(Avvenire) I dhimmi degli Emirati Arabi

Chiesa

REPORTAGE
Dubai,
Abu Dhabi presentano al mondo una volto fatto di isole artificiali a
forma di palma, piste da sci nel deserto e costruzioni eccentriche. Ma
ormai un terzo della popolazione è fatta di migranti senza diritti,
spesso cristiani in semiclandestinità

La Chiesa sommersa degli Emirati Arabi

Le
autorità locali consentono la libertà di culto solo in ambiti
ufficialmente riconosciuti come i complessi parrocchiali presenti sul
territorio. Ma nelle città dormitorio dove ammassano la manodopera
straniera non ce ne sono. Così si rischia, pregando in case e garageIl
vero statuto di questi lavoratori, anche di quelli che vivono qui ormai
da parecchi anni, è quello di «espatriati», che mai potranno diventare
residenti o acquistare immobili in loco. Il loro destino è legato alle
decisioni dei datori di lavoro, che spesso tengono in ostaggio il loro
passaporto per timore di fughe o atti di insubordinazione

Testo E Foto Di Fabio Proverbio

È pomeriggio e in compagnia di Santos e Lea attraverso in auto la
frenetica Dubai. Intorno a me voluminosi Suv che a fatica avanzano nel
congestionato traffico urbano, lussuosi e modernissimi edifici, immensi
cantieri edili animati da eserciti di operai: la conferma che ci
troviamo in una delle città più all’avanguardia e in fermento del
pianeta.

Siamo diretti verso un luogo d’asilo messo a disposizione dalla
diplomazia delle Filippine per ospitare e proteggere le giovani
immigrate in fuga dai propri datori di lavoro.

Arrivato destinazione, in un elegante palazzo, incontro un
centinaio di ragazze impegnate a compensare lo stato di naturale
disordine generato dall’affollamento (vedi foto). Strette le une alle
altre, intonano canti e preghiere, scambiandosi abbracci di reciproca
consolazione. Osservo le lacrime che nessuna ragazza riesce a
trattenere e cerco inutilmente di dare una ragione a tanta tristezza.
Capirò al termine della preghiera, quando Santos e Lea mi raccontano le
drammatiche esperienze vissute da queste giovani immigrate.

Sono storie quasi inverosimili, come quella di Beng che, stanca di
essere tenuta rinchiusa nella casa dove prestava servizio e di
sopportare molestie da parte dei membri della famiglia, ha tentato una
disperata fuga, conclusasi con una rovinosa caduta e la rottura di un
braccio. Soccorsa e condotta in ospedale da alcuni passanti, la ragazza
è stata successivamente arrestata con l’accusa di tentato suicidio.
L’intervento della diplomazia filippina ha finalmente rimesso in
libertà l’immigrata che oggi, in questo luogo protetto, attende gli
sviluppi del processo. Non miglior sorte è toccata alla domestica che
ha prestato servizio dopo di lei presso la stessa famiglia: un nuovo
tentativo di fuga col medesimo epilogo.

Santos e Lea fanno parte della Legione di Maria, il movimento
cattolico divenuto qui il punto di riferimento per molte immigrate
filippine che, in questa comunità, trovano non solo solidarietà, ma
anche la necessaria assistenza legale per potersi affrancare da
condizioni di lavoro spesso non corrispondenti a quelle definite nel
contratto d’ingaggio.

Dopo aver salutato le giovani immigrate, che nel frattempo avevano
almeno in apparenza riacquistato un principio di serenità e quello
spirito gioviale che caratterizza il popolo filippino, parto per Abu
Dhabi.

È domenica, ma in un paese musulmano come gli Emirati Arabi Uniti è
un giorno qualsiasi. Eppure nella chiesa cattolica di San Giuseppe ad
Abu Dhabi, nel tardo pomeriggio assisto a uno straordinario andirivieni
di fedeli, appartenenti a gruppi etnici diversi, che qui vengono per
poter partecipare alla messa celebrata nella propria lingua nazionale.
Sono indiani, per lo più del Kerala o del Tamil Nadu, filippini,
libanesi, iracheni o cristiani provenienti da altri paesi
mediorientali, ma anche europei e americani.

Il venerdì, giorno festivo nei paesi musulmani, l’afflusso di
fedeli è ancora più copioso, tanto che la chiesa non riesce a
contenerli tutti. Molti devono seguire la celebrazione fuori, sul
sagrato antistante, dove, in occasione di festività particolari come
Natale o Pasqua, vengono allestiti degli schermi giganti per permettere
a tutti la partecipazione. Tuttavia, come tiene a precisare monsignor
Paul Hinder, vescovo del vicariato apostolico d’Arabia, coloro che
frequentano regolarmente la parrocchia sono solo una piccola
percentuale, il 15-18 per cento, della popolazione cattolica della
capitale e dei dintorni.

* * *

I cristiani presenti negli Emirati Arabi Uniti rappresentano circa
il 35 per cento della popolazione, per un totale di fedeli superiore al
milione, in maggioranza cattolici.

Sono tutti lavoratori immigrati, molti dei quali, abitando in zone
periferiche mal collegate alle città, non possono frequentare
regolarmente i luoghi ufficiali di culto. È questo il caso di migliaia
d’indiani occupati nei cantieri edili di Dubai ed alloggiati nel più
grande villaggio-dormitorio dell’Asia che, secondo stime non ufficiali,
ospiterebbe una popolazione di circa trecentomila operai. Oppure degli
immigrati che lavorano nell’industria petrolifera, dislocati in lontani
villaggi-oasi nel deserto.

Altro caso è quello delle domestiche filippine che, per mancanza di
tempo libero o di denaro per il trasporto, restano vincolate al luogo
dove lavorano. Di conseguenza, la preghiera organizzata in piccoli
gruppi di fedeli, omogenei per lingua e provenienza, raccolti in
ambienti privati – appartamenti, dormitori, rimesse – diviene un
aspetto molto importante e diffuso dell’espressione religiosa delle
comunità cattoliche. Si tratta di un momento di incontro necessario, ma
rischioso per le regole imposte dalle autorità locali, che consentono
la libertà di culto solo in ambiti ufficialmente riconosciuti come gli
edifici parrocchiali presenti sul territorio. In questo contesto, i
gruppi carismatici originari dell’India o delle Filippine assumono un
ruolo importante nell’attivare iniziative a sostegno dell’immigrato che
vive nelle condizioni più difficili. Spesso non si limitano ad
iniziative religiose ma intervengono anche con servizi pratici
d’assistenza, come nel caso della Legione di Maria.

Il fenomeno dell’immigrazione negli Emirati Arabi è relativamente
recente ed è legato alla fortuna petrolifera della regione. Quando
negli anni Cinquanta e Sessanta gli introiti petroliferi hanno
cominciato a portare prosperità e progresso, lo sviluppo del paese ha
reso necessario l’impiego di manodopera proveniente dall’estero,
specializzata e non.

Oggi gli Emirati stanno subendo un processo di modernizzazione che
non ha eguali nel mondo. I petroldollari vengono reinvestiti in
strutture ed infrastrutture all’avanguardia, la borsa di Dubai sta
assumendo importanza mondiale e il porto è tra i più frequentati del
globo. Isole artificiali a forma di palma, piste da sci nel deserto,
hotel dalle forme più improbabili e tutta una serie di costruzioni
eccentriche – come la non ancora ultimata torre Burj Dubai, che
dovrebbe essere l’edificio più alto al mondo – sono solo alcuni esempi
delle "meraviglie" con cui gli emiri locali si sono proposti di
sbalordire il mondo e di attirare gli investitori stranieri, che qui
trovano favorevoli condizioni di investimento e un costo del lavoro
bassissimo.

Gli immigrati rappresentano il 90 per cento dei quasi due milioni
di lavoratori presenti negli Emirati, percentuale che raggiungere il
100 per cento per la manodopera a basso costo. Di fatto, agli arabi
locali il concetto di povertà o è sconosciuto – per i più giovani – o è
un ricordo sbiadito di tempi lontani. La mancanza di spinte alla
realizzazione professionale ed economica – già garantite alla nascita –
sta addirittura demotivando la futura classe dirigente del paese, con
il rischio di renderla inadeguata ad affrontare le sfide imposte dalla
globalizzazione.

Il termine stesso di "immigrato" è troppo generico per definire la
realtà di chi oggi lavora per cambiare il volto del Golfo. Il vero
statuto di questi lavoratori, anche di quelli che vivono ormai da
parecchi anni negli Emirati, è quello di "espatriati", ovvero di
persone la cui presenza nel paese è unicamente legata al possesso di un
regolare contratto di lavoro, ma che mai potranno diventare residenti o
acquistare case e terreni sul posto. Il loro destino è legato alle
decisioni dei datori di lavoro, che spesso tengono in ostaggio il loro
passaporto per timore di fughe o atti di insubordinazione. Gli ambiti
di utilizzo di questa manodopera sono quelli legati all’industria
petrolifera e, più recentemente, al settore edile e all’aiuto
domestico.

Questi sono i nuovi poveri di Dubai e dintorni. Il loro salario
mensile difficilmente supera i 150 euro, lavorano mediamente 10-12 ore
al giorno, sei giorni su sette, a temperature che possono arrivare a 50
gradi centigradi. Vivono in sobborghi-dormitorio grandi quanto città,
ma totalmente privi di servizi. Simili ad enormi caserme, questi
villaggi sono popolati da uomini soli, per i quali la famiglia è un
ricordo lontano, da raggiungere periodicamente con un vaglia postale
che consentirà, ai più fortunati, di mandare a scuola i figli o di
pagare i debiti di una famiglia troppo povera. Il miglior destino delle
reclute di questo esercito di manovali è di poter spendere la propria
vita professionale nei cantieri del Golfo con brevi visite ai propri
cari ogni due-tre anni.

Parlare di povertà in un paese in rapidissima crescita economica –
e che punta a diventare, per l’ambizione dei suoi governanti, uno dei
poli più importanti dell’arte contemporanea, con l’apertura di musei e
spazi espositivi – sembra un paradosso. Anzi, è una realtà
particolarmente difficile da comprendere ed accettare per l’osservatore
esterno, proprio a motivo dell’esagerata opulenza con cui si trova a
convivere.

Ma anche questi aspetti vanno considerati per cercare di
comprendere la realtà degli Emirati oggi: una terra di grandi
contrasti, dove la tradizione si scontra con la modernità in una
fusione unica, sorprendente e drammaticamente contraddittoria, di
Oriente e Occidente.

Avvenire 19-8-2007