(Avvenire) Difendiamo la pace dal nichilismo terrorista

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CONTRO CERTO NICHILISMO

NON SONO MORTI PER NIENTE



Marina Corradi
Avvenire 13-11-2003


Questa volta è toccata ai soldati italiani. Dopo l’attentato contro l’Onu, dopo quello contro la Croce Rossa, un camion d’esplosivo contro il quartier generale della missione italiana di pace. «Non sono stati gli iracheni, sono terroristi stranieri che vogliono portare il caos in Iraq» dice monsignor Emmanuel-Karim Delly, arcivescovo emerito di Baghdad. Bombe contro le Nazioni Unite, poi contro gli infermieri della Croce Rossa, infine contro dei soldati che tentano di riportare la normalità nelle strade. C’è un marchio nichilista, ha detto André Glucksmann, evidente in questo terrorismo islamico: una volontà di cacciare qualsiasi mediatore o organizzazione internazionale, un’ansia di puro caos. Nessun popolo desidera il caos, perché ogni popolo ha dei figli; e questo fa pensare che monsignor Delly sappia bene quel che dice.
Tutti quei nostri soldati – alcuni poco più che ragazzi, e molti come al solito ragazzi o ex ragazzi del Sud – non sono morti però senza una ragione, come qualcuno potrebbe essere tentato di dirsi sull’onda di una corrente di pensiero che già ieri prendeva forza: cosa ci siamo andati a fare in questa guerra di americani, è roba loro, che se la cavino loro, quando mai ci siamo messi in mezzo, e anzi ritiriamolo immediatamente il nostro contingente, giacché laggiù in Iraq la pace pare impossibile. Quei diciotto sono morti per una ragione che sta fra le righe di queste parole di Delly: «Qui la gente va a letto la sera e non sa se si sveglierà la mattina successiva. Non c’è lavoro, non si può tornare alla vita normale. Preghiamo per il popolo iracheno, e per le forze straniere venute in Iraq a proteggerci».
In realtà, ciò che, oltre allo sgomento per questa strage fredda e feroce, turba molti italiani, è che una missione «di pace» possa avere un costo così spaventoso. Una missione di pace, non può. Quello di Nasiriyah è un massacro, e i massacri avvengono in guerra. E l’Italia non ha dichiarato alcuna guerra. Di più: «guerra» è una parola che quasi non tolleriamo più, tanto la sentiamo ostile, assurda, improponibile.
E ancora tornano in mente le parole di quel filosofo e forse profeta – i profeti sono spesso sgradevoli – che è André Glucksmann, caustico nello sbeffeggiare i cortei dei pacifisti inglesi che gridavano: «Non fate la guerra, fatevi un tè». Gli europei, dice Glucksmann, «credono che basti dire “no alla guerra” per esserne al riparo. Gli europei non la vogliono sentire nominare ma la guerra è là, non ha mai lasciato il nostro orizzonte, e bisogna saperla guardare negli occhi».
La guerra ancora là, ancora nel nostro orizzonte. Questo ci è intollerabile, e lo esorcizziamo mostrando il più convinto pacifismo. Ma la guerra è cambiata: non procede più, come una volta, per fronti compatti e chiari, prende la forma subdola di terrorismi che colpiscono ovunque, secondo una logica unica, in un disegno che pare ascrivibile, dietro tante mani, a un solo nemico. Guerra, per conquistare cosa? Ancora Glucksmann, il profeta sgradevole: «Questo terrorismo pare volere solo distruggere, pare la nuova forma del nichilismo nella storia».
C’è da augurarsi che il professore si sbagli. Se così non fosse, però, potremmo trovarci a dovere rivedere i nostri inattaccabili dogmi pacifisti. A trovare nuove risposte. A scoprire che la pace, a volte occorre difenderla. E che può costare moltissimo. Come a quei ragazzi a Nasiriyah, ieri mattina – che non sono morti per niente.