(Avvenire) Dove si parla la lingua di Gesù

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Avvenire 21 Settembre 2009
REPORTAGE
Malula, dove l’aramaico vive ancora

Il disco arancione intenso del sole si smorza lentamente dietro la montagna frastagliata, l’aspra falesia di roccia, risultato di millenarie sedimentazioni eoliche e di innalzamenti geologici: ai piedi dell’asperità più scoscesa un piccolo villaggio abbarbicato lungo i fianchi di un canyon, che divide in due il cuore della montagna, quasi ferendola, piomba nella semioscurità e subito aiuta la fioca luce del tramonto, premessa della stellata notturna, con l’illuminazione artificiale delle lampade ad olio.

È la comunità di qualche centinaia di anime di Malula, piccolo borgo siriano, sito a 45 km a nord di Damasco: qui, in un paesaggio lunare, capace di ammaliare e trasmettere sensazioni pregnanti con l’aspra catena montuosa che separa il deserto della Siria orientale dalle verdi colline dell’Antilibano ad occidente; qui una comunità ancora virginale, con radici antichissime, con scarse contaminazioni culturali, dà vita a tutt’oggi a un fenomeno linguisticamente unico: sono infatti molti a parlare, oltre all’arabo, l’aramaico, l’antica lingua di Gesù e dei suoi discepoli, diffusa nella Palestina di duemila anni fa. I glottologi sostengono che le variazioni rispetto al modello originario sarebbero minime; e – fatto ancor più eccezionale – i vecchi del villaggio riescono a intessere dialoghi in questo idioma arcano, non limitandosi a usarlo nella liturgia e nella recitazione di preghiere.

Sì perché Malula è il simbolo per eccellenza della religione cristiana nell’intera Siria, nazione moderna, che può essere presa a modello quale esempio di convivenza pacifica tra due religioni, troppo spesso in altri Paesi mediorientali (ad iniziare dall’Egitto) in drammatico conflitto tra loro. Malula infatti, quasi vivacizzata da un simile unicum linguistico, si innerva e riposa tutta sulla profonda fede, che sgorga pura dai due monasteri, posti alla sommità del borgo, quasi a sua protezione. San Sergio e Bacco è sede di una confraternita di monaci di cristallina spiritualità, ma non isolati, anzi molto attivi – com’è secolare tradizione delle esperienze cenobite di queste regioni – nel dialogo col mondo e nell’accoglienza e nel mutuo scambio di opinioni con pellegrini, a loro volta affascinati del profondo sentimento di fede, che promana da simili luoghi arcani e selvaggi.

E non mancano – è evidente – le attività commerciali, quelle da sempre tipiche dei cenobi, volte a fornire un contributo essenziale all’economia di base del gruppo religioso: a Santa Tecla, l’altro grande monastero, sede di un’antica comunità religiosa, viene prodotto un vin santo delizioso, fatto di uve pregiate, raccolte nei vigneti sottostanti Malula e lavorate ancora con tradizionali sistemi di pigiatura. Altri prodotti della terra vengono venduti, così come piccole croci e icone artigianali intarsiate in legno, per il fedele prezioso ricordo di una comunità alacre. «Qui è la forza di una natura selvaggia, unita alla consapevolezza di una fede atavica, che anima li nostro quotidiano. Quotidiano scandito da momenti di preghiera, comune e individuale, alternati ad attività di lavoro», ricorda un monaco di San Sergio e Bacco: di origine libanese, il religioso parla perfettamente la nostra lingua grazie a prolungati soggiorni di studi teologici a Roma. Ulteriore momento di intensità spirituale lo viviamo sempre nel corso della visita del monastero di San Sergio e Bacco, posto a capo del villaggio, in una posizione non distante da Santa Tecla, che più in alto domina e simbolicamente protegge Malula.

All’interno della chiesetta, ecco uno spazio sacro, una piccola cappellina, dedicata alla Madonna e illuminata dalla luce fioca e tremolante di sparute candele: qui una donna di mezza età, interamente vestita in nero e avvolta in un foulard scuro, a indicarne la profonda devozione mariana, recita le lodi alla Vergine; la luce delle candele guizzando disegna giochi di ombra sui suoi occhi, vivificati come spilli infiammati dalla forza della fede; è un’immagine a tratti sovrumana, che emoziona e ben esemplifica l’intensità di un sentimento religioso, che non è banale routine. Così come non è banale routine la recita del Padre Nostro nell’antica lingua di Nostro Signore: davanti a Santa Tecla, su uno sperone di roccia con l’infinito dell’impervia montagna alle spalle, una ragazza di giovane età, i capelli liberi al vento, gli occhi socchiusi e il volto ispirato, intona frasi misteriose: la formulazione della più viva preghiera della cristianità, nella sua versione originaria e per questo più coinvolgente, per giunta in uno scenario naturale di incomparabile bellezza.

Aristide Malnati