(Avvenire) Fede e politica nei primi secoli del cristianesimo

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STORIA

Ritorna uno studio di Hugo Rahner, fratello del teologo Karl, sulle vicende politiche dei primi secoli cristiani


La scelta fra Dio e Cesare


Uno sguardo penetrante su come la Chiesa abbia saputo mediare fra esigenze pastorali e autonomia rispetto al potere temporale. Un intreccio che si dipana in modo complesso fino all’avvento come religione di Stato con Giustiniano


Avvenire 12-07-2003

Si racconta che il teologo Hugo Rahner avesse programmato di dedicare l’età della pensione a tradurre in tedesco le opere tedesche del più celebre fratello minore, il teologo Karl, noto anche per il suo linguaggio arduo, aspro e denso. Non ci riuscì perché morì a solo 68 anni. E’, però, un dato di fatto che la sua prosa era, al contrario di quella spigolosa del fratello, rotonda, solenne, fin barocca: se ne possono accorgere i lettori del suo delizioso saggio Miti greci nell’interpretazione cristiana che, nella versione italiana, ricevette un’altra dose di solennità e fin di enfasi dal traduttore italiano (Mulino 1971 e poi Dehoniane 1990). Hugo Rahner, d’altronde, amava la letteratura classica e patristica, s’interessava di simbologia, s’appassionava per l’innologia e nel suo mirabile Homo ludens (Paideia 1969) non esitava a inoltrarsi sulle vie festose del gioco come metafora teologica.
In questi suoi itinerari all’interno della letteratura cristiana merita attenzione un’antologia, pubblicata nel 1961 a Monaco e tradotta per la prima volta in italiano nel 1970 e che ora è riproposta per la sua costante attualità. In essa lo studioso gesuita offriva una significativa selezione di 35 documenti dei primi otto secoli cristiani riguardanti il rapporto sempre delicato tra fede e politica. La stessa diacronia storica dei testi segnalava il progressivo evolversi di tale relazione. Infatti nei II e III secolo, tipica èra dei martiri, le questioni poste sul tappeto erano ovviamente diverse da quelle che emergevano, per esempio, nel V secolo di fronte al cesaropapismo, avviato con la Chiesa di stato costantiniana (IV secolo) ed esploso ormai nelle sue conseguenze più deleterie per cui diventava inderogabile la richiesta della separazione dei due ambiti (e in questo si distinse papa Leone Magno).
E quando all’orizzonte si profilò il cristianesimo di Stato propugnato con genialità e fermezza da Giustiniano nel VI secolo, la Chiesa si vide costr etta a una garbata ma anche faticosa opera di reazione, talora svelando un coraggio e un’acutezza sorprendenti, come nel caso della lettera del vescovo Ponziano all’imperatore (545) o nel sussulto di autonomia testimoniato da Facondo di Ermiane che non esitava a sognare un nuovo Ambrogio capace di opporsi a Teodosio, rievocando l’ardimentosa fierezza del profeta Natan davanti a Davide adultero e assassino: «Dove troveremo ora un Natan che possa redarguire un imperatore il cui peccato è manifesto come quello di David?». Alla fine la raccolta documentaria approda all’epoca della insonne tensione tra Roma e Bisanzio, preludio del grande scisma (VI-VIII secolo).
Naturalmente Rahner – che aveva alle spalle un’ampia esperienza didattica (era stato ordinario di storia e letteratura cristiana antica all’università di Innsbruck, della quale fu anche per un anno rettore) – non si accontenta di ordinare per tappe sequenziali questi materiali, ma li introduce e illumina coordinandoli all’epoca in cui furono prodotti, permettendo così di scoprirne la carica provocatoria oppure la capacità mediatrice, l’ansia pastorale oppure l’abilità diplomatica. Non di rado si sottolinea la portata emblematica di questi pronunciamenti, come nel caso di sant’Ambrogio che nel suo Discorso contro Aussenzio non teme di gridare: «Voglia l’imperatore ascoltare la voce del prete libero», nella consapevolezza che «è indegno di un imperatore rifiutare la libertà di parola ed è indegno di un prete tacere la propria opinione» (Epistola 40, 2).
È facile, perciò, comprendere come questa antologia, calibrata e ragionata, possa essere una guida anche per l’oggi della Chiesa, pur nelle mutate coordinate storico-politiche. La lapidaria distinzione del loghion di Cristo: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» non significava separatezza né parità generica, ma riconosceva indirettamente il primato della morale e della dignità della persona, “immagin e di Dio” e non di Cesare. La declinazione di questo asserto, come la sua incarnazione, ha richiesto un gravoso e sorvegliato processo di mediazione, attestato proprio da queste pagine che giustificano la laboriosità della riflessione teologica e dell’azione pastorale su un tema così da crinale. Crinale dal quale è possibile scivolare o lungo il versante di un’illusoria teocrazia oppure verso il fianco di un’autocrazia secolaristica, o ancora adottare la radicalità dialettica oppure adattarsi a una connivenza inerte e interessata.

Chiesa e struttura
politica nel
cristianesimo primitivo
Jaca Book
Pagine 304. Euro 17,00