(Avvenire) E’ iniziata una nuova campagna di morte

Vita


L’INCUBO EUTANASIA
Testamento biologico? «Non bisogna temere la legalizzazione, a patto che si ascolti quanto deliberato dal Comitato e non venga surrettiziamente utilizzato per finalità eutanasiche»


«Il tam tam mediatico non serve alla bioetica»


D’Agostino: «No alla strumentalizzazione di casi dolorosi Ci sono troppi nodi da sciogliere dietro il termine eutanasia»


Da Milano Paolo Lambruschi

 Non si fa bioetica con i lanci mediatici, che presentano in modo distorto nodi decisivi per la vita umana come l’eutanasia e il testamento biologico. Soprattutto, va evitata la strumentalizzazione di casi dolorosi come quello di Piergiorgio Welby, che allontanano il confronto serio e pacato. Per Francesco D’Agostino, presidente uscente del Comitato nazionale di bioetica, «la vicenda drammatica e angosciante di Welby è stata offerta all’opinione pubblica con un battage eccessivo e poco rispettoso delle sue condizioni, Anche la risposta di Napolitano è stata strumentalizzata».
E come?
«Il Presidente non ha chiesto un intervento parlamentare sull’eutanasia, ma un confronto nelle sedi “idonee”. Certo, non sarebbe giustificabile che l’Italia rimuovesse la discussione pubblica su tematiche tanto delicate. Ma prima di dibattere in sede istituzionale, forse sarebbe opportuno coinvolgere la società civile. Dietro il termine “eutanasia” si celano infatti vari nodi da sciogliere con pazienza»,
Da dove comincia secondo lei una corretta informazione?
«Da un’accurata distinzione di concetti. L’eutanasia va distinta dal testamento biologico e dall’accanimento terapeutico. Ed è un tema da affrontare insieme all’abbandono terapeutico, la rinuncia alla cura, la vera minaccia incombente su tutti noi».
Oggi la commissione Sanità del Senato inizia la discussione sul testamento biologico. Che ne pensa?
«Il Comitato nazionale di bioetica ha pubblicato un documento molto meditato sulla materia. Si tratta di rendere operativo per i cittadini il diritto a manifestare ai medici curanti le loro opzioni circa terapie e trattamenti sanitari cui possono essere sottoposti. Il Comitato ha proposto che il medico prenda in esame le dichiarazioni senza che queste siano, però, vincolanti».
Quindi il medico potrebbe non condividere le volontà del paziente…
«Non è possibile che la professionalità e la deontologia del medico siano subordinate alla volontà del malato. Invece il medico, in scienza e coscienza, deve prenderla sul serio, ma deve reagire argomentando per iscritto se la condivide oppure no. Questo farebbe chiarezza tagliando le gambe a polemiche pretestuose. E garantirebbe quella piccola minoranza di cittadini che, come conferma l’esperienza americana, in definitiva scrive il testamento biologico. Insomma non bisogna temerne la legalizzazione a patto che ascoltino quanto deliberato dal Comitato e che non venga surrettiziamente utilizzato per finalità eutanasiche».
Il caso Welby ha riaperto il dibattito sull’accanimento terapeutico…
«È opinione ampiamente condivisa che sia illecito, anche se i suoi confini a volte sono sfumati».
E per il Comitato di bioetica è lecita l’alimentazione forzata dei pazienti in coma?
«Si. Se fosse un atto medico, si potrebbe interpretare come accanimento. Ma i kit per l’alimentazione di questi pazienti si acquistano in farmacia e, sotto supervisione medica, chiunque può utilizzarli per nutrire il malato. L’alimentazione è allora un atto di sostegno vitale infermieristico, quindi per la maggioranza degli esperti non rientra nell’accanimento».
Come valuta la sollecitazione dell’opinione pubblica con casi singoli di forte presa emotiva?
«Non si fa bioetica con la propaganda e i lanci mediatici. Così si distorcono i parametri di giudizio a scapito dell’oggettività. In Italia ci sono precedenti pericolosi».
Quali?
««All’epoca della campagna sull’aborto fu determinante la riproposizione propagandistica dei casi tragici di aborti terapeutici di feti malformati. Come se l’interruzione di gravidanza riguardasse solo loro. Così passò una legge che, oggi lo sappiamo, ha consentito di abortire una stragrande maggioranza di individui sani».
Teme che si usi la stessa strategia per l’eutanasia?
«Temo due cose. Primo, una campagna mediatica che potrebbe portare l’opinione pubblica a scegliere sulla base di casi est remi, straordinari e patetici. Invece l’applicazione eutanasica potrebbe avere, come insegna l’esperienza degli Stati dove è legale, un carattere di macabra banalità burocratica. Secondo, temo che passi in secondo piano il cuore del problema: il diritto alla salute e a un’equa redistribuzione delle risorse sanitarie anche per i malati terminali e le loro famiglie».


Avvenire 26-9-2006