(Avvenire) Coscienza no limits. La logica del branco

Pubblicazioni

Avvenire”, 15.10.2002

IDEE

Vittorino Andreoli
Il singolo quando partecipa ad un gruppo si modifica. Una vera metamorfosi
del comportamento, del proprio modo di pensare, della percezione del limite,
che normalmente sta alla base del rispetto e della norma. Solo in una
società follemente individualista si può sottovalutare la forza del gruppo.
È come se la testa di un singolo, quando entra in relazione con altri, si
modificasse. Il branco è multicefalo: tante teste impiantate su uno stesso
collo. Secondo una valutazione generale potremo dire che oggi la testa del
singolo serve meno di quella del gruppo a cui appartiene. In un gruppo il
singolo può compiere azioni che mai da solo avrebbe realizzato. Il rapporto
singolo-gruppo è pertanto il fulcro del comportamento umano e sarebbe un
errore voler prevedere le azioni di uno di noi senza immaginare o conoscere
la relazione che egli ha dentro il gruppo in cui si identifica e vive. Ne
deriva che l’educazione del singolo è sostan zialmente educazione del
singolo nel gruppo, e deve farsi educazione del gruppo. Legare
esclusivamente il processo educativo al singolo individuo è un esercizio
inutile, non in grado di garantire gli effetti sperati.

In questa stagione la nostra società, sull’onda di delitti efferati compiuti
in gruppo da adolescenti, sta scoprendo la dissociazione tra il «bravo
ragazzo» preso isolatamente e il «ragazzo delinquente» rivelatosi tale
all’interno del gruppo. Il massacro di Desirée mostra come tre adolescenti
insieme riescano a massacrare una coetanea e poi manipolarne il corpo,
seguendo una dinamica di gesti che sembra possibile solo alla fantasia d’un
mostro. Il fatto che a eccitare il gruppo fosse un adulto di 36 anni non
cambia sostanzialmente i termini della nostra indagine.
Il mostro è sempre un uomo e può persino trattarsi di un brav o ragazzo che
si sia messo insieme ad un altro bravo ragazzo e poi ad un altro ancora.
Come in una reazione chimica in cui unendo idrogeno e cloro, due componenti
da soli inerti, nella combinazione formano acido cloridrico, in grado di
distruggere le cose con cui viene in contatto. Un Roberto, più un Giovanni e
un Amedeo in combinazione, formano un mostro che, un giorno in una casa
diroccata, attende con un coltello una bella ragazza e ne fa scempio. Ovvio
che qui nessuno vuol assolvere i singoli, anche se il nostro compito qui non
è quel tipo di giudizio che spetta solo alla magistratura, almeno su questa
terra, quanto invece mostrare come sorgono le azioni e la loro follia.
Il gruppo di per sé non è negativo: come può potenziare i comportamenti
malvagi, può promuovere e rendere efficaci le buone azioni. Il gruppo
risente dello scopo che si dà. È certo che sul versante del male, riesce a
tirare fuori o a rendere possibile des ideri che il singolo censura mentre
il gruppo può addirittura esaltare. In una fase storica in cui il male
diventa banale, si uccide senza la consapevolezza di che cosa significhi
veramente un gesto omicida. Da una bravata al dramma. Penso, ad esempio,
anche al gioco dei sassi dell’autostrada. In una cultura che non sa dire che
cosa va fatto in ogni caso o che cosa si debba evitare perché comunque non
accettabile, il gruppo diventa una coalizione del «tutto è possibile», e un
medesimo branco potrà ammazzare o fare gesti da encomio. Il gruppo cioè come
il luogo della sperimentazione, ove si può materializzare ogni licenza e
quindi porsi anche come luogo dell’antinorma e dell’orrido.
C’è bisogno di indicare il bene e il male, di operare questa distinzione.
Una società che, per paura di essere manichea, la espelle da sé, pensando al
rigidismo luterano o al moral ismo clericale, promuove ineluttabilmente il
«tutto è possibile», e porta a considerare la coerenza come una
inadeguatezza a vivere in una società del mutamento. Il camaleontismo si
configura, di conseguenza, come strategia del successo. Si ha paura di dire
che cosa sia bene e cosa male, come se il farlo volesse dire essere démodé.
Il gruppo toglie ogni residuo di «freni inibitori» nel singolo, che giunge a
prendere una coetanea e farle violenza. Il sesso violento, del resto, è
l’unico invito al piacere. Raccontare oggi di un amore tradizionale suscita
il riso e lo scherno. La nostra è una cultura per la quale aver la stessa
moglie da 36 anni – è il caso di chi scrive – vale quanto meno affermare di
essere impotenti, o comunque di non aver fantasia e non saper coltivare
l’avventura che prima di compiersi su un corpo è un atteggiamento vincente
nella società. In questa società dell’< I>off limits, si va in gruppo per
fare quello che da soli non si riesce a fare. Il gruppo come tramite per
vincere le ultime barriere e sentirsi senza regole, senza norme.

Anche quando, come spesso negli adolescenti, si sta insieme senza un
progetto, si è – proprio per questo – aperti a tutti i progetti possibili. E
un individuo subirà tanto più l’influsso del gruppo, quanto meno definita è
la sua personalità e la sua identità: un informe plasmato dalla testa del
branco. Il gruppo permette a molti anonimi, a tanti «nessuno», di diventare
eroi, sia pure del nulla o del male. È tempo di immettere nella nostra
cultura la dicotomia tra bene e male, di non aver paura di figurare fuori
moda o di accendere una tradizione cattolica, la quale in passato può aver
anche esagerato o spaventato con l’ossessione della colpa e del peccato,
epperò con l a caduta totale di questo muro, la confusione tra bene e male e
soprattutto l’imporsi di un empirismo che lega solo alle circostanze il
senso dell’agire, fanno del mondo – e in particolare di quello giovanile –
un coacervo, un branco senza alcun riferimento, senza alcuna direzione per
il comportamento.
Non bastano le leggi dello Stato, specie quando servono invece per
aggiustare gli interessi dei potenti; non sono sufficiente le pene quando si
conoscono le regole per evitarle, occorre una forza autorevole, un padre. E
c’è bisogno persino di un Dio. Ne sente il bisogno anche chi, come me, non
lo conosce. Importante è non smettere mai di cercarlo, fosse anche
un’utopia, l’espressione (illusoria) di un desiderio di certezza. Mi
spaventa una società che non cerca più Dio poiché, almeno nel significato
della città della terra, significa non ricercare quel principio che impone
di comportarsi con coerenza e con determinazione e persino con sacrifi cio.

Non sono tanto disturbato dalle meretrici del corpo, ma da quelle del
pensiero, da coloro che vendono la dignità umana e in nome di una
licenziosità abbandonano i figli più fragili. Di fronte alla violenza del
branco, alla morte «spettacolo», provo indignazione per le prostitute della
cultura e del potere, per quegli adulti che sono peggio dei sepolcri
imbiancati. Questi disonesti che poi si rivoltano contro la stessa violenza
che provocano. Mi indigno per quanti hanno ridotto una società senza
speranza e senza un’educazione fatta di esempi.
Si parla di bullismo adolescenziale e di quello degli emarginati, mai però
del vero bullismo che è quello del successo fondato sul nulla, sul mostrare
i seni e quant’altro si dovrebbe tenere opportunamente coperto. Bullismo è
un atteggiamento pseudoeroico per farsi notare quando nessuno ti vede e
quando non si h a possibilità di entrare nello schermo del teatro del
successo. Una strategia per uscire dal nulla, per emergere su un teatrino
della miseria. Una strategia che non si differenzia per niente dalla
perversione dei comportamenti messi in atto per diventare attricette o
idioti dello spettacolo.
La grande emergenza sociale insomma non è l’economia o la politica, ma il
mondo giovanile e l’educazione. Siamo di fronte a una realtà sconcertante,
ad un vuoto che in gruppo si riempie di orrore. L’estetica dell’orrido,
appunto. Il «la» di partenza è quel nulla interiore, quell’essere «nessuno»
sul piano sociale che può riempirsi di enfasi e portare a compiere ogni
azione.
Preso ciascuno singolarmente, non si intravede una forma di follia, ma la
follia è dentro il gruppo, in quella «testa» del branco che non appartiene a
nessuno particolarmente. Una testa che finisce per dominare quando le
singole sono vuote. Un vuoto di cui è responsabile quella educazione che
sempre più è il risultato di azioni che mettono sullo stesso piano famiglia,
televisioni e videogiochi, e confonde vita concreta e fiction.
La cura parte da quel vuoto, da un’assenza che esprime la mancanza di
un’attenzione efficace e continua al processo di formazione. Insomma non c’è
follia del singolo nel massacro di Desirée, ma una follia grave del branco e
della società. Una follia vergognosa di una civiltà che non vede più il
significato dell’esistenza, ma solo le modalità per riempirla di successo e
di denaro e, allo stesso tempo, di ingiustizie.