(Avvenire) Filosofia e matematica porte della fede

Fede e ragione
Avvenire 16 Dicembre 2008
NUMERI E FEDE/2
«Ma la geometria non è atea»
La matematica Lucia Alessandrini: «Spesso ai giovani studenti mancano gli strumenti per comprendere i nessi tra il divino e l’umano»

È proprio una mosca bianca un matematico che non sia ateo? «Penso proprio di no. Non sono atea e conosco molti colleghi che credono (come molti che non credono). Vengo da una famiglia religiosa, ho sempre frequentato la parrocchia e ho lavorato in Italia nei gruppi missionari. Nel frattempo studiavo matematica perché mi piaceva moltissimo. (Tutti i matematici risponderebbero così: studiavano per il "gusto" di fare matematica). A un certo punto, ho dovuto scegliere. Ho cercato di comprendere quale fosse veramente la mia "chiamata", e ho concluso che dovevo fare il matematico. Ho capito che il Signore era anche il Signore della matematica, perciò la mia vita non sarebbe stata divisa a metà; era un’unica vita in cui entravano insieme benissimo questi due impulsi potenti».

La professoressa Lucia Alessandrini è ordinario di Geometria all’Università di Parma. E che sia un matematico a ventiquattro carati lo dimostrano la forza della sua vocazione scientifica, un’attività di ricerca di primissimo piano, e il modo in cui spiega il suo amore per la "regina delle scienze". «La matematica – dice – è collegata alla bellezza delle idee. Ti attira anche perché con lei non puoi barare. Una cosa è giusta o sbagliata: non esiste via di mezzo. E non puoi fermarti, non puoi accontentarti finché non sei arrivato alla fine».

Professoressa, come vive la sua esperienza di matematica e di credente?
«Non regge l’equazione "Se c’è razionalità, non c’è religione". Assolutamente non sussiste opposizione o incompatibilità. Si tratta di avere una visione completa dell’uomo, in cui la razionalità non è vista solo come razionalità scientifica. Credo che della razionalità dell’uomo facciano parte varie componenti. La mia esperienza di credente è il fondamento della mia esistenza. Questo non significa che, per sentirmi cristiana, io debba fare accenni di tipo religioso agli studenti durante le lezioni di matematica. Non mi permetterei mai di farlo, mi sento di essere una cristiana per come vivo nella totalità della mia esistenza».

Mai un conflitto interiore fra il matematico e la credente?
«La formazione universitaria e poi la carriera non sempre ti permettono di approfondire la parte "sapienziale" del tuo lavoro. Non sempre puoi situarti in un ambito più ampio, non tanto in una tradizione quanto in una visione del mondo che, se parliamo il linguaggio biblico, è appunto di tipo sapienziale. Se potessi riscrivere il libro del Siracide, per esempio, ci metterei dentro la figura del matematico, insieme con quella dello scriba e con le altre che vi compaiono».

I giovani che studiano matematica e sono credenti riescono a coltivare insieme la visione scientifica e quella sapienziale?
«Anche i giovani che vengono da un impegno in parrocchia, da gruppi di preghiera, da movimenti ecclesiali, quando arrivano a Matematica a volte sono in difficoltà: manca loro (e devono costruirsela) una visione in cui non s’incontra un baratro tra l’approccio scientifico e quello sapienziale. La maggior parte dei ragazzi ha una preparazione religiosa che, in genere, risale all’epoca della Cresima, e una conoscenza della Bibbia che è di livello piuttosto basso. Quando viene proposto loro il discorso intellettuale severo, dal punto di vista della scienza, e debbono confrontarlo nel loro animo con la conoscenza di tipo religioso, si ritrovano (mi si lasci passare il termine) piuttosto "infantili", perché in epoca infantile hanno appreso quella conoscenza. Allora si domandano: "Com’è possibile che la Chiesa proponga di credere questo, mentre qui sento dei ragionamenti diversi?". Io penso che possa aiutarli una riscoperta dello studio della Bibbia , o ancora meglio frequentare un master in scienza, filosofia e teologia».

Questo approccio potrebbe fornirlo la scuola superiore?
«Si potrebbe puntare sulla Bibbia, uno dei "codici" della nostra cultura. I ragazzi si renderebbero conto che non si chiede loro di credere a "favolette": gli studi biblici avanzati sono di tipo scientifico. Constaterebbero come, nell’approccio a un testo religioso, venga usata la ragione. Tutto questo, naturalmente, accanto allo studio della filosofia, che dovrebbe avere un ruolo fondamentale nella formazione dei giovani. Ma la scuola ha programmi fissi in cui già vanno inserite, non senza difficoltà, tantissime materie. E bisogna già combattere molto per salvare la filosofia. Farei appello invece alla struttura ecclesiale, ai movimenti, alle parrocchie, ai centri culturali. Questi devono assolutamente trovare tempi e modi per coinvolgere i giovani delle scuole superiori e dell’università».

E quelli che non frequentano regolarmente la parrocchia?
«Credo che i giovani e le famiglie possano benissimo rivolgersi a un centro culturale che offra programmi seri. Mi riferisco per esempio ai centri culturali messi in rete come strumenti del Progetto culturale della Chiesa cattolica. Dovrebbero occuparsi molto dei giovani, dei giovani adulti, per aiutarli ad adottare una mentalità forse più corretta nell’ambito del dibattito fede-ragione».

Oggi soffre anche la filosofia. Non interessa più la ricerca delle verità fondamentali, la causa rerum?
«La filosofia va difesa in ambito scolastico, senza nulla togliere alla religione. Formarsi una mentalità che ci permetta di ragionare sulle idee è basilare per poi capire che si può ragionare anche sulle idee che riguardano la fede».

È azzardato affermare che una scoperta matematica ha sempre qualcosa di "religioso" in sé, che assomiglia all’intensa gioia creativa dell’artista?
«In matematica scoprire nuove proprietà o dimostrare un nuovo teorema conferisce quella soddisfazione intellettuale che probabilmente prova anche l’artista quando crea un capolavoro. Il matematico opera in un mondo di idee che lo supererà sempre ma che non è chiuso all’intelligenza dell’uomo, non è il mondo dell’orrore della non-conoscenza: si presta all’approccio dell’uomo purché egli miri alla verità. Abbiamo dei limiti dovuti alla nostra natura umana, ma la nostra mente è adatta a protendersi verso l’infinito, e questo è il lato prometeico, la "fede" che guida il matematico in quanto tale. Al di là dell’infinito poi ci sono altri infiniti. La conoscenza matematica di per sé non ha limiti, siamo noi esseri umani che ne abbiamo. Ma spesso la matematica incontra il vero freno, quando la società non ha acquisito la piena certezza che la matematica è indispensabile al progresso. E noi matematici, al giorno d’oggi, ancora più che di finanziamenti, abbiamo bisogno del sostegno sociale e culturale».

 Luigi Dell’Aglio