(Avvenire) Il congresso del Pcc e le religioni

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“Avvenire”, 15.11.02

Ma a Pechino resta il silenzio

Nelle 60 pagine del discorso di Jiang Zemin e nelle tematiche del Congresso
non si riesce a trovare nulla sulla libertà religiosa

Bernardo Cervellera
Il XVI Congresso del Partito comunista cinese passerà alla storia per aver
aperto ai ricchi le porte della leadership. La teoria delle “Tre
Rappresentanze” di Jiang Zemin, accettata dal Congresso, esige ormai che il
Pcc sia “rappresentante delle forze più produttive” del Paese e quindi degli
imprenditori e dei professionisti. La mossa ispirata a pragmatismo, fa
girare l’orologio della Cina a prima di Marx e Lenin. I ricchi, chi
possiede, ha detto Jiang nel suo discorso-fiume, non vanno visti come
oppositori della classe operaia.
Avremmo sperato naturalmente che il Congresso dicesse qualcosa sulle
religioni: in questo vento di cambiamenti, poteva anche scapparci qualche
affermazione sulla libertà religiosa. E invece niente. Nelle 60 pagine del
discorso di Jiang Zemin e fra le tematiche del Congresso non si riesce a
trovare nulla, al di fuori del rafforzamento dell’economia e del Partito.
Unico appiglio, una frase in cui il governo si propone di dare “uguale imp
ortanza alla civiltà materiale e spirituale”. Tutto questo rimane nella
tradizione. Al Congresso di 5 anni fa , Jiang Zemin – in un intervento di 50
cartelle – aveva citato almeno una volta la parola “religione”, ma per dire
subito che “religioni e gruppi etnici” devono sottostare alla guida del
partito. Il messaggio torna quest’anno: dopo aver affermato che occorre dare
“uguale importanza alla civiltà materiale e spirituale”, egli si affretta a
spegare che si deve “assicurare la stabilità della nazione e….perseverare
nell’assoluto potere del Partito sull’esercito”. Che è come dire: non si dà
libertà al di fuori dell’egemonia del Partito Comunista.
Lo scorso dicembre, a Shenzhen, Pan Yue, vice-direttore dell’Ufficio statale
per le riforme strutturali, chiedeva con energia che il partito abbandoni la
visione marxista della religione come “oppio dei popoli”. E sottolineava che
l’interesse religioso è “filosofico e non politico” e dovrebbe quindi essere
esente dal controllo capillare del partito. Nello stesso periodo Jiang Zemin
suggeriva che non solo i capitalisti, ma anche i credenti possono diventare
membri del Partito. Nella sua prolusione a un convegno sulle religioni, egli
confessava che “le religioni esisteranno nel socialismo [ancora] per lungo
tempo”. E pur ricordando i principi ateisti del partito, egli ha aggiunto:
“Chiedere alle religioni di adattarsi al socialismo non significa che
chiediamo al personale religioso e ai credenti di abbandonare la loro fede”.
Di tutta questa discussione, che pure ha fatto scalpore nei media cinesi,
non si trova traccia nel Congresso.
Forse si dirà che i tempi non sono maturi, ma resta il fatto che mentre il
Pcc è pronto a mandare Marx in soffitta dal punto di vista ideologico, non è
pronto a lasciare che nella società vi siano soggetti ulteriori rispetto al
Partito comunista.
In quest o modo la stessa teoria delle rappresentanze rischia di essere
falsa. Essa infatti afferma che il Partito, oltre che voce dei ricchi, deve
essere voce “delle forze culturali più vicaci e degli interessi della
maggioranza della popolazione cinese”. La religione è proprio uno di questi.
Secondo dati ufficiali in Cina vi sono 100 milioni di credenti. In realtà ve
ne sono molti di più. Stime approssimative dicono che oltre il 60 per cento
dei cinesi ha qualche devozione o fede. Ma mentre gli imprenditori hanno
mano libera di investire, produrre, licenziare, acquistare, le religioni,
anche quelle ufficiali, soffrono di un controllo serrato. La persecuzione
religiosa, con arresti e condanne, colpisce alcune migliaia di fedeli
sotterranei, ma umilia centinaia di milioni di fedeli, costretti a
constatare che il partito-stato è nemico della loro fede.
Una parola chiara del Congresso sulla libertà religiosa era dovuta. Ma per
ora il Partito si affida solo al dio-economia, alla sola “civiltà
materiale”. Eppure la libertà religiosa converrebbe alla stessa economia:
procurerebbe simpatia all’estero, creatività e solidarietà all’interno,
divenendo fonte di moralità per una società caratterizzata da un alto tasso
di suicidi e da un altissimo tasso di corruzione.