(Avvenire) Il rapporto 2009 di ACS sulla libertà religiosa

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Avvenire 9 Dicembre 2009
Rapporto sulle persecuzioni religiose
Un mondo d’intolleranza: dilaga la cristianofobia

C’è un popolo, un grande e immenso popolo che ogni giorno vede aumentare la sua sofferenza in quanto gli viene negato un diritto fondamentale, quello della libertà religiosa. È un popolo che raramente fa notizia, salvo alcuni casi eclatanti. È più vasto di una nazione e non è circoscritto a un’etnia particolare. Sono i cristiani perseguitati nel mondo, un’emergenza sempre più grave di cui solo recentemente opinione pubblica e autorità politiche hanno iniziato ad accorgersi. Discriminazioni, minacce, violenze e uccisioni nei riguardi dei cristiani hanno registrato un’escalation impressionante in Medio Oriente, in India e in molti altri Paesi. Ma il nostro è un tempo che divora rapidamente tutto e poi tende a dimenticare, a girar pagina.

C’è chi invece si prende cura di raccoglierle una per una, presentandoci un bilancio completo e dettagliato delle persecuzioni dei cristiani. Si tratta del "Rapporto sulla libertà religiosa" che viene pubblicato ogni anno dall’associazione Aiuto alla Chiesa che soffre. Nel Rapporto 2009, diffuso ieri, si afferma che «il 75 % delle persecuzioni religiose colpisce le comunità dei cristiani».

La presenza di questi fedeli, circa due miliardi di persone in tutto il pianeta, cresce soprattutto nei Paesi del Terzo Mondo. Ed è proprio in queste aree che stanno aumentando in modo allarmante gli episodi d’intolleranza, spesso violenta e sanguinosa, contro i seguaci di Cristo, vittime inermi dell’odio e del fanatismo. Accanto alle misure oppressive basate sull’ideologia ateista contraria a ogni religione, come ad esempio avviene nella Cina comunista, si sta allargando il fronte di quei Paesi dove si sono imposte ideologie che dicono sì ad un’unica religione, escludendo o limitando fortemente l’esercizio delle altre, qualificate come straniere o addirittura nemiche dell’identità nazionale.

La situazione più preoccupante è quella dell’Iraq dove «il futuro del cristianesimo è minacciato in maniera massiccia» e la comunità dei credenti, segnata da una lunga scia di sangue, può essere definita «una vera e propria Chiesa di martiri». Qualche miglioramento viene segnalato in India, nella regione dell’Orissa, teatro di pogrom anti-cristiani culminati nell’estate dello scorso anno. Ma le persecuzioni si sono fatte più intense in Pakistan, in Nigeria e anche in Egitto. Perfino in America Latina, continente tradizionalmente cristiano, ci sono caudillos che agiscono contro la Chiesa cattolica.

Ne risulta che oggi il cristianesimo è la religione più perseguitata nel mondo. Siamo di fronte a una "cristianofobia" che dovrebbe essere combattuta «almeno con la stessa determinazione con cui si condannano l’antisemitismo e l’islamofobia», come aveva ammonito qualche tempo fa il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti. Ne ha preso atto finalmente anche l’Unione Europea che, in concomitanza con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, ha riaffermato il suo impegno a combattere tutte le forme d’intolleranza legate alla fede e a tutelare «le minoranze religiose».

Un impegno che acquista ancor più significato nel contesto di quella sottile strategia di svuotamento della tradizione cristiana che ha ispirato la recente sentenza della Corte di Strasburgo. C’è chi preferisce eliminare i simboli religiosi in casa propria chiudendo gli occhi di fronte al tentativo di cancellare la realtà delle minoranze cristiane in molte parti del mondo. Parlano di libertà ma dimenticano che quella religiosa rappresenta il primo e fondamentale diritto dell’uomo. Siamo ancora capaci di un sussulto corale d’indignazione quando viene calpestata?

Luigi Geninazzi