(Avvenire) I terroristi islamici assomigliano ai bolscevichi

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INTERVISTA
Parla Stephane Courtois mentre esce il Secondo Libro nero del comunismo: i fondamentalisti usano i metodi dei bolscevichi

Terroristi islamici figli di Lenin


Lo storico francese sabato a Mantova «L’integralismo è esploso dal 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan»


Di Fulvio Scaglione


«La democrazia va costruita e difesa ogni giorno». Basterebbe questa frase per definire l’atteggiamento di Stephane Courtois, lo studioso che con Il libro nero del comunismo innescò un ripensamento storico presto diventato anche battaglia civile, politica e culturale. Frase che spiega, però, anche la decisione di pubblicare un Secondo Libro nero del comunismo, che in Francia va in libreria proprio mentre Courtois arriva (sabato ore 18.15) al Festival Letteratura di Mantova con un tema che gli è caro: «Le morti rosse». «Il primo Libro nero – spiega Courtois – è stato tradotto in 30 Paesi. In alcuni, come Russia, Germania, Estonia o Romania, furono aggiunti capitoli particolari, scritti da storici locali. Per questo Secondo Libro nero ho raccolto proprio questi capitoli e li ho fatti precedere da un mio saggio sulla guerra scatenata contro il libro precedente. Una guerra che in alcuni Paesi, per esempio in Francia e in Russia, fu a dir poco feroce, centrata sul rifiuto di ammettere la dimensione criminale del comunismo e il fatto evidente che in Russia il comunismo si era macchiato di crimini contro l’umanità. I comunisti hanno saputo creare una memoria gloriosa di sé che non doveva essere scalfita. Pensi che quest’anno, in giugno, sono stato invitato a un convegno internazionale sul post-comunismo presso l’università di Salonicco. Il giorno fissato per la mia relazione, i giovani del Partito comunista greco hanno bloccato l’università, mi hanno impedito di parlare e hanno circondato l’ateneo con cartelli in cui esaltavano, tra l’altro, i risultati dell’economia sovietica. Un bel paradosso, a 8 giorni dalle elezioni europee e a due mesi dalle Olimpiadi».
Lei parla di «guerra». Quando venni a intervistarla a Parigi, lei sembrava piuttosto scosso…
«E lo ero. Ma non da un punto di vista emotivo, perché li conosco, sono stato io stesso un militante maoista. Non avrei mai creduto, però, che in Francia esistesse un simile negazionismo. Ci sono piccoli gruppi, fin troppo pubblicizzati, che negano le camere a gas e lo sterminio degli ebrei. Contro di loro è stata fatta una giusta legge. Ma ci sono gruppi assai più folti che negano i crimini del comunismo con grande naturalezza. Oggi si parla tanto di Cecenia. Bene, nel 1944 Stalin fece deportare in 5 giorni tutti i ceceni, cioè 520 mila persone, la più massiccia deportazione della storia moderna. Fu un crimine o no? E se lo fu, possiamo dirlo o no?».
A sentirla, sembra che da un «Libro nero» all’altro sia cambiato assai poco.
«Non è così, abbiamo fatto progressi, sono usciti molti libri importanti in tanti Paesi, ma il lavoro pedagogico da fare è ancora enorme. Un esempio: io tengo l’unico corso di Storia del comunismo dell’università francese. E i giovani non sanno nulla, 15 anni dopo la sua fine l’Urss sembra preistoria».
Un po’ a sorpresa, in questo nuovo libro si parla tanto di Europa.
«L’Europa può essere riunificata in molti modi. Possiamo darle un Parlamento, leggi comuni, una sola moneta, tutte ottime cose. Ma se non otteniamo una riunificazione anche affettiva tra i popoli, non arriveremo mai alla vera comunità. E per arrivarci, dobbiamo ammettere che, mentre noi a Ovest abbiamo vissuto cinquant’anni di pace e prosperità sotto l’ombrello degli Usa, loro a Est hanno sopportato il peso di un’immane tragedia».
Qualcuno si chiederà: perché pensare ancora al comunismo, oggi il nemico è l’estremismo islamico.
«Buona domanda. L’ondata fondamentalista non è cominciata l’11 settembre ma nel 1979: in quell’anno ci furono l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la rivoluzione khomeinista in Iran e il golpe degli islamisti che cercarono di occupare la Mecca. Da allora, il fondamentalismo islamico ha avuto tre forme: una tradizionalista, una modernista e una rivoluzionaria, diventata sempre più pericolosa dall’11 settembre. Questa versione del fondamentalismo, che è poi quella con cui più ci confrontiamo, segue le stesse strategie e usa gli stessi metodi del bolscevismo. D’altra p arte basta osservare dove si sviluppa e si diffonde: in Paesi che, proprio come la Russia del 1917 o la Cina del 1945, sono in evidente ritardo rispetto alla modernità».
Lei non vede in giro qualche residuo di abitudini comuniste? Per esempio, il Putin di Beslan che cosa le fa pensare?
«Il disprezzo del valore della vita umana, emerso a Beslan ma già prima nel teatro Dubrovka di Mosca, mi ricorda tante cose. E il licenziamento del direttore delle Izvestija, cioè il disprezzo dell’opinione pubblica, me ne ricorda altre. Era tipico del metodo comunista passar sopra alle perdite pur di raggiungere l’obiettivo, Stalin non si sarebbe comportato diversamente. In questo Secondo Libro nero, spiego che l’uscita dal comunismo può avvenire con una rivoluzione anticomunista, come nei Paesi baltici; con una sincera conversione dei comunisti, come in Polonia; con una riconversione quasi professionale dei comunisti, come in Romania e Bulgaria, dove i dirigenti di ieri sono i capi di oggi, forse non sinceri ma efficienti; e con un fiorire di democrazia seguito da rigurgiti di neo-comunismo. Penso che questo sia il caso della Russia».


Avvenire 8/9/2004