XI secolo), tesoro di rilevanza culturale mondiale – folti gruppi di albanesi, pur in presenza di truppe della Nato e di polizia internazionale, hanno bruciato, danneggiato o abbattuto trenta edifici religiosi cristiani, che vanno ad aggiungersi a decine di luoghi di culto danneggiati in precedenza (spesso con scarse possibilità di recupero), cuore del patrimonio religioso e civile degli slavi del Sud e dell’intero mondo cristiano, frutto di un millennio di pio, orgoglioso e faticoso lavoro dei fedeli che hanno edificato quei luoghi e li hanno abbelliti con stupendi affreschi ed icone, paramenti e oggetti sacri.


Un desiderio non esaudito.


Le devastazioni sono cominciate il 17 marzo a Prizren, antica capitale del Regno serbo, in cui successivamente all’ultimo esodo non sono rimasti che 60 serbi, prevalentemente anziani, desiderosi di finire i loro giorni terreni rimanendo nelle loro case, all’ombra delle loro vetuste chiese e dei conventi. Ma questo pio desiderio non è stato esaudito. In tre giorni Prizren è rimasta priva di tutti i suoi luoghi di culto cristiano-ortodossi, e soprattutto è stata bruciata la cattedrale della Madonna di Ljevisa, una delle più belle chiese medioevali, eretta nei primi anni del XV secolo sui ruderi di una basilica di tre navate del X secolo, risparmiata da tanti invasori in epoche precedenti. Uno dei luoghi-simbolo di Prizren era il monastero dei Santi Arcangeli, fatto costruire negli anni dal 1343 al 1352 dall’imperatore Dusan. Secondo i resoconti dei monaci testimoni oculari del rogo, «i soldati tedeschi il cui dovere era di custodirlo e difenderlo, non hanno mosso un dito per salvarlo, permettendo agli albanesi di bruciarlo» insieme alla cappella adiacente di San Nicola di Zica; è stato demolito il campanile e ridotta in cenere l’officina del monastero con le pregiatissime croci; profanata la tomba dell’imperatore e rotta la lapide. A Prizren e dintorni sono state distrutte altre chiese del XIV secolo, l’Arcivescovado, il Seminario dei santi Cirillo e Metodio. Insomma, non si è salvato quasi nessun luogo sacro.


Commovente è stata la lotta delle suore del monastero Devic, del XV secolo, dedicato alla Purificazione della Vergine, che hanno tentato di salvarlo a ogni costo. Prima dall’assalto finale, i soldati danesi che avrebbero dovuto presidiare il monastero, hanno convinto le monache ad abbandonarlo perché le loro vite erano in pericolo. Angelina, la più anziana, rispose che piuttosto sarebbe morta accanto al tumulo del santo taumaturgo Gioanicchio di Devic. Infine gli assalitori l’hanno presa con l’inganno, fermandola in un camioncino della Kfor, dopodiché il santuario è stato dato alle fiamme.


I soldati italiani.


Quello che molti definiscono il vero scopo delle aggressioni – la sparizione di ogni traccia della presenza serba e cristiana su queste terre – si è potuto vedere a Djakovica dove è stata rasa al suolo la chiesa dell’Ascensione. Va detto che le forze italiane della Kfor si sono fieramente opposte per salvare il luogo sacro, anche se hanno dovuto ritirarsi (prendendo con loro e salvando le quattro vecchiette che custodivano la chiesa) quando migliaia di albanesi hanno attaccato armati di mitragliatrici automatiche, bombe a mano e molotov. La chiesa si trovava nel centro della città, in posizione difficile da difendere, circondata com’era da numerose case, dalle quali gli assalitori sparavano ai soldati italiani.


Nei giorni che hanno preceduto questi attacchi le autorità locali di Djakovica si sono date da fare per sgombrare i resti della chiesa della SS. Trinità, precedentemente distrutta. Sullo spazio svuotato di 3.000 metri quadrati verrà edificato un parco. Tantissime erano le mani albanesi che si sono prodigate per portare via quanto potesse testimoniare che lì sorgeva una chiesa cristiana; le pietre della costruzione sono state gettate nel fiume Crena, nel centro della città.


A Pristina è stata messa a fuoco la chiesa di San Nicola, che nel recente ma prolungato passato è stata oggetto di quotidiana lapidazione. La chiesa omonima di Kosovo Polje, nonché la chiesa di Santa Caterina vicino a Bresje, sono state bruciate. A Vucitrn, in seguito al lancio di bombe molotov, è andata in fiamme la chiesa di Sant’Elia. Nel settore sud di Kosovska Mitrovica è stata bruciata la chiesa di San Sava, e così via nella città di Pec, secolare sede dei patriarchi ortodossi serbi cristiani, a Belo Polje, Obilic, Stimlje, Brnjak (Orahovac), Donja Slapasnica, Gnjilane, Vitina, Draganc e altre.


Granate sui monasteri.


Anche monumenti universalmente riconosciuti per il loro valore storico e culturale – come i monasteri di Decani (sulla lista dei candidati alla tutela dell’Unesco) e Pec – sono stati oggetto di minacce e oggetto di numerosi colpi di granata sparati dai boschi vicini. Fortunatamente la voce del generale Alberto Primiceri, comandante italiano della brigata multinazionale Sud-Ovest, si è levata ad ammonire che il Patriarcato di Pec, i Visoki Decani e altri luoghi sacri ortodossi sotto la sua tutela e protezione saranno tutelati come merita il loro valore artistico e religioso.




Avvenire 13/04/2004