(Avvenire) Chi ha davvero a cuore la salute della donna?

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In molti Paesi la pillola sta causando effetti letali

Ru486, in Italia si tace Negli Usa infuria il dibattito


I quotidiani americani sono pieni di articoli sulle donne morte a seguito di un aborto chimico


Eugenia Roccella

 Chi in questi ultimi giorni avesse avuto sotto gli occhi la stampa americana, avrebbe notato subito lo spazio offerto al dibattito sulla Ru486, la pillola per l’interruzione chimica della gravidanza, che in Italia è ancora simbolo di un aborto semplice, indolore, sicuro. Dall’austero Wall Street Journal fino al Washington Post e al New York Times, i giornali Usa erano e sono pieni di articoli sui dubbi, i timori, lo scandalo suscitato dalla ininterrotta sequenza di donne morte a seguito di un aborto chimico, e ogni giorno sull’argomento ci sono nuove notizie.
L’ultimo annuncio di morte è stato dato, con drammatico tempismo, pochi giorni fa, durante i lavori di un importante convegno scientifico sul rapporto tra la pillola abortiva e alcune infezioni letali; ma forse quella tragedia non è nemmeno l’ultima, e le agenzie avvertono che è probabile ci siano state, nel frattempo, nuove morti.
Di Ru486 si muore anche in Europa – i casi noti sono almeno cinque – ma tutto avviene in modo tranquillo, senza clamore. Nessuno si preoccupa di informare le donne sui rischi che corrono, sul tasso di mortalità dell’aborto chimico (10 volte più alto di quello chirurgico), sulle esperienze traumatiche vissute da altre donne, e testimoniate da un impressionante elenco di eventi avversi che continua ad allungarsi (ormai sono più di 800).
La regola del silenzio vale anche per l’Italia. Una volta chiusa la polemica politica nata intorno alla sperimentazione avviata quasi un anno fa dall’ospedale Sant’Anna di Torino, di Ru486 non si è parlato più. Già allora pochissime voci avevano turbato il coro di consensi che accompagnava il farmaco. Oggi, peggio: tutti zitti. Eppure la marcia verso l’adozione del metodo chimico continua, sia pure a macchia di leopardo. Ogni tanto, con discrezione, un consiglio regionale approva una delibera sulla Ru486, un comitato locale di bioetica dà il suo parere favorevole alla pillola, un’azienda ospedaliera annuncia di averne fatta richiesta all’estero. Nel frattempo la ditta che la distribuisce ha inoltrato all’apposito ente europeo la richiesta di autorizzarne l’immissione sul mercato italiano. Tra sei mesi, tra un anno, la Ru486 sarà disponibile in Italia, e le strutture sanitarie saranno pronte a utilizzarla.
Lo scopo è politico. Il ruolo di avanguardia, in questa battaglia silenziosa e strisciante, lo ha assunto la Rosa nel Pugno, che vuole modificare la 194, e ha già depositato la sua proposta di legge. Con il metodo chimico nessuno può garantire che l’interruzione di gravidanza avvenga nelle strutture pubbliche, così come attualmente la legge prevede. La Ru486 sposta inevitabilmente l’aborto dagli ospedali, e lo ricaccia tra le mura domestiche: le donne, con le loro brave pillole in mano, vengono rispedite a casa, ed è lì che hanno a che fare con le emorragie, i crampi, le nausee, il dolore, la paura e il rischio. Se la Ru486 si diffonde, sarà necessario adeguare la legge, così come è già accaduto in Francia, ed è l’occasione che alcuni aspettano. In silenzio, i sostenitori della pillola abortiva piantano le loro bandierine, a Lecce, Bari, Trento, in Piemonte, Toscana, Puglia. E in silenzio, le donne continuano a perdere la vita, in Francia, in Svezia, in Inghilterra, nel Colorado o in California.


Avvenire 19-5-2006