(Avvenire) I falsi democratici: la verità sulla guerra civile

Socialismo

Avvenire 1 Aprile 2009
Lo storico Pío Moa

Spagna ’36, di chi la vera colpa?

Antifranchista militante, membro negli anni Settan­ta del Partito comunista clandestino e attivista del gruppo rivoluzionario maoista Grapo, do­po la caduta della dittatura Pío Moa si è buttato a capofitto nello studio della storia dell’ascesa di Franco, della Guerra civile spagno­la e della Repubblica del Fronte popolare.

E ne è riemerso con idee radicalmente discoste dai luoghi comuni storiografici che – in Spa­gna evidentemente come in Italia – tracciano senza esitazione la linea di demarcazione tra i buoni e i cat­tivi. Moa, che giovedì sarà ospite del Centro culturale di Milano nell’incontro «Liberazione o furia i­deologica? Verità e mito della Guer­ra civil» (Sala Verri, via Zebedia, 2), ricostruisce l’annuncio della con­clusione della Guerra civile, dato da Franco il primo aprile di set­tant’anni fa: «Fu davvero la fine della guerra – spiega lo storico gali­ziano, autore nel 2003 di Los mitos de la Guerra Civil che, con cento­cinquantamila copie vendute, re­stò al primo posto in classifica per sei mesi consecutivi–. Dopo la Se­conda guerra mondiale i comunisti cercarono di riaccendere la guerra civile attraverso la guerriglia, come in Grecia. Però fallirono. In Grecia i guerriglieri furono sconfitti soltan­to grazie all’appoggio di Gran Bre­tagna e Stati Uniti, mentre in Spa­gna furono annientati senza alcun bisogno di aiuti esterni».

Perché?
«Perché non trovarono quasi nes­sun appoggio tra la popolazione. La gente si ricordava molto bene che cos’erano stati il Fronte popo­lare e il comunismo, e non voleva più nulla del genere. In Spagna sol­tanto negli ultimi anni, con Zapa­tero, è ritornato un certo clima psi­cologico da guerra civile, imposto dal potere».

L’opposizione antifranchista era davvero democratica, oppure per quelle sinistre il termine era, come negli anni Trenta-Cinquanta in I­talia, soltanto un sinonimo di ‘an­tifascista’?
«A opporsi a Franco c’era un insie­me di comunisti, anarchici, marxi­sti rivoluzionari del Psoe [Partito socialista operaio spagnolo, oggi guidato da Zapatero, ndr], diversi gruppi golpisti come quello repub­blicano di Azaña, nazionalisti cata­lani; in più c’era il Partito naziona­lista basco, di un razzismo non lontano da quello nazista. È ridico­lo pretendere che questi partiti fos­sero democratici. In realtà avevano distrutto ogni legalità nella Repub­blica, che almeno in parte era de­mocratica, e così causarono la Guerra civile».

Perché attribuisce al Fronte popo­lare la responsabilità di aver real­mente causato la guerra?
«Nell’ottobre del 1934 il Psoe e i na­zionalisti catalani si sollevarono contro il governo legittimo e de­mocratico di centrodestra. Sconfit­ti, non mutarono atteggiamento, fino a quando non riuscirono a ra­dunare quasi tutte le sinistre nel Fronte popolare, con il quale si presentarono alle elezioni del feb­braio 1936. Fu un voto antidemo­cratico, pieno di violenze, e il Fron­te si proclamò vincitore anche se i dati elettorali non furono mai pub­blicati. Immediatamente iniziò un’ondata di omicidi, trecento in cinque mesi. Solo una minima par­te fu compiuta dalla Falange, allora un piccolo partito semi-fascista che peraltro iniziò a uccidere sol­tanto dopo che diversi sui militanti erano stati ammazzati impune­mente dalle sinistre. E poi incendi, assalti alle sezioni e ai giornali di destra, fino al sequestro e all’omi­cidio di Calvo Sotelo, uno dei capi dell’opposizione. Il governo, intan­to, organizzò un’illegale revisione dei seggi per sottrarne decine alla destra e destituì, altrettanto illegal­mente, il presidente della Repub­blica, Alcalá-Zamora; annullò poi ogni indipendenza della magistra­tura, ponendola sotto la supervi­sione dei sindacati, e si rifiutò di arrestare l’ondata di violenze. Non rispettava né faceva rispettare la legge, e di fatto proteggeva il pro­cesso rivoluzionario: quando un militante di destra veniva assassi­nato, la polizia perseguiva… la cer­chia della vittima. I militari, esitan­do molto, cercavano di organizzare un complotto; quando però Calvo Sotelo fu ucciso da un gruppo di poliziotti e miliziani socialisti, Franco e gli altri smisero di esitare e si ribellarono. Credo che in pochi altri Paesi i conservatori avrebbero sopportato tante violenze e illega­lità prima di sollevarsi».

In questo contesto si inscrivono anche le violenze contro i religiosi. Qual è lo stato attuale della ricerca storica su questo tema?
«Furono ammazzati circa sette­mila religiosi, da vescovi a mona­che; più ancora furono gli uccisi per il solo fatto di essere cristia­ni. Furono distrutte migliaia di chiese, incendiati monasteri – al­cuni con biblioteche di grande valore –, rubata un’infinità di o­pere d’arte. L’omicidio dei reli­giosi mostrò un sadismo difficile da credere. Non fu una persecu­zione popolare spontanea, ma organizzata dai principali partiti. Di tutto questo oggi non si può più dubitare».

Perché interpreta la sollevazione franchista come un "atto reazio­nario"?
«Perché, letteralmente, reagiva contro un processo ri­voluzionario. Franco non si sollevò contro la Repubblica né con­tro la democrazia, ma contro la rivoluzione. I franchisti non crede­vano nella democra­zia, poiché ritenevano che ormai fosse diven­tata impossibile, in Spagna; all’epoca, del resto, in tutta Europa erano in mol­ti a credere che la democrazia libe­rale apparteneva al passato».

Ma tra franchisti e repubblicani non c’era, negli anni Trenta, nes­suna forza democratica?
«No. Non esistevano sinistre demo­cratiche. Le più moderate volevano imporre un regime come quello del Partito rivoluzionario istituzio­nale messicano, e le più estremiste – la maggioranza – anela­vano a una rivoluzione in stile sovietico o a­narchico. Le destre ri­spettavano molto di più la legalità repub­blicana, e si sollevaro­no soltanto quando la situazione era com­promessa. La maggio­ranza delle destre non era fascista, ma neanche democratica: erano conservatori, e dopo il Fronte po­polare cercarono di organizzare un regime cattolico. che chiamavano ‘democrazia organica’. La dittatu­ra di Franco fu autoritaria, non to­talitaria, e la differenza è essenzia­le. Fu molto meno dura di quella sovietica, per capirci».

È difficile, oggi in Spagna, mettere in dubbio i dogmi storiografici sui ‘buoni’ e i ‘cattivi’ della Guerra civile?
«Lo è stato fino a pochi anni fa, quando l’intera storia della guerra e del franchismo era fatta di miti, però si impone sempre più una versione adeguata dei fatti storici. Perché i fatti sono testardi, nono­stante il fatto che siano molti coloro che cercano di occultarli – a partire dall’attuale governo. Ma ormai han­no perso la partita e in pochi anni quei miti spariranno del tutto: cosa necessaria per tutelare la democra­zia e arrestare l’involuzione politica attuale».