(Avvenire) Il '68 italiano nacque dai cattolici

Socialismo

ANNIVERSARI Quarant’anni fa la primissima occupazione di quel periodo definito­ formidabile avveniva proprio nell’ateneo di Largo Gemelli. Ora dagli archivi salta fuori anche la foto inedita: con Capanna vestito da prete e il rettore preoccupato che lo sembri un po’ troppo…

Sessantotto
Tutto cominciò alla Cattolica

di
Roberto Beretta

Tutti
i protagonisti di quel ­caldo16 novembre 1967 erano ferventi cristiani:
un giovane venuto dall’Umbria con in tasca la presentazione del vescovo
(Mario Capanna), un rettore ex partigiano (Ezio Franceschini) e il
commissario di polizia che sgombrò le aule nella notte (Luigi Calabresi)


E alla
fine, la foto saltata fuori: proprio com’era stata descritta. In mezzo
c’é un giovanotto alto e magro, nerovestito, con microfono in mano:
evidentemente sta parlando via altoparlante al piccolo drappello di
giovani che lo circonda. In primo piano ma defilato sulla sinistra, sta
invece un signore anziano, pizzetto e mani in tasca, il basco
impermeabile in testa, aria leggermente scocciata. Sappiamo anche la
data della storica istantanea: 16 novembre 1967, e il luogo: un angolo
davanti all’ingresso dell’Università Cattolica di Milano. Il tipo
allampanato ­Mario Capanna, uno studente di Lettere che di lì a poco
diventerà molto famoso; l’uomo pianziano­ invece Ezio Franceschini,
professore di latino medievale e all’epoca rettore dell’ateneo. Infatti
la foto inedita é­stata pubblicata – forse per la prima volta – nel
volume commemorativo che la Cattolica, attraverso la sua editrice Vita
e Pensiero, ha pubblicato l’anno scorso per celebrare il centenario
della nascita del docente trentino destinato a governare (e a
soccombere) al Sessantotto nell’università più precoce e turbolenta di
quell’anno turbolento e impaziente. Il Sessantotto italiano,
infatti,nato cattolico e un po’ prematuro proprio quel 16 novembre 1967
ed é stato battezzato immediatamente sotto le volte dell’ateneo di padre
Gemelli, il primo ad essere occupato da 150 studenti che volevano
protestare contro l’aumento delle tasse scolastiche e quella notte
stessa sgomberato dalla polizia – chiamata da Franceschini – guidata da
un certo Luigi Calabresi. Cattolico dunque il teatro della cerimonia e
cattolici tutti i protagonisti: il rettore, il commissario e gli
studenti, in testa quel Capanna che era venuto dall’Umbria a Milano con
in tasca la lettera di raccomandazione del vescovo e una borsa di
studio che gli permetteva di abitare nel collegio Augustinianum,
insieme a una bella fetta dell’èlite giovanile della Chiesa italiana
dell’epoca. E la foto ritrovata é un’icona perfetta di quelle origini:
Capanna infatti non veste l’eskimo (il mitico indumento della
contestazione giovanile), bensì un soprabito da prete, prestatogli da un
amico sacerdote (si fa il nome del torinese don Piero Balestro, poi
fattosi un nome come psicologo) perché piovigginava. Così il protagonista
stesso ha descritto i fatti nel suo breviario degli anni formidabili:­Mi
piazzo di buon mattino all’ingresso dell’ateneo e per ore, da un
microfono collegato a un altoparlante, informo gli studenti, che stanno
entrando, di quanto bolle in pentola. Si avvicina il rettore e, come
termino il breve comizio volante, mi chiede il microfono.
Indicandomi, dice: ‘Badate, quello lì non è un prete’. Quindi spiega che l’aumento delle tasse è inevitabile.
Torno a parlare io e ribadisco i motivi dell’agitazione.
Reinterviene lui sempre precisando il punto del prete.

Siccome pioviggina, indosso un impermeabile nero, lungo fino alle
caviglie, prestatomi da un sacerdote assistente universitario.
Abbottonato fino al collo, mi fa davvero sembrare un uomo di chiesa
ed è la cosa, evidentemente, che preoccupa di più il rettore. Quarant’anni dopo – finalmente – la descrizione di Capanna ha trovato
conferma nel bianco-e-nero di un’istantanea, che non riflette per altro
alcuna dimensione epocale: l’unica tensione quella dei volti decisi dei
due protagonisti, ma nessuno dei due certamente s’aspettava che da
quella scintilla sarebbe divampato un incendio come quello del
Sessantotto. Non un eskimo, ma un impermeabile da prete; non un
megafono, bensì un amplificatore a colonna, come quello delle chiese; non
dei barbuti capelloni, ma un giovane pettinato con la riga e con gli
occhiali neri come avrebbe potuto averli un seminarista… Se
Franceschini continuava a ripetere "Quello lì non è un prete", un motivo c’era:
sapeva bene che, a capeggiare la rivolta, avrebbe potuto esserci sul
serio un sacerdote vero. Perché, agli albori del Sessantotto italiano,
ci sono stati anche i fermenti del concilio Vaticano II, le impazienze
sulla sua applicazione, le attese – giustificate o meno – di certi suoi
sviluppi, le letture di tanti teologi alla moda dell’epoca, le
discussioni di tanti giovani credenti­ impegnati, anzi spesso i migliori,
la créme più avanzata e colta del laicato, i quadri dirigenziali
dell’associazionismo ecclesiale. Non per niente, quando il giorno dopo
gli studenti della Cattolica organizzarono un corteo di
protesta contro lo sgombero dell’ateneo, non si diressero
alla prefettura, o a Palazzo Marino sede del sindaco, o verso altre
mete simboliche del potere civile o sociale: bensì portarono gli
striscioni sotto i balconi dell’arcivescovado, riconoscendo dunque nel
cardinale Giovanni Colombo (che accetta di ricevere una delegazione di
4 giovani) il loro interlocutore legittimo. La contestazione
studentesca, almeno in Italia, nasce senza dubbio cattolica. I suoi
leader sono ragazzi che non hanno mai letto Marx, ma moltissimo
Maritain e Rahner.­Il primo inno del movimento – scriverà un testimone –
fu
Glory glory alleluia
�, le citazioni in assemblea non erano né di Engels né di Marcuse,
bensì di san Paolo e Giovanni XXIII… Non è retorica, o tentativo di
riabilitare surrettiziamente il Sessantotto;­la realtà di un movimento
che – per lo meno agli inizi – non si poneva soltanto obiettivi
scolastici (l’allargamento del diritto di studio) o comunque sociali,
ma puntava più ambiziosamente a rinnovare la Chiesa. Tant’è vero che,
prima della seconda occupazione della Cattolica (avvenuta il 5 e 6
dicembre 1967), l’assemblea trovò del tutto normale inviare in aereo un
suo rappresentante – Nello Casalini, che poi diventerà frate
francescano ed è uno dei maggiori esegeti viventi – addirittura in missione speciale in Vaticano. E
ancor più sorprendente ­che quello sconosciuto studente venne ricevuto,
senza alcun appuntamento, dal numero 3 della gerarchia, il sostituto
alla Segreteria di Stato monsignor Giovanni Benelli…
Da una
parte, dunque, un gruppo di studenti convinti che le loro istanze non
potessero non essere considerate profondamente ­cattoliche e conciliari;
dall’altra un clero che, almeno agli inizi, si dimostra più che
disponibile a discutere con quei giovani tanto sinceri e motivati.
Paolo VI stesso – secondo la testimonianza del prefetto di Milano
all’epoca, Libero Mazza – si consigliò sull’opportunità di salire lui in
persona nel capoluogo milanese per far cessare i disordini nel diletto
ateneo di largo Gemelli. Né gli studenti, per un certo periodo,
lasciarono cadere il loro riferimento diretto all’establishment
ecclesiastico: il 15 gennaio 1968, ad esempio, Capanna (già espulso dalla
Cattolica) guida un sit-in in piazza San Pietro;Per noi Roma era la
controparte reale, testimonierà in seguito. Persino durante la quarta e
ultima occupazione della Cattolica, la più lunga (dal 24
maggio all’8 giugno 1968), che pure seguiva episodi in cui nei metodi
dei contestatori si era abbondantemente manifestata la violenza e i
cortei si erano trasformati in scontri con la polizia (la
cosiddetta battaglia di largo Gemelli, data di nascita della guerriglia
urbana in Italia, era del 25 marzo), si verificò quello strano connubio
per cui rettore e dimostranti andavano a messa insieme e nella cappella
universitaria si leggevano la Bibbia insieme ai testi di John Kennedy.
Capanna, peraltro, era già approdato ad altri e ben più ideologici lidi (in
una famosa intervista del 1969 sosterrà che anche picchiando i fascisti…
si vive l’esperienza evangelica). Che cos’era successo? Da una parte la
gerarchia aveva abbandonato ogni illusione di mediazione con i suoi
pupilli, come una sorta di mosca cocchiera ritrovatasi a cavallo di una
tigre ingovernabile, anzi si era ritratta per paura in un atteggiamento
di chiusura e di reazione; dall’altra i giovani
cattolici migliori avevano in larga parte dimostrato di non possedere la
sapienza cristiana e forse la pazienza necessarie per salvarsi dalle
rovinose utopie del momento, tra cui il tutto e subito. La rivoluzione
si era dunque secolarizzata; il Sessantotto non era più cattolico.