(Avvenire) Il Papa: Eucaristia testamento d’amore

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Avvenire 18-4-2003

ECCLESIA DE EUCHARISTIA
«Quanti prendono parte alla celebrazione eucaristica non possono restare insensibili di fronte alle attese dei bisognosi»

Alla Messa in Coena Domini Giovanni Paolo II ha firmato l’enciclica sul mistero eucaristico, «dono grande per la Chiesa e per il mondo, mensa della concreta fratellanza». Raccolte offerte per le sofferenze dell’Iraq.

Da Roma Salvatore Mazza
Un «dono grande per la Chiesa e per il mondo». Questa è per ogni credente l’Eucaristia. E «proprio perché sia riservata sempre più profonda attenzione» a questo sacramento «ho voluto offrire all’intera Comunità dei credenti un’Enciclica, il cui tema focale è il Mistero eucaristico: Ecclesia de Eucharistia. Tra poco avrò la gioia di firmarla nel corso di questa Celebrazione che rievoca l’Ultima Cena, quando Gesù ci lasciò se stesso in supremo testamento d’amore. La affido sin d’ora in primo luogo ai sacerdoti, perché a loro volta la diffondano a beneficio dell’intero popolo cristiano».
Nei 25 anni di pontificato di Giovanni Paolo II, è un gesto che non ha precedenti quello che Papa Wojtyla ha compiuto ieri sera. Quando, di fronte ai fedeli che gremivano la basilica vaticana per la celebrazione della messa In Coena Domini, ha firmato con una penna stilografica nera, di fronte all’assemblea, il testo della sua quattordicesima Lettera Enciclica che gli era stato presentato dal sostituto della Segretaria di Stato monsignor Leonardo Sandri. Un atto solenne spiegato dallo stesso Pontefice, con le parole sopra riportate, nell’omelia della celebrazione che apre il Triduo pasquale, culminato secondo la tradizione nel rito della lavanda dei piedi. A officiarlo quest’anno è stato il cardinale segretario di Stato Angelo Sodano, mentre Papa Wojtyla è rimasto seduto sulla sedia collocata al centro della predella dell’altare maggiore.
«Ecco, mentre stanno cenando – ha spiegato Giovanni Paolo II durante l’omelia – Gesù si alza da tavola e incomincia a lavare i piedi ai discepoli. Pietro dapprima resiste, poi capisce ed accetta. Anche noi siamo invitati a capire: la prima cosa che il discepolo deve fare è di mettersi in ascolto del suo Signore, aprendo il cuore ad accogliere l’iniziativa del suo amore. Solo dopo sarà invitato a fare a sua volta quanto ha fatto il Maestro. Anch’egli dovrà impegnarsi a “lavare i piedi” ai fratelli, traducendo in ge sti d i servizio vicendevole quell’amore che costituisce la sintesi di tutto il Vangelo. Sempre durante la Cena, sapendo che è ormai giunta la sua “ora” – ha quindi proseguito il Papa – Gesù benedice e spezza il pane, poi lo distribuisce agli Apostoli dicendo: “Questo è il mio corpo”; ugualmente fa con il calice: “Questo è il mio sangue”. E comanda loro: “Fate questo in memoria di me”. Veramente vi è qui la testimonianza di un amore spinto “fino alla fine”. Gesù si dona in cibo ai discepoli per divenire una cosa sola con loro. Ancora una volta emerge la “lezione” che occorre imparare: la prima cosa da fare è aprire il cuore all’accoglienza dell’amore di Cristo. L’iniziativa è sua: è il suo amore che ci rende capaci di amare a nostra volta i fratelli. Ecco dunque: la lavanda dei piedi e il sacramento dell’Eucaristia: due manifestazioni di uno stesso mistero d’amore affidato ai discepoli “perché come ho fatto io, facciate anche voi».
Nel corso della celebrazione di ieri sera, lo offerte ra ccolte tra i fedeli sono state destinare per espresso desiderio del Papa alla popolazione irachena. L’Eucaristia infatti, ha spiegato Papa Wojtyla, «nella semplicità» dei suoi simboli – il pane e il vino condivisi – «si rivela anche quale mensa della concreta fratellanza. Il messaggio che da essa promana è troppo chiaro perché lo si possa ignorare: quanti prendono parte alla Celebrazione eucaristica non possono restare insensibili di fronte alle attese dei poveri e dei bisognosi. Proprio in questa prospettiva desidero che le offerte raccolte durante questa Celebrazione vadano ad alleviare le urgenti necessità di quanti soffrono in Iraq per le conseguenze della guerra. Un cuore che ha sperimentato l’amore del Signore si apre spontaneamente alla carità verso i fratelli»