(Avvenire) I cristiani disperati in fuga dal Sudan

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Fuggono dalla loro terra e cercano rifugio nella capitale egiziana, in un centro dei comboniani

Fuori dall’inferno


Al Cairo, tra i profughi sudanesi dal Darfur


Da Il Cairo Aristide Malnati


Il battello attracca a fatica sferzato dal vento incessante del deserto e sul molo di un villaggio a sud di Assuan, in prossimità della famosa diga, si riversano dieci giovani uomini. Hanno la faccia stralunata, segnata da un viaggio interminabile: da Khartum, capitale del Sudan, sono cinque giorni lungo il Nilo, su una grossa chiatta, sotto un torrido sole che alternandosi alla pungente temperatura notturna infiacchisce e debilita il fisico. I viaggiatori, per così dire, sono sudanesi scappati dall’inferno, dalla morte e dalla miseria del Darfur, e si avviano a percorrere la prima tappa del coronamento di un sogno: raggiungere Il Cairo, raggiungere il centro d’accoglienza comboniano, la chiesa di Sakakini, primo passo verso la speranza di una nuova vita. Per molti di loro il sogno rimane tale: sorpresi nella stiva dei battelli, spesso venduti da battellieri doppiogiochisti, senza permessi per l’espatrio vengono rispediti nel Darfur, dove li attende – se va bene – il carcere.
Alcuni però riescono a valicare il confine e a raggiungere dopo un tragitto su treni o torpedoni sgangherati Il Cairo, la capitale più affollata del Terzo Mondo, dove masse diseredate sopravvivono inventandosi quotidianamente qualche stratagemma per sopravvivere. Loro, i sudanesi, qui sono più poveri dei poveri, più disperati dei disperati, ma almeno dispongono di un indirizzo sicuro, del nome di un benefattore: Padre Claudio Lurati, un giovane comboniano, infinita fonte di energia e di carità che tra mille difficoltà lavora dal mattino alla sera per la causa dei profughi venuti da lontano. Innanzitutto cerca di far ottenere loro lo status di rifugiati politici e poi – impresa ancor più ardua – prova ad aprir loro la strada dell’emigrazione verso Europa, Nord America e Australia.
Ma al Cairo? Che fanno al Cairo? Il centro di accoglienza comboniano, nel cuore dell’Abbasseya (a tre isolati dalla prestigiosa sede del Consiglio Supremo dell’archeologia), pullula di giovani, di donne dall a pelle d’ebano e dalle lunghe gambe affusolate, fasciate superbe nei loro lunghi e multicolori vestiti. L’attività ferve, attività culturale e attività ludica: vengono organizzati corsi scolastici per apprendere i primi rudimenti di lingue, che un giorno potrebbero rivelarsi utilissime; ma anche appassionanti tornei di calcio nello spazio del centro adibito a campo da football. Negli ultimi cinque anni oltre 50mila sudanesi hanno raggiunto la capitale egiziana, ed è sudanese l’80 per cento dei richiedenti asilo nel Paese, una conferma indiretta della persecuzione di cui sono vittime nella loro terra di origine. «Ogni settimana arrivano da Khartum duecento profughi, e attorno al centro ne gravitano a centinaia, quasi tutti cristiani – precisa Padre Lurati -. Moltissimi scappano dal Darfur, tutti sono molto attivi nel collaborare al funzionamento del centro; in particolare le donne: alcune lavorano, impieghi umili e duri per più di 10 ore al giorno, poi la sera trovano l’energia per dare una mano ai fornelli o per svolgere mansioni domestiche accanto ai nostri volontari». Sono infatti i volontari la vera anima della chiesa di Sakakini: laici o religiosi, tutti quanti animati da notevole energia, che mettono a disposizione di chi è meno fortunato. Padre Claudio e a turno gli altri comboniani celebrano una messa quotidiana e altre funzioni: «I sudanesi, oltre a fornire un prezioso aiuto nella manutenzione e nell’allestimento della chiesetta, si mostrano molto ligi nella pratica religiosa e nella preghiera: la loro fede, messa a dura prova dai tribolamenti subiti, si è come rafforzata», commenta Lurati.
Quando scende la sera, si fa ritorno a casa e la capitale si illumina di luci di ogni genere, mille occhi aperti su storie di disperazione. I più fortunati tra i sudanesi, quelli che dispongono di uno straccio di lavoro, condividono in 6 o 7 alcuni bilocali anche dignitosi, sborsando complessivamente l’equivalente di 100-150 euro mensili. Ma per il resto è l’inferno. Alcuni addirittura sono costretti ad abitare nell’abisso maleodorante degli «zibellin», in mezzo a sacchi di immondizia che qui viene convogliata per il riciclo: in questo ammasso di elementi guasti vivono almeno 100mila disperati, quasi tutti cristiani-copti, veri paria di una società che li discrimina; e i sudanesi incrementano il loro numero.
Eppure per tutti è forte la speranza, quotidianamente alimentata dal sorriso e dall’azione concreta di padre Claudio e dei suoi confratelli, ancora di salvataggio per i rifugiati del Darfur; la speranza che Il Cairo e gli «zibellin», dove possono campare in condizioni comunque più tollerabili dei loro villaggi di origine, cosituiscano un ponte verso un’esistenza più degna, nella «terra promessa» che sta in Europa e negli Stati Uniti.


Avvenire 20-2-2005