(Avvenire) B. XVI: Un umile lavoratore nella vigna del Signore

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Al centro la fede


Ruini:Benedetto XVI rende Dio credibile per l’uomo di oggi


Da Roma Francesco Ognibene


«Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti…». Così, alle 18.48 di quel 19 aprile 2005, il nuovo Papa si presentava al mondo, «un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore». Era come la prima rivelazione di un’imprevedibile novità: il cardinale Ratzinger, il grande teologo, l’uomo noto al vasto pubblico come custode della dottrina, iniziava a lasciare il passo a Benedetto XVI.
Un anno dopo il cardinale Camillo Ruini, vicario del Papa per la diocesi di Roma e presidente dei vescovi italiani, ci aiuta a leggere questo inizio di pontificato.
Eminenza, Benedetto XVI è “diverso” dal cardinale Ratzinger?
«È la stessa persona, nel senso che non si può capire il pontificato di Papa Benedetto senza conoscere il sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. La missione di Pontefice è diversa, unica: mette a disposizione di chi la svolge una grazia specifica, conferisce una notorietà enorme e pone la gente in un atteggiamento nuovo rispetto a un personaggio che, sebbene già conosciuto, è diventato successore di Pietro. Tutto ciò che Benedetto XVI dice presuppone quello che egli è stato, come grande teologo e uomo di Chiesa».
C’è un aspetto della biografia teologica ed ecclesiale di Ratzinger che ha inciso in maggior misura sinora?
«Certamente più d’uno. Penso alla risposta del Papa a una domanda sulla sua chiamata al sacerdozio formulata da uno dei giovani romani accorsi per incontrarlo in piazza San Pietro, il 6 aprile. La sua vocazione – ha detto – è maturata e si è approfondita nella partecipazione alla liturgia, nella frequentazione della Parola di Dio, nello studio della teologia. Un tratto caratterizzante di questo pontificato è l’amore alla liturgia, che è amore a Cristo. Al centro dell’esperienza cristiana il Papa poi colloca i sacramenti, in particolare il battesimo, l’Eucaristia e la penitenza».
Quali sono gli insegnamenti centrali di questo primo anno di magistero?
«Be nedetto XVI è spontaneamente portato a porre il centro della fede nel rapporto di questa non solo con l’umanità concreta ma anche con l’epoca storica che stiamo vivendo. È un messaggio che può essere riassunto in alcuni concetti fondamentali. Anzitutto il Papa chiede di allargare gli spazi della razionalità, senza restare prigionieri di una cultura esclusivamente scientifica e funzionale, che prescinde dalla questione fondamentale sul senso della vita. Egli pone poi la grande questione della libertà, ritenendo che l’adesione di fede sia un’opzione nella quale l’uomo mette in gioco tutto se stesso. È da respingere invece una libertà intesa in maniera individualistica e posta come criterio unico dell’etica e dei comportamenti, nella vita personale come in quella pubblica. Così concepita, la libertà alimenta quel relativismo che poi degenera in una sorta di totalitarismo occulto. Si tratta infatti di una cultura che tende a eliminare dalla vita individuale e collettiva valori senza i quali l’uomo non riesce a essere se stesso e la società non può diventare autenticamente umana».
Altro grande tema è stato quello della laicità…
«Benedetto XVI ha ricordato la distinzione netta tra Chiesa e Stato, tra fede e politica, dicendo allo stesso tempo che per essere feconda la laicità dev’essere aperta. Vuol dire che l’autorità dello Stato e la vita pubblica non possono prescindere dalle grandi istanze dell’etica, che alla fine hanno il loro fondamento nella religione, in concreto da quelle fonti etiche che il cristianesimo ha dischiuso all’umanità. Diversamente, dalla laicità si passa a un laicismo che aliena le nostre società – in particolare l’Europa e l’Italia – da loro stesse, impoverendole al punto da metterne radicalmente a rischio identità e capacità di futuro. E questo è particolarmente pericoloso in un contesto, come quello attuale, di confronto e dialogo tra le diverse civiltà».
Nell’Italia dalla cultura pubblica infiltrata di relativismo sono risuon ate a più riprese le parole di Benedetto XVI sulle «verità elementari che riguardano la nostra comune umanità» e sui «princìpi non negoziabili». Perché?
«Perché se si viene meno a essi si compromette l’umanità della persona. Essa è per sua natura in rapporto con gli altri: può realizzare se stessa solo se riesce a instaurare relazioni positive, nelle quali dà e riceve. Tutti avvertiamo la superiorità di un’etica che assuma l’amore come criterio d’ispirazione. La libertà, inoltre, non può prescindere dalla realtà del nostro essere, perché se ciò accade essa fatalmente diventa vuota, ci si ritorce contro e l’uomo vi si smarrisce inseguendo illusioni che lo impoveriscono. Questa considerazione vale con forza particolare quando si parla di vita e di famiglia, cioè delle strutture elementari di ogni rapporto tra le persone».
Per Benedetto XVI quali sono le priorità per il nostro Paese?
«Il Papa conosce bene l’Italia e la ama. Aveva già dato molto al nostro Paese come cardinale e moltissimo sta dando in questi mesi, con numerosi interventi nei quali sottolinea una specificità dell’Italia in Occidente: quella di una nazione alle prese con la secolarizzazione e la scristianizzazione ma che può contare su una vitalità religiosa, su un radicamento popolare della fede, su una presenza capillare della Chiesa e anche su una capacità di risposta culturale all’egemonia della razionalità “chiusa”. Nella coscienza degli italiani ci sono convinzioni profonde che riguardano proprio i valori non negoziabili. Come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI attribuisce all’Italia il compito di offrire all’Europa una testimonianza tangibile di come sia possibile essere un Paese moderno e laico che però sa vivere attingendo oggi alle sue radici cristiane».
Benedetto XVI si è caratterizzato da subito per un suo stile tutto nuovo. Possiamo provare a descriverlo?
«Come Giovanni Paolo II, anche Benedetto XVI ha uno stile assolutamente personale, spontaneo: lo stile di chi è capace di spiegare i misteri della fede nel loro rapporto con l’uomo di oggi in maniera comprensibile e persuasiva. Il pensiero e la comunicazione in lui sono sempre lineari».
E la gente come ha accolto Benedetto XVI?
«Sin dall’inizio si è potuto scorgere un legame vero, intenso. Le persone colgono un dato di fondo: che il Papa è una persona genuina, vuole il loro bene, e al contempo è un uomo autentico, che vive quello che dice: un testimone molto credibile del Signore».
Colpisce la venerazione di Benedetto verso Giovanni Paolo. In cosa si coglie una continuità, e in che modo Benedetto XVI ha raccolto un’eredità così pesante?
«La continuità si nota soprattutto nei contenuti, che sono i medesimi sia per la proposta della fede sia per i rapporti tra questa e l’etica personale e pubblica. Era quasi inevitabile concepire l’eredità di Giovanni Paolo II come un handicap per chiunque gli fosse succeduto: come si fa a sostituire un Pontefice irripetibile, dotato di una personalità straordinaria? Papa Benedetto, anch’egli personalità eccezionale, ha risposto restando semplicemente se stesso. Quello che sembrava un handicap si è così rivelato un vantaggio: Benedetto XVI ha potuto infatti beneficiare della formidabile spinta del pontificato precedente, che non si è affatto esaurita ma è spontaneamente continuata nel successore. Il frutto spirituale del pontificato di Giovanni Paolo II emerge nel riversarsi sul suo successore dell’immenso capitale di amore di cui egli godeva».
Un anno fa, cercando di decifrare cosa mosse il Conclave così rapidamente a convergere sulla persona di Ratzinger, si disse che si era voluto sottolineare il primato della fede in tempi di travagli epocali. È una tesi che ha trovato riscontri?
«Questo Papa affronta le sfide della storia nella prospettiva della fede, dimostrando come essa non sia qualcosa di aggiunto ma una realtà che tocca l’uomo nel più profondo. Un motivo centrale del suo magistero è che n el cristianesimo non va perduto nulla di ciò che è veramente umano: Cristo non ci chiede di rinunciare a niente di quanto nella nostra vita è veramente bello, giusto, vero. Anzi, se lo affidiamo a lui lo ritroviamo purificato e potenziato sino alla sua pienezza».
Torniamo a quell’immagine del “lavoratore nella vigna del Signore”: un anno dopo, come risuonano quelle parole?
«È un appello a servire che ho sentito ancora risuonare il Giovedì Santo nella splendida omelia di Benedetto XVI per la Messa crismale: sulla base dell’amicizia con Gesù il sacerdote, così come ogni cristiano, è chiamato a servire per amore. Si serve veramente solo quando si ama, e quando si ama davvero non si può non servire, fino al dono di sé. Come don Andrea Santoro».
I giovani hanno accolto Benedetto XVI con un affetto che sorprende, sapendo quanto si sentissero legati a Giovanni Paolo II. Come lo interpreta?
«Il legame dei giovani con Giovanni Paolo II sussiste tuttora pienamente, ma il trasporto nei suoi confronti non va a scapito del nuovo Papa. Ai giovani Benedetto XVI ha detto alcune cose che corrispondono in profondità a ciò che essi si attendono: anzitutto che la fede è la perla della vita, che in Cristo troviamo ciò che stiamo cercando, che l’amore è il centro dell’esistenza, che non c’è contrasto ma unità profonda tra eros e agàpe, tra desiderio dell’altro e generosità verso l’altro. Per questa strada, fidandosi della Chiesa e imparando a riconoscerne il volto materno, si può conseguire il grande obiettivo di cambiare davvero se stessi per rinnovare il mondo, anche se i giovani avvertono e temono la loro fragilità e inadeguatezza».
In dicembre, 40 anni dopo la conclusione del Vaticano II, Benedetto XVI ha parlato di una nuova tappa di attuazione del Concilio. Lungo quale rotta?
«Come ha detto nel discorso alla Curia romana per gli auguri natalizi, il Concilio ha portato grandi novità ma nella continuità: è stato una riforma, non una rottura del la grande tradizione ecclesiale. Sulla base di questa interpretazione, il Papa ha elencato le grandi questioni poste dal Concilio che ancora stanno davanti a noi e che vanno affrontate con apertura mentale e chiarezza di discernimento: il rapporto tra fede e razionalità scientifica, tra Chiesa e Stato moderno, tra il cristianesimo e le altre religioni del mondo».
Di fronte a queste sfide, che 40 anni dopo sembrano emergere in tutta la loro ampiezza, quali cristiani si attende Benedetto XVI?
«L’ha detto nel suo discorso a Subiaco il 1° aprile 2005: uomini che “attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo mondo”, che “tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità”, uomini “il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri”. Non c’è una parola da aggiungere».
A tu per tu, eminenza, cosa colpisce di questo Papa?
«È un uomo di grandissima gentilezza, rispettoso, capace di ascoltare e pronto – quando si entra nel merito dei problemi – a rispondere subito in maniera puntuale ed esplicita. Ha una eccezionale rapidità nel cogliere i problemi e una grande franchezza e precisione nell’esprimersi. Questa concretezza aiuta molto nell’azione pastorale».
Come può essere definito Benedetto XVI?
«Come il Papa proteso a rendere Dio credibile in questo mondo, e che per questo chiama la Chiesa a purificare se stessa, mettendo al centro Cristo, la preghiera, la liturgia e l’ascolto della Parola, molto più dei programmi e dell’organizzazione».