(Avvenire) Card. Schönborn: IL FUTURO DELLA FEDE

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Quattro capitali europee coinvolte in un grande progetto che punta a riattualizzare le modalità dell’annuncio


Parlare di Dio al cuore delle metropoli


«Proporre la fede agli uomini delle nostre città postmoderne è più facile di quel che pensiamo, siamo noi a essere timorosi,un po’ come gli apostoli» «Il Vangelo ci spinge alle persone»


Dal Nostro Inviato A Vienna Gianni Santamaria

I cristiani ai vortici delle grandi città, che inghiottono tutto, sono abituati dai tempi di Pietro e Paolo, che a Roma e Atene non furono certo accolti con entusiasmo. Ma poi…
Oggi con duemila anni di fede alle spalle sembra di essere tornati a quei tempi. Come allora l’attesa di Dio, in persone sempre più sole e sfiduciate, è enorme. E, come allora, i cristiani sono timorosi di annunciare il Vangelo e tentati di abbandonare se non si ha “successo” e si diventa in pochi. Ma se ci si prova sul serio ci si accorge che le porte a Cristo sono meno chiuse di quanto sembri. Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, vede così l’annuncio nelle metropoli europee. E insieme a tre porporati di altrettante capitali – Jean Marie Lustiger (Parigi), José da Cruz Policarpo (Lisbona) e Godfried Danneels (Bruxelles) – ha deciso di dar vita a un congresso che cerchi vie di nuova evangelizzazione per l’uomo metropolitano, sia esso giovane, povero, anziano, bambino, extracomunitario, malato, solo. Iniziato nella città danubiana venerdì (insieme alla missione cittadina) con il titolo «Aprite le porte a Cristo», si chiuderà domenica. L’esperienza proseguirà a Parigi (2004), Lisbona (2005) e Bruxelles (2006). Incontriamo l’arcivescovo austriaco nel duomo di Santo Stefano, simbolo della città.
Eminenza, da dove nascono le giornate odierne?
«Dall’esperienza di molte missioni animate dalla comunità Emmanuel (cui è affidata la cura del progetto internazionale, ndr). Una proprio qui, nelle parrocchie di Vienna centro, che hanno sperimentato come la gente sia molto più aperta di quel che pensiamo. E parlare di Dio e del Vangelo è più facile di quanto si creda. Siamo noi a essere timorosi: un po’ come gli apostoli, chiusi dietro le porte dalla paura. Invece, in questa società così eterogenea, senza consistenza, la Parola del Vangelo può rivestire un carattere di novità».
Quali caratteristiche troviamo nelle città di oggi?
«Le persone sono in ricerca, affascinate da eso terismo e nuove esperienze religiose. Vedo analogie con la situazione del cristianesimo del I-II secolo, quando la gente viveva – a Roma come in Oriente – le religioni dei misteri, l’iniziazione esoterica, veri culti. Il cristianesimo vi è entrato come una filosofia tra le altre. Ma poi ha sorpreso, perché i cristiani vivono una fraternità e una carità senza limiti: non ci sono barbari e greci, liberi e schiavi, uomini e donne, ma c’è la persona. E oggi il Vangelo ci spinge alle persone. Tutte le iniziazioni dell’epoca lasciavano in chi vi si rivolgeva un sentimento di vuoto. Invece, quando costoro hanno sperimentato la realtà sacramentale del battesimo e dell’eucaristia hanno vissuto qualcosa di misterioso, ma di reale. Penso che questo valga anche oggi».
Come parlare allora agli uomini delle grandi città?
«Stiamo facendo quest’esperienza con le comunità nuove. C’è l’adorazione eucaristica fino a notte. La gente viene, entra ed esce con libertà. Ci sono persone che invitano a pregare. E molti, anche se non sanno bene cos’è il sacramento, si lasciano coinvolgere».
C’è il rischio che, con l’allentarsi delle relazioni sociali, le grandi città europee stiano perdendo l’identità?
«Penso che la prima realtà che il Vangelo porta a una città è questa: ognuno ha un volto. L’annuncio è sempre trasmesso faccia a faccia. Non con la teoria. La persona è il dato su cui si costruisce la società, le reti di solidarietà e di convivenza. Anche le strutture sociali sono nate in Europa dallo spirito del Vangelo. L’ho detto in apertura, alla presenza del sindaco. Questa città ha un profumo evangelico nelle sue stupende istituzioni sociali. Ma c’è il pericolo che questa rete poco a poco si dissolva, e la società divenga dell’uomo contro l’uomo».
I centri storici, che con le cattedrali sono stati sempre il cuore delle grandi città europee, si svuotano o diventano quasi solo luoghi di affari e commercio. Come può tornare a battere questo cuore?
«Grazie a Dio, a Vienna non c’è d ubbio su dove sia il centro. Per gli austriaci la cattedrale è un simbolo. Ci sono anche problemi di svuotamento, ma si assiste a un movimento di ritorno verso il centro. Anche le abitazioni si ripopolano. C’è sempre vita, ed è per questo che abbiamo deciso di tenere qui l’iniziativa. Si era pensato anche a un centro congressi, ma poi abbiamo cambiato idea».
Quali sono i problemi e i dati positivi di una città come Vienna?
«Per fortuna c’è una forte tradizione sociale, ed è una città sicura. Speriamo che lo rimanga. Non esistono zone di povertà drammatica. Ce n’è, però, molta nascosta. Il 50% degli appartamenti è abitato da una persona sola. La grande rete delle parrocchie ha sofferto l’invecchiamento della popolazione. Siamo diventati di meno in una casa grande, e abbiamo vissuto anni di scoraggiamento. Il congresso e la missione cittadina ci mostrano, comunque, un altro volto della Chiesa: c’è speranza. A Pasqua ho detto alla mia diocesi: questa chiamata ad andar fuori, questo movimento missionario arriva proprio ora, quando sentiamo la nostra debolezza. Penso sia provvidenziale».
Sono previste altre tre tappe a Parigi, Bruxelles e Lisbona. E poi? Pensa che l’esperienza si estenderà?
«Vedremo. Questo è un incoraggiamento. Ci sono rappresentanti di tanti Paesi europei. Il cardinale di Praga ha mandato un gruppo, così come sono venuti da Ungheria, Slovenia, Croazia, a vedere cosa si fa e si vive. Ci sono già esperienze simili: ad esempio a Lubiana c’è stata una missione cittadina di questo genere, meno ampia, ma è stata fatta».
Insomma, uno spirito che si diffonde…
Il Papa ci parla da 25 anni di nuova evangelizzazione. Noi siamo un po’ lenti e dopo un quarto di secolo stiamo iniziando a capire».


 


Avvenire 27-5-2003