(Avvenire) Dopo lo stop ai DICO spuntano i CUS

Matrimonio e Famiglia

Obblighi senza reciprocità

I Cus, ipotesi bislacca Un atto a senso unico

Giacomo Samek Lodovici

Avvenire 15-7-2007

Dai Dico ai Cus (Contratti di Unione Solidale) cambia il nome ma non la
sostanza: proprio mentre si afferma di voler eliminare le
discriminazioni verso i conviventi, in realtà la vera discriminazione
colpisce i coniugi. Infatti essi si assumono dei doveri inderogabili,
la cui trasgressione è sanzionata, talora anche penalmente. Per esempio
gli obblighi di curarsi reciprocamente, di educare il figlio anche se è
«solo» del coniuge e non è proprio, di contribuire alle necessità della
famiglia, di versare gli alimenti in caso di separazione o di divorzio,
di coabitare. Per limitarci solo all’obbligo di coabitazione, i coniugi
non possono lasciarsi da un momento all’altro senza conseguenze: se uno
dei due abbandona il tetto coniugale, può essergli addebitata la
separazione, il che può precludere l’assegno di mantenimento. Invece
nei Cus i conviventi non hanno nemmeno l’obbligo della coabitazione e
viene menzionato in modo molto generico solo il dovere di aiutarsi
reciprocamente e di contribuire alle necessità della vita, ma con la
clausola che "il contratto di unione solidale può prevedere i tempi e i
modi dell’attuazione" dei doveri. Quindi, non solo i coniugi hanno
molti più doveri, ma hanno inoltre degli obblighi definiti,
diversamente dai conviventi che, nei Cus mantengono un’autonomia molto
ampia rispetto ai doveri. Insomma, i conviventi, coi Cus, hanno diversi
diritti, per esempio il trasferimento di sede per i lavoratori, il
diritto di succedere nel contratto di locazione per l’alloggio comune,
quello di ereditare automaticamente (se sono passati nove anni dalla
registrazione del Cus) e quello di percepire (dopo il riordino della
normativa previdenziale) la pensione di reversibilità. Pertanto, se lo
Stato istituisse i Cus, attuerebbe un atto giuridico a senso unico,
perché si assumerebbe degli obblighi nei confronti dei conviventi,
quando questi ultimi non se ne assumono nessuno o quasi. E
riconoscerebbe loro i diritti che abbiamo menzionato, senza esigere in
cam
bio i doveri che invece chiede ai coniugi di assolvere. Né si può
parlare di discriminazione verso i conviventi in merito ad alcuni
diritti reclamati per i conviventi e contenuti nei Cus (quello di
prendere decisioni di carattere sanitario in favore del convivente o
quello di succedergli nel contratto di locazione), dato che (Avvenire
lo ha documentato varie volte) essi sono già oggi garantiti dal nostro
ordinamento. Ma con la differenza (rispetto ai Cus) che essi sono
attualmente concessi ai singoli e non alle coppie, perché fino ad oggi
lo Stato ha conferito uno status speciale al matrimonio, laddove invece
i Cus li assegnerebbero alle coppie conviventi, «avvicinandole» a
quelle sposate. Oltre che per quanto detto finora, contrapporsi ai Cus
non significa discriminare i conviventi: discriminare significa
trattare in modo diverso cose uguali. Dunque è vero che ogni singolo
uomo deve avere gli stessi diritti; ma ci sono giustamente differenze
nei diritti particolari, legate alle funzioni delle persone (per
esempio, un parlamentare ha il diritto di votare le leggi, un semplice
cittadino no). Ciò significa che le relazioni interpersonali devono
essere trattate dallo Stato in modo diverso quando sono tra loro
diverse. Ora, la relazione dei conviventi è diversa da quella dei
coniugi, per lo meno perché i conviventi non si assumono le
responsabilità e gli obblighi a cui i coniugi si impegnano.