(Avvenire) Il rabbino di Roma che si convertì al cattolicesimo

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Esce l’autobiografia di Eugenio Zolli, che nel 1945 si convertì al cristianesimo

Era a capo della comunità ebraica di Roma: il libro arriva in Italia dopo 50 anni dalla pubblicazione in Usa e fa chiarezza su una vicenda storica che ha alimentato polemiche

Di Gian Maria Vian

Chi era Eugenio Zolli? Rabbino capo di Roma dalla fine del 1938, sei anni
dopo – nel primo autunno dopo la liberazione di Roma dall’occupazione
tedesca – si convertì al cattolicesimo, e il 13 febbraio 1945 fu battezzato
con il nome di Eugenio, quello del papa allora regnante (Pio XII, Eugenio
Pacelli). L’episodio fu clamoroso: esecrata dagli ebrei, la figura di Zolli
divenne in qualche modo un simbolo controverso e polemico, certamente non
per sua volontà, anche per gli eventi tragici che avevano colpito la
comunità ebraica romana. Polemiche rinfocolate dall’autobiografia di Zolli,
che uscì nel 1954 negli Stati Uniti, in un periodo in cui numerose erano le
conversioni di protestanti ed ebrei alla Chiesa cattolica.

Qui l’anno prima era stato invitato per una serie di conferenze bibliche,
con evidenti intenzioni apologetiche. In questo contesto uscì, con
l’autorevole prefazione del delegato apostolico a Washington Amleto Giovanni
Cicognani, il suo lungo e sofferto racconto autobiografico, intitolato
Before the dawn, mai pubblicato in Italia, e che esattamente mezzo secolo
dopo, con lo stesso titolo (Prima dell’alba, San Paolo, 284 pagine, 16
euro), è finalmente da oggi in libreria.

L’interesse per la controversa figura del rabbino convertito si è ogni tanto
riacceso, soprattutto per strumentali polemiche. Generalmente rimosso in
ambito ebraico, Zolli quasi scomparve anche tra i cattolici dopo gli anni
del concilio Vaticano II e durante la stagione del dialogo con l’ebraismo,
evidentemente perché la complessa figura del convertito imbarazzava. Ma
proprio il recente intensificarsi delle relazioni tra cattolici ed ebrei ha
posto le premesse per un interesse nuovo nei confronti di Israel Zoller
(questo il suo nome originario). Sintomatico fu così tre anni fa il successo
in Francia di un libretto, appassionato quanto modesto, di un’ebrea divenuta
cattolica: tradotto nel 2002 in italiano, con un titolo per la verità
infelice (Judith Cabaud, Il rabbino che si arrese a Cri sto, San Paolo), il
racconto della vita di Zolli ha venduto moltissimo nonostante il silenzio
della grande stampa.

Solo ora però, grazie a questo bellissimo libro, la figura del rabbino
divenuto cattolico – al di là di ingiuste polemiche da parte ebraica e di
devote enfasi da parte cristiana – si delinea nella sua affascinante (e
dolorosa) complessità per essere restituita alla storia. Fin dal recupero
del testo originale italiano, finora inedito, e che è stato curato molto
bene sul dattiloscritto originale da Alberto Latorre, con due brevi scritti
del nipote di Zolli, Enrico de Bernart, che si sofferma soprattutto su due
punti scottanti del racconto: il comportamento del nonno durante i tragici
mesi dell’occupazione nazista e il rapporto del rabbino divenuto cattolico
con Pio XII.

Zolli non doveva essere una persona che attirasse simpatie, come traspare da
un cenno riferito alla nomina a rabbino capo di Trieste: «Io so meglio amare
che farmi amare». Colpito precocemente da dolori familiari, il giovane ebreo
polacco era uno studioso riservato e tormentato, non facile ai rapporti
umani, benché sensibilissimo e attento alla psicologia (e persino alla nuova
scienza psicanalitica). Di temperamento riflessivo e mistico – splendide ed
emozionanti sono alcune pagine – il rabbino capo di Roma fu tuttavia molto
più consapevole dei maggiori esponenti laici della comunità romana
dell’imminente disastro, che tentò invano di evitare. Proprio le
incomprensioni con questi (Dante Almansi e Ugo Foà) spiegano le ingiuste
accuse di abbandono che furono rivolte a Zolli e tuttora pesano sulla sua
memoria.

Israel volle essere battezzato con il nome di Eugenio, ma non si convertì –
scrive lo stesso Zolli – «in segno di riconoscenza per gli innumerevoli atti
di carità da parte di Pio XII». Premettendo però, con parole calibratissime,
che «nessun eroe della storia ha mai comandato un esercito più combattivo,
più combattuto e più eroico di quello che fu guidato nella battaglia
condotta d a Pio XII in nome della carità cristiana».

Scritto fin dal 1947, il racconto di Eugenio Zolli è soprattutto il racconto
di una passione per Dio, in Cristo, ricevuto – scrisse in un capitolo
conclusivo che compare solo nel testo inglese e dov’è riferita una visione
mistica di poco precedente la conversione – «con il medesimo sentimento con
cui si riceve un membro della propria famiglia o una persona amata in quanto
in stretta confidenza».

Avvenire 13/02/2004