(Avvenire) Diritto d’intervento

Fede e ragione

IL DIBATTITO RILANCIATO DA BATTISTA

Mai neutrali tra bene e male

GIACOMO SAMEK LODOVICI

I recenti interventi della Chiesa sul tema dell’immigrazione non hanno sollevato la tipica levata di scudi di coloro che gridano all’ingerenza ogni volta che la Chiesa stessa interviene sui temi etici.
  Lo ha messo bene in luce Pierluigi Battista, sul ‘Corriere della sera’ di venerdì, chiedendosi come sia possibile che «se la Chiesa dice la sua sul trattamento degli immigrati clandestini, o sull’amnistia, oppure sulla spedizione italiana in Iraq (su temi insomma sempre molto cari alla sinistra), è giusto fare attenzione, e se invece interviene sull’aborto, o sull’eutanasia, allora bisogna fermamente rintuzzare l’attacco allo Stato laico». Insomma, se certi pronunciamenti della Chiesa sono legittimi, «come possono diventare illegittimi i suoi interventi su altre materie sulle quali lo Stato deve legiferare?». Nel suo lucido editoriale, Battista segnala «che non esistono leggi dello Stato eticamente ‘neutrali’, sulle quali l’intervento della Chiesa sarebbe arbitrario, e altre così cariche di valori morali da permettere anche alla Chiesa di esprimersi».
  Quest’affermazione sulla non neutralità etica delle leggi è sovente contestata. C’è chi sostiene, infatti, che lo Stato non dovrebbe prendere posizione e dovrebbe assumere un atteggiamento a-valoriale, eticamente neutrale. Diversi pensatori hanno elaborato questa prospettiva, ma è Battista ad aver perfettamente ragione.
  Se si nega l’esistenza del bene e del male, la legge dello Stato diventa lo strumento del dominio dei potenti sui deboli, procura l’utilità del più forte.
  Ma se, invece, esiste una dimensione etica, allora lo Stato (persino inconsapevolmente) ogni volta che legifera su qualcosa, agisce alla luce di una visione morale.
  Per esempio, se lo Stato delibera di contrastare la povertà, l’ignoranza e la disuguaglianza, vuol dire che ritiene che questi fenomeni siano dei mali. E se vieta la calunnia, il furto e l’omicidio, vuol dire che li ritiene malvagi e assume che la tutela della buona fama, della proprietà e della vita siano dei beni.
  Ancora, vietare o permettere significa disciplinare un certo tipo di comportamento di qualcuno nei riguardi di qualcun altro: per esempio, vietare la frode significa sanzionare il comportamento di un soggetto che inganna fraudolentemente un altro. Così, la legge ha una valenza relazionale, regola i rapporti tra gli uomini (per questo, per la Chiesa, il furto dev’essere vietato, perché è un atto che danneggia un altro, mentre la contraccezione, pur sbagliata, non deve essere proibita).
  E, allora, sempre se esistono il bene e il male, lo Stato, ogni volta che legifera, presuppone che sia un bene evitare che i rapporti interpersonali degenerino nella guerra civile e nell’anarchia, considera un bene la pace sociale. Ma non qualsiasi pace sociale, non quella in cui il forte spadroneggia sul debole, bensì solo quella che è frutto della vera giustizia, il che vuol dire che ritiene che sia un bene proteggere il debole dalle prevaricazioni. Inoltre, per diverse (non tutte) concezioni filosofico-politiche, anche quando mi permette di fare qualcosa, lo Stato ritiene che sia un bene lasciarmi la libertà di agire e che sia un male che altri o lo Stato stesso me lo impediscano.
  Da queste brevi e necessariamente incomplete considerazioni dovrebbe, allora, scaturire una conclusione: la Chiesa ha pieno titolo per pronunciarsi non solo perché la libertà di espressione deve valere per tutti, ma anche perché è un’autorità morale che si interroga sull’uomo e sul suo bene. E lo fa da duemila anni.

Avvenire 8-6-2008