(Avvenire) Il Vaticano II: un concilio diverso

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 Il Vaticano II nella storia dei Concili

di Walter Brandmüller

Il Vaticano II (1962-1965) è stato il Concilio dei superlativi. Mai nella storia della Chiesa un Concilio era stato preparato con tale intensità. Certo, anche il Vaticano I (1869-1870) fu ben preparato e probabilmente la qualità teologica dei suoi schemi preparatori era addirittura migliore. Ma il numero delle sollecitazioni e delle proposte inviate da tutto il mondo e la loro utilizzazione nel Vaticano II superarono quanto che vi era stato fino ad allora.

Il Vaticano II si è dimostrato visibilmente il Concilio dei superlativi già quando l’enorme numero di 2440 vescovi entrarono nella basilica di San Pietro. Se il Vaticano I con i suoi 642 padri circa aveva trovato posto nel transetto destro della basilica, ora aula conciliare era l’intera navata centrale: in meno di un secolo la Chiesa era divenuta davvero mondiale. E mai si era verificato, come nel 1962, che un migliaio di giornalisti di tutto il mondo fossero accreditati al Concilio. Così il Vaticano II è stato anche il Concilio più conosciuto di tutti i tempi, divenendo un evento mediatico mondiale di prima grandezza. Infine, delle 1135 pagine che racchiudono i decreti dei venti Concili ecumenici, il Vaticano II ne occupa da solo ben 315, molto più di un quarto.

Altre particolarità di questo Concilio sono da rilevare. I Concili esercitano le supreme funzioni magisteriali, legislative, giudiziarie, “sotto e con il papa”, al quale tutte queste funzioni spettano anche senza Concilio. Ma non tutti i Concili hanno esercitato ciascuna di queste funzioni. Se il primo Concilio di Lione (1245) ha emanato leggi e agito come tribunale, con la scomunica e deposizione dell’imperatore Federico II, il Vaticano I non ha giudicato né legiferato, ma ha deliberato esclusivamente su questioni di dottrina. Il Concilio di Vienne (1311-1312) invece ha giudicato, emanato leggi e deciso su questioni di fede, e lo stesso hanno fatto i Concili del XV secolo.

Il Vaticano II invece non ha giudicato né emanato leggi e neppure deliberato in modo definitivo su questioni di fede. Piuttosto ha realizzato un nuovo tipo di Concilio: un Concilio “pastorale”, che ha voluto avvicinare il Vangelo al mondo di oggi.

In particolare non ha espresso condanne dottrinali, come sottolineò Giovanni XXIII nel discorso di apertura: “La Chiesa si è sempre opposta alle eresie. Spesso le ha condannate con la massima durezza”, mentre oggi “la Chiesa preferisce fare uso della medicina della grazia”, perché “crede che essa corrisponda alle esigenze dell’epoca attuale, preferendo dimostrare la validità delle sue dottrine piuttosto che esprimere condanne”. Ma alla luce degli sviluppi storici, il Vaticano II si sarebbe rivelato lungimirante se, sulle orme di Pio XII, avesse trovato il coraggio di condannare espressamente il comunismo.

Invece il timore di pronunciare condanne dottrinali e definizioni dogmatiche ha fatto sì che alla fine i testi conciliari risultino tra loro diversi. Così, per esempio, le costituzioni dogmatiche “Lumen Gentium” sulla Chiesa e “Dei Verbum” sulla rivelazione divina possiedono il carattere e la natura di documenti dottrinali, ma senza definizioni vincolanti, mentre secondo il canonista Klaus Mörsdorf la dichiarazione “Dignitatis Humanae” sulla libertà religiosa “prende posizione senza un contenuto normativo evidente”. I testi del Vaticano II possiedono quindi un grado molto diverso di obbligatorietà, e anche questo è un elemento nuovo nella storia dei Concili.

Se poi si paragona il Vaticano II con il primo Concilio di Nicea (325), con il Concilio di Trento (1545-1563) e con il Vaticano I tenendo conto delle rispettive conseguenze, salta agli occhi che dopo i due Concili Vaticani si è avuto uno scisma: nel 1871 quello dei “vecchi cattolici” per protesta contro le definizioni del primato e dell’infallibilità del papa, e nel 1988 quello dell’arcivescovo Lefebvre e dei suoi sostenitori. Per quanto appaiano opposti, i due movimenti concordano nel rifiuto dei legittimi sviluppi nella dottrina e nella vita della Chiesa, rifiuto fondato su un rapporto distorto con la storia. E dopo il Niceno I cominciarono lotte religiose che crebbero di asprezza e violenza per più di un secolo prima che al concilio di Calcedonia (451) s’imponesse la dottrina nicena. Si può fare un paragone anche con il Tridentino, che produsse una straordinaria fioritura missionaria, religiosa e culturale dell’Europa rimasta cattolica, il “miracolo di Trento” di cui ha parlato Hubert Jedin. Ma questa fioritura non si manifestò di colpo: concluso il Concilio, passò quasi un secolo prima che i suoi decreti dogmatici e di riforma mostrassero efficacia su larga scala.

Quasi ogni Concilio, e naturalmente anche il Vaticano II, per struttura, svolgimento e contenuto possiede la sua inconfondibile peculiarità; comune a tutti è però l’esercizio collegiale della suprema autorità dottrinale e pastorale. Dal punto di vista dei contenuti si tratta della presentazione, dell’interpretazione e dell’applicazione della tradizione, alla quale ogni concilio dà il suo contributo specifico. Questo non può ovviamente consistere in un’aggiunta di nuovi contenuti al patrimonio di fede della Chiesa. E neppure in un’eliminazione delle dottrine fino a quel momento tramandate. È piuttosto un processo di sviluppo, chiarimento e distinzione che si sta compiendo, con l’assistenza dello Spirito Santo, e attraverso questo processo ogni Concilio con il suo definitivo annuncio dottrinale s’inserisce come parte integrante nella tradizione complessiva della Chiesa. Per questo i Concili guardano sempre avanti, verso un annuncio dottrinale più ampio, più chiaro, più attuale, e mai all’indietro. Un Concilio non può contraddire i suoi antecedenti, ma solo integrare, precisare, proseguire. La situazione è diversa quando il concilio è organo legislativo: la legislazione infatti può, anzi deve, ogni volta, entro la cornice fornita dalla fede, inserirsi nelle concrete esigenze di determinate situazioni storiche, ed è quindi soggetta al cambiamento.

Tutto ciò vale anche per il Vaticano II. Anch’esso non è né più né meno che un Concilio fra gli altri, accanto e dopo altri, non al di sopra né al di fuori, ma all’interno della serie dei Concili generali della Chiesa. Questo si ricava dalla concezione che è alla base dell’istituzione conciliare, che anzi vede nella tradizione la sua stessa essenza. Questa convinzione genuinamente cattolica si riflette nella Definizione del Niceno II (787): “Poiché le cose stanno così, abbiamo in un certo senso imboccato la via maestra e abbiamo seguito la dottrina dei nostri padri ispirati da Dio e la tradizione della Chiesa cattolica; infatti essa ha origine, come sappiamo, dallo Spirito Santo che vive in essa”. Particolamente importante è l’ultima delle sue quattro condanne: “Se qualcuno respinge l’intera tradizione ecclesiastica, scritta o non scritta, sia scomunicato”.

Anche il Vaticano II riconosce la sua collocazione nel solco della tradizione. La quantità di richiami alla tradizione nei testi del Vaticano II è impressionante. Il Concilio accoglie diffusamente la tradizione citando i Concili precedenti, in particolare il Fiorentino (1439-1442), il Tridentino e il Vaticano I, le encicliche di numerosi papi, i Padri della Chiesa e i grandi teologi, primo fra tutti Tommaso d’Aquino.

Il cardinale Joseph Ratzinger, incontrando nel 1988 a Santiago i vescovi cileni, ha parlato di “un isolamento oscuro del Vaticano II” e ha detto:

“Alcune descrizioni suscitano l’impressione che dopo il Vaticano II tutto sia diventato diverso e che tutto ciò che è venuto prima non potesse essere più considerato o potesse esserlo soltanto alla luce del Vaticano II. Il Vaticano II non viene trattato come una parte della complessiva tradizione vivente della Chiesa, ma come un inizio totalmente nuovo. Sebbene non abbia emanato alcun dogma e abbia voluto considerarsi più modestamente al rango di Concilio pastorale, alcuni lo rappresentano come se fosse per così dire il superdogma, che rende tutto il resto irrilevante”, mentre “possiamo rendere davvero degno di fede il Vaticano II se lo rappresentiamo molto chiaramente così com’è: un pezzo della tradizione unica e totale della Chiesa e della sua fede”.

In effetti, negli anni postconciliari era di moda paragonare la Chiesa a un cantiere, in cui si facevano demolizioni e nuove costruzioni o ricostruzioni. Molto spesso nelle prediche l’ordine di Dio ad Abramo di andarsene dal suo paese era interpretato come un’esortazione alla Chiesa ad abbandonare il suo passato e la sua tradizione.

Al contrario, bisogna ribadire con nettezza che un’interpretazione del Vaticano II al di fuori della tradizione contrasterebbe con l’essenza della fede: la tradizione, non lo spirito del tempo, è l’elemento costitutivo del suo orizzonte interpretativo. Certo non può mancare lo sguardo sull’oggi. Sono i problemi attuali che richiedono risposte. Ma queste non possono venire se non dalla rivelazione divina, che la Chiesa tramanda. Questa tradizione rappresenta anche il criterio a cui ogni nuova risposta deve attenersi, se vuole essere vera e valida.

Su questo sfondo anche la distinzione così in voga tra “preconciliare” e “postconciliare” è molto dubbia sul piano teologico e su quello storico. Un Concilio non è mai un punto di arrivo o di partenza sul quale possa essere scandita la storia della Chiesa o addirittura la storia della salvezza. Un concilio è piuttosto un anello di una catena la cui fine nessuno conosce al di fuori del Signore della Chiesa e della storia. Non può mai introdurre una frattura nella continuità dell’azione dello Spirito.

Continuità ha che fare con prosecuzione. Ci sarà allora un Vaticano III? Non sorprende che si sia avanzata una richiesta di questo tipo, peraltro da parti tra loro opposte.

Secondo alcuni dovrebbe riunirsi un nuovo Concilio che finalmente realizzi la democratizzazione della Chiesa, consenta l’accesso ai sacramenti a coloro che dopo un matrimonio fallito hanno contratto una nuova unione, apra la strada al matrimonio dei sacerdoti e al sacerdozio femminile, e porti alla riunificazione dei cristiani divisi.

Altri pensano che la confusione e la crisi dell’irrequieto periodo postconciliare avrebbero bisogno urgentemente di un Vaticano III che metta ordine e faccia da guida.

Una cosa è certa: anche questo nuovo eventuale concilio – magari di Nairobi o di Mosca, Nairobiense o Moscoviense – si collocherebbe nel solco della tradizione e sarebbe solo un altro elemento di questa venerabile serie.

Il Vaticano II non è stato né l’inizio né la fine della storia conciliare e abbiamo il compito di realizzarlo, prima di parlare del futuro.


Avvenire 29-11-2005