(Avvenire) Imprigionato in Cina il vescovo Wei Jingyi

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“Avvenire”, 18 settembre 2002

Il presule della «Chiesa clandestina», fedele cioè al Papa, è stato
arrestato in una città della Manciuria

Di Nello Scavo La polizia della Cina del nord ha arrestato monsignor Wei Jingyi, vescovo
della Chiesa cattolica «clandestina». Il presule è stato incarcerato lo
scorso 9 settembre, ma la notizia è riuscita a filtrare solo ieri. Secondo
quanto riferisce la Kung Fundation di Stamford, che dagli Stati Uniti segue
le drammatiche vicende della Chiesa cattolica nella Cina popolare, monsignor
Jingyi – 44 anni e già segretario della Conferenza dei vescovi della Chiesa
non riconosciuta dalle autorità – è stato fermato a Qiqihar, città della
Manciuria nella provincia del Heilongjian (regione di Nord-est). Fino a
questo momento non ci sono altri dettagli sull’arresto. Né è stato possibile
mettersi in contatto con la polizia cinese di Qiqihar. Assoluto silenzio
viene anche da alcune sedi diplomatiche della Cina popolare in Europa.
In passato monsignor Wei Jingyi ha subito più volte la condanna ai lavori
forzati: prima dal 1987 al 1989 e successivamente per altri due anni, dal
1990 al 1992. I segnali di un improvviso giro di vite contro la Chiesa
cattolica non riconosciuta (ne esiste una “ufficiale”, vicina al governo e
perciò definita «patriottica») erano stati registrati appena lo scorso
luglio. Un tribunale della provincia di Hebei, vicino Pechino, aveva
condannato tre preti cattolici ad essere internati per tre anni. Colpevoli
di «attività di culto» – era stato il verdetto – che minacciano la stabilità
sociale della Repubblica.
«Attualmente tutti i 50 vescovi della Chiesa cattolica romana clandestina
sono stati messi in prigione, si trovano agli arresti domiciliari o vivono
sotto stretta sorveglianza», ha dichiarato un portavoce della Fondazione
cardinale Kung, precisando che tra i presuli non ancora imprigionati alcuni
sono costretti a nascondersi. Nulla invece si sa di quasi 40 credenti
arrestati tra cui due vescovi. Intanto si susseguono le incarcerazioni,
confermando l’esistenza di una campagna pianificata per costringere la
comunità cattolica cinese, fedele al papa di Roma, ad aderire alla
«Associazione della Cina cattolica patriottica», sostenuta dallo Stato
comunista.
Recenti stime calcolano che su 1 miliardo e 200 milioni di abitanti, in Cina
i cattolici siano 12 milioni in 138 diocesi: 79 sono i vescovi «ufficiali»
della Chiesa governativa, 49 quelli della Chiesa «clandestina»; 1.200 i
sacerdoti «ufficiali», mille i clandestini; 2.150 le religiose «ufficiali»,
1.500 quelle fedeli a Roma; circa 1.500 i religiosi «riconosciuti» e mille i
«clandestini».
Sulla carta il regime permette la libertà di culto, ma riconosce solo
l’autorità delle organizzazioni “statali”. Precisa infatti la Costituzione:
«Le istituzioni religiose e gli affari religiosi non sono soggetti ad alcuna
dominazione straniera». E il Vaticano, secondo la dittatura comunista di
Pechino, è considerato tale.