(Avvenire) Il genocidio ucraino di Stalin

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VICENZA
Otto milioni di morti nei massacri degli anni Trenta Un convegno analizza la carestia «governata» dal dittatore Stalin per sterminare i piccoli proprietari


Ucraina, le colpe della «grande fame»



Di Gianni Santamaria

Si squarcia il sudario della memoria che per tanto tempo ha gravato sulla «grande fame». 8 mesi tra 1932 e 1933 che fecero milioni di morti (le cifre variano, ma si parla di almeno otto) in Ucraina, ma anche nel Caucaso settentrionale, nel Volga e nel Kazachstan. E sulle responsabilità dirette del regime staliniano nella politica che scientemente condusse al massacro nell’ambito della dekulakizzazione (l’eliminazione dei piccoli e medi contadini proprietari). Nel 70° dai fatti si sono moltiplicati studi e convegni. Da domani se ne tiene uno internazionale a Vicenza, su iniziativa dell’Istituto per le ricerche di storia sociale e religiosa (vedi programma a fianco). La «grande fame» fu un evento tragicamente epocale, purtroppo non unico nella storia dell’ex Urss e di Paesi comunisti come la Cina. E «senza una piena coscienza della grande carestia la comprensione del XX secolo è semplicemente impossibile», è l’opinione di uno dei relatori, Andrea Graziosi dell’Università di Napoli. Fu un crimine contro l’umanità che getta una sinistra luce sul regime sovietico e al tempo stesso è la prova provata che la menzogna è stata un tarlo in un sistema dominato dalla paura. Anche chi ha tentato un’operazione verità (come, con varie motivazioni, Kruscev aveva cominciato a fare) «ha dovuto scoprire conti che non si potevano saldare». Ettore Cinnella (Università di Pisa) indagherà il carteggio tra Stalin e i suoi collaboratori da cui – nonostante le uscite a singhiozzo dei documenti dagli archivi ex sovietici e il doveroso procedere della libera ricerca – emerge un dato chiarissimo: «Il ruolo demiurgico avuto da Stalin nella progettazione e nella messa in atto della collettivizzazione». Colpito fu un intero popolo, in tutte le sue dimensioni, compresa quella religiosa. Delle agitazioni contadine venne incolpata la Chiesa ortodossa. «Non fu un caso quindi, – sostiene Simona Merlo dell’Università Cattolica – che le repressioni dei contadini fossero accompagnate da un inasprimento della lotta contro la Chiesa». L’evento rappresentò una ferita spirituale fortissima. Della quale si sentono ancora gli effetti. Una studiosa dell’Università di Kiev – racconterà al convegno l’ucrainista Sante Graciotti – ha sguinzagliato 165 studenti in varie aree del Paese per intervistare 900 persone. Da esperienze personali o ricordi familiari è emerso – ancora 70 anni dopo – un quadro da tregenda: requisizioni, rapine, fame, morti, cadaveri insepolti, casi di cannibalismo. «Qui cogliamo – sottolinea Graciotti – gli effetti disastrosi della fame anche sulla psiche, oltre che sul senso morale, l’alienazione mentale oltre che quella etica. Il terrore fece tutt’uno con la sofferenza fisica per annientare l’uomo e calarlo a livello subumano». Yuri Scherbak, ambasciatore di Ucraina in Canada (dove risiede una forte comunità in diaspora), cercherà di tracciare un’eredità morale di quegli eventi. C’è ancora chi li nega, come i parlamentari comunisti del Paese. Ma il solo accenno a una crisi del grano per il raccolto di quest’anno ha generato quasi una psicosi nella «memoria genetica» del popolo. Per il diplomatico il genocidio dovrebbe, invece, assumere il suo posto tra i grandi massacri del Novecento ed essere di monito per il presente. Sul ruolo svolto dalla comunità di ucraini in Nordamerica nel risvegliare l’interesse sull’argomento parlerà lo storico Stanislav Kulchytskiy, che tratterà del dibattito svoltosi alla fine degli anni Ottanta, anni cruciali per la fine del sistema al di là della Cortina di ferro.


Avvenire 16-10-2003