(Avvenire) Così pregano gli elfi di Tolkien

Pubblicazioni

“Avvenire”, 18.01.2004

ORTÍRIELYANNA RUCIMME, AINA ERUONTARI, ALALYE NATTIRA ARCA·NDEMMAR
SANGIESSEMMAN ONO ALYE ETERÚNA ME ILLUME ILYA RAXELLOR ALCARIN VÉNDE AR
MANAQUENTA
Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, santa Madre di Dio:non
disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova,e liberaci da ogni
pericolo,o Vergine gloriosa e benedetta

Così pregano gli elfi di Tolkien
A pochi giorni dall’arrivo in Italia del «Ritorno del re» cinematografico,
si riapre il dibattito sulle convinzioni religiose dell’autore inglese. E
spuntano le sue traduzioni di alcune orazioni cristiane nelle lingue
adoperate dalle popolazioni della Terra di Mezzo

Di Alessandro Zaccuri

Ortírielyanna? Rucimme? Aina Eruontari? Ma che lingua sarebbe questa?
Semplice, è Quenya, qualcosa tipo l’antico alto-elfico. Il «latino» del
popolo al quale appartengono l’intrepida Arwen e la celestiale Galadriel,
che poi al cinema sarebbero Liv Tyler e Cate Blanchett. Volendo, lo si può
anche studiare, il Quenya, grazie agli appositi «manuali» redatti da Edouard
J. Kloczko e pubblicati in Italia dalla romana Tre Editori all’interno
dell’Enciclopedia illustrata della Terra di Mezzo (il tomo relativo
all’elfico è uscito nel 2002, quello sugli idiomi di hobbit, nani e orchi
nel 2003). Di nuovo Tolkien. E di nuovo il problema del cristianesimo del
Signore degli Anelli. Dell’opera, è chiaro, visto che delle convinzioni
religiose dell’autore – stimato medievista oltre che cattolico dichiarato –
non è dato dubitare. Lo ammette anche Errico Passaro, autore con Marco
Respinti di un libro-dibattito significativamente intitolato Paganesimo e
cristianesimo in Tolkien (il volume, edito dal Minotauro, arriverà in
libreria il prossimo 26 gennaio, pagine 200, euro 14,50). Un faccia a faccia
nel quale Passaro – ufficiale dell’Aeronautica militare, studioso di fantasy
e autore di romanzi come Le maschere del potere, pubblicato da Nord nel
1999 – sostiene appunto il ruolo del «pagano», mentre spetta a Respinti,
curatore fra l’altro dell’edizione italiana di Tolkien e il Signore degli
Anelli di Colin Duriez (Gribaudi, 2002), rivendicare l’ortodossia del
Legendarium tolkieniano. In buona sostanza, Passaro si dice convinto che
nella Terra di Mezzo gli elementi della tradizione pagana convivano senza
contraddizione con un sostrato cristiano, risultando però più evidenti e –
in definitiva – decisivi. Di parere contrario Respinti, per il quale la
posizione di Tolkien si avvicina molto a quella di Luis Vaz de Camões, il
poeta cinquecentesco portoghese che nell’epica dei Lusiadi fa ricorso
all’apparato mitologico classico, caricandolo tuttavia di valori e
riferimenti di indubbio significato cristiano. E se Passaro parte
dall’opera di Tolkien per arrivare soltanto in subordine alla biografia
dell’autore, Respinti segue il percorso inverso, individuando in particolare
i punti di contatto fra la costruzione fantastica del Signore degli Anelli e
la profonda fede cattolica dello scrittore («Io ti propongo l’unica grande
cosa da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento», affermava nel 1941 in
una lettera al figlio Michael). Fra gli episodi più significativi ricordati
da Respinti, figura anche l’esperimento di traduzione in Quenya di una
manciata di preghiere cristiane: il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Gloria e
le Litanie laureatane precedute dal Sub tuum presidium , antichissima
invocazione mariana (è presente in un papiro egiziano del III secolo).
Quest’ultimo è il testo che riproduciamo in questa pagina: una conferma del
fatto che, pagani o non pagani, in fatto di preghiera anche gli elfi hanno
le idee chiare.

Frodo e i suoi fratelli: servono mappe per esplorare il fantasy

Alessandro Zaccuri

Un paio d’anni fa, con Tolkien, il signore della fantasia (Frassinelli),
Andrea Monda e Saverio Simonelli avevano firmato uno dei più importanti
contributi italiani alla comprensione del Signore degli Anelli. Attenzione
ai fraintendimenti, avvertivano, l’unica vera magia del racconto è di tipo
linguistico. Adesso tornano all’attacco con Gli anelli della fantasia
(Frassinelli, pagine 312, euro 14,00, in libreria dal 23 gennaio), un
«viaggio ai confini dell’universo di Tolkien» che aiuta il lettore a
orientarsi nei labirinti della letteratura fantasy. Anzi, di quel fantastico
che gli autori considerano in qualche modo coerente con la lezione
tolkieniana.
Banditi di prepotenza i campioni dell’heroic fantasy più commerciale, Monda
e Simonelli si soffermano anzitutto sui predecessori di Tolkien, dai più
remoti (lo Spenser del poema elisabettiano sulla Regina delle Fate, per
esempio) ai più prossimi, come William Morris e George McDonald, figure di
spicco nel panorama di un fantastico ottocentesco che ancora predilige
narrazioni di forma breve. Da questo punto di vista, la vera svolta impressa
dagli autori del Novecento sta proprio nel passaggio a costruzioni
romanzesche di ampio respiro, nelle quali – non diversamente da quanto
accade nel Signore degli Anelli – la parola evoca altri mondi e li rende
credibili. È questo il tratto che accomuna le invenzioni di Clive Staples
Lewis (nella foto a sinistra), amico e «complice» dello stesso Tolkien, al
Michael Ende della Storia infinita, ma anche ai romanzi di Philip Pullman
(nella foto sopra), al quale si deve la problematica trilogia delle «Oscure
materie». Negli Anelli della fantasia c’è posto per l’arcinoto Harry Potter
di J. K. Rowling, ma anche per personaggi ancora poco conosciuti dal lettore
nostrano, come Tito, il protagonista del ciclo di Gormenghast, fosca
costruzione gotica dell’inglese Mervyn Peake. C’è posto, più che altro, per
il postmoderno in tutte le sue varianti, da quella giocosa di Terry
Pratchett fino alle ambiziose speculazioni di Neil Gaiman. Tutti fratelli
dell’hobbit Frodo. O, alla peggio, suoi buoni cugini.