(Avvenire) Bobbio e Del Noce cavalieri della crisi

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“Avvenire”, 22.11.2002

MODERNITA’ E DIALOGO

Bobbio e Del Noce cavalieri della crisi

Li divide non solo l’ispirazione filosofica, ma soprattutto il giudizio sulla secolarizzazione. Caduto il comunismo, mentre impera il libertinismo, su che cosa rifondare la società?

Di Lorella Cedroni
Bobbio e Del Noce si erano conosciuti al liceo torinese Massimo d’Azeglio e avevano conseguito entrambi il diploma di laurea in Filosofia all’Università di Torino (Del Noce nel 1932 e Bobbio nel 1933, dopo essersi laureato prima in Giurisprudenza nel 1931) sotto la guida di comuni maestri tra cui Juvalta, Mazzantini e Annibale Pastore; entrambi ebbero stretti rapporti anche con Martinetti (il quale dovette rinunciare alla cattedra essendosi rifiutato di prestare il giuramento, imposto da Gentile, al regime fascista).
Il loro primo incontro filosofico risale ai primi anni del dopoguerra, quando iniziano a collaborare alla Rivista di filosofia la cui redazione era stata trasferita nel 1945 da Milano a Torino e la direzione era passata da Piero Martinetti a Gioele Solari. In quegli anni Del Noce era un assiduo collaboratore del quotidiano della Dc Il Popolo Nuovo, nato a Torino subito dopo la Liberazione nello stesso momento in cui Bobbio scriveva sul quotidiano del Partito d’ Azione «Giustizia e Libertà» diretto da Franco Venturi. Nella rivista si erano trovati a discutere sulle tesi filosofico-politiche di un loro comune amico, Felice Balbo, più giovane di qualche anno, riconosciuto come l’ideologo dei comunisti cattolici. Dal confronto erano nati due scritti famosi: Marxismo e salto qualitativo di Del Noce e La filosofia prima di Marx di Bobbio, entrambi apparsi sulla rivista, rispettivamente nel 1948 e nel 1950.
A partire da questo momento, il confronto tra i due maggiori filosofi della politica italiana sarà continuo, come in un duello da “cavalieri antiqui” che non mettono mai da parte la stima e l’amicizia reciproca – così reca la dedica che Del Noce apporrà sullo scritto intorno a Giacomo Noventa del 1973 facendone dono all’amico.
Tra il 1950 e il 1955 Bobbio aveva composto alcuni saggi in polemica con gli intellettuali comunisti sui diritti di libertà, scritti riuniti poi in un volume, Politica e cultura, pubblicato alla fine del 1955 che iniziava con un “invito al colloquio” e terminava con una risposta a Togliatti intervenuto nel dibattito, in cui Bobbio sostiene, con grande lungimiranza, che la democrazia ha bisogno di “intellettuali mediatori” e non di intellettuali organici come voleva Gramsci.
A questo libro Del Noce rispose con un articolo intitolato Filosofia e politica nel comunismo (1957) in cui fonda la tesi del comunismo come sbocco finale e obbligato del processo di secolarizzazione che caratterizza il pensiero moderno. Del Noce accusava gli intellettuali mediatori sia laici (il cui referente era Bobbio) sia cattolici (il cui referente era Balbo) di avere una posizione pro-comunista ispirata alla cosiddetta “religione dell’antifascismo”. Secondo Del Noce l’antifascismo aveva ereditato dal fascismo l’immanentismo, errore della cultura e non piuttosto contro la cultura, di cui erano responsabili tanto i l fascista Gentile, quanto l’antifascista Croce. In uno scritto successivo – Il ripensamento della storia italiana in Giacomo Noventa del 1973 – Del Noce metterà maggiormente in luce la sua posizione anti-Bobbio, erede ed epigono – a suo parere – del gobettismo.
Da questo momento in poi il confronto sui temi dell’antifascismo si fa serrato fino a culminare in un aperto dissenso, verso la fine degli anni ’80, che rispecchia sempre più il contrasto tra una visione politica (quella di Bobbio) e una visione transpolitica (quella di Del Noce) della storia. Bobbio non ha alcuna difficoltà ad andare al di là del fascismo e dell’antifascismo – come il suo interlocutore sollecita. Quello che non accetta è di metterli sullo stesso piano. «In una visione politica dei contrasti del nostro tempo, non si poteva cancellare – sono parole di Bobbio – in base alla collocazione di entrambi nel processo di seco larizzazione, la differenza tra una dittatura e una democrazia, anche se si trattava di una dittatura più benigna di quella nazista, e di una democrazia malandata come la nostra. Dietro la polemica contro l’antifascismo c’era da parte di Del Noce la constatazione che dello schieramento antifascista facesse parte il Partito d’azione, che rappresentava agli occhi suoi una fase ulteriore nel processo di secolarizzazione. Oltre il comunismo, religione secolare, questo processo era giunto al nichilismo, alla società della morte di Dio, in cui avrebbe trionfato il libertinismo di massa».
E, seppur in questa tesi di Del Noce c’era, per ammissione stessa di Bobbio, un nucleo di amara verità, si trattava di una verità incompleta perché dal punto di vista fattuale e politico, nella nostra democrazia, il principio di legittimazione della nostra repubblica è stato l’anticomunismo più che l’antifascismo. Più condivisibile, forse per B obbio, è il giudizio delnociano sul libertinismo di massa delle società opulente, il che tuttavia, potrebbe esporre al rischio di adottare posizioni intransigenti e fondamentaliste. Resta infatti il problema di come si possa conciliare una concezione forte e assolutistica dei valori con la democrazia che per natura è pluralistica, non monistica. Persino la stessa tolleranza, per Bobbio, è un espediente pratico e non piuttosto una regola fondamentale della convivenza su cui si fonda la democrazia. Il valore della democrazia sta infatti non solo nel riconoscimento del principio del rispetto dell’individuo come persona, ma nella sua attuazione concreta.