(Avvenire) Alpinisti senza Dio tra nevi e massoni

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Avvenire 15-6-2003


IL CASO
Non è vero che le montagne italiane sono sempre state «cattoliche»: il Cai è nato 140 anni fa da un’élite risorgimentale, positivista e anticlericale Un testo su cime e politica


Le prime scalate erano solo per aristocratici nazionalisti, i parroci le scomunicavano e anche i socialisti ne diffidavano Solo la Grande Guerra rese popolari le vette, ma Mussolini le mise subito in camicia nera


Di Roberto Beretta

Non nacque cattolico, fu battezzato solo in tarda età e parecchi di coloro che lo frequentarono erano dapprima anticlericali e atei, poi socialisti o fascisti. Bel tipo, l’alpinismo. Oggi ha l’aria pura e vergine di chi sulle cime cerca solo bellezza e pulizia morale, ma mica sempre è stato così. Arrampicare era cosa da mangiapreti, almeno agli inizi. Positivisti, risorgimentali, sabaudi e antipapalini, per diversi decenni si andò in montagna anche per ragioni politiche: per affermare l’unità dello Stivale fin nelle sue dimensioni più aguzze e confinarie, per addestrare una razza di giovani avvezzi ad opposte battaglie ideologiche. Insomma, «dall’Unità alla Resistenza» – come delimita in sottotitolo il nuovo saggio dello storico Alessandro Pastore su «Alpinismo e storia d’Italia» (Il Mulino, pp. 284, euro 21) – cordate & scalate hanno ben meritato, già sulle crode loro proprie, il senso traslato e peggiorativo che spesso gli si attribuisce in politica. L’alpinismo non è affatto nato popolare, anzitutto. Il Club alpino italiano, che festeggia quest’anno il 140° anniversario di fondazione, fu creato nel 1863 (ovvero appena dopo l’unità d’Italia e poco prima della conquista di Roma) per opera di un futuro ministro come Quintino Sella e nelle sue liste di soci ha annoverato per oltre un quarantennio quasi soltanto aristocratici, senatori, avvocati, notabili, ingegneri, cavalieri, altoborghesi; insomma tutta la classe dirigente della nuova Italia «laica», sabauda e anche un po’ massonica che «aveva fatto» il Risorgimento e che intendeva ora impiantare la religione della nuova patria su tutto il territorio (e magari anche nelle colonie), a suon di scarpe chiodate e conquiste alpinistiche. Le masse, quelle, avevano ben altro in mente che sprecare energie scarpinando su e giù per i pendii, passatempo per signori. Senza contare che gli intenti scientifici e igienisti delle prime scalate (c’era nel Cai fior fiore di medici e fisiologi che sperimentavano e misuravano le reazi oni dell’organismo ad alta quota) puzzavano un po’ troppo di positivismo, filosofico avversario del cattolicesimo. Cosicché molti credenti – unendo le remore del non expedit, il pregiudizio antiscientista e una predilezione conservatrice in politica – diffidavano del turismo elitario sulle cime. Le gerarchie e la stampa cattolica delle «terre irredente», per esempio, negli anni prima della Grande Guerra criticavano apertamente la Società alpinisti tridentini (la Sat ora famosa per il coro), accusata di mascherare pretese nazionaliste dietro le passeggiate in quota, e ne giustificavano persino la persecuzione violenta. Anche per questo la guida della val di Fassa Tita Piaz – forse il primo grande alpinista italiano – fu fieramente anticlericale. Per converso, pochissimi erano i sacerdoti iscritti al Cai. Tra le eccezioni più notevoli figura Achille Ratti, il futuro Pio XI ben noto per la sua passione alpinistica, che nel 1890 diventa addirittura direttore della sezione milanese: ma solo in condominio con l’ateo Gaetano Negri. Del resto, anche l’altro grande movimento di presa popolare – il socialista – all’inizio del Novecento risulta critico nei confronti delle scalate (così come dello sport in generale), accusate di essere elitarie e comunque di distogliere le masse dai doveri rivoluzionari. Solo in un secondo tempo cattolici e socialisti (nonché fascisti) si renderanno conto del valore educativo e propagandistico delle associazioni alpinistiche, cominciando a fondarne di proprie. Di mezzo ci sta la Grande Guerra, combattuta proprio sull’arco alpino, dopo la quale – scrisse il musicofilo e montanaro Massimo Mila – «un mare di neofiti si spinse sui sentieri delle montagne di casa». Le vette cominciavano insomma a diventare «proletarie», ma lentamente: ché addirittura nel Cai si dibatteva se aprire il sodalizio anche ad operai e impiegati (e sull’altro fronte nascevano gruppi di escursionisti su basi «classiste» e anti-borghesi…). Ci penseranno le camicie nere a t roncare gli indugi fascistizzando del tutto l’alpinismo – compresa l’epurazione dei soci «non ariani»: Angelo Manaresi, ex combattente di estrazione cattolica che sarà poi il presidente del Cai più rappresentativo a questo riguardo, già nel 1920 radunava proprio nei locali della sezione bolognese gli esponenti dell’opposizione cittadina di destra. Così negli anni Trenta le imprese dolomitiche di grandi come Comici, Castiglioni, Cassin, Tissi, Soldà vengono largamente strumentalizzate dal regime. Poco più oltre, peraltro, i medesimi nomi confluiranno attivamente nella Resistenza: Castiglioni, ad esempio, nel 1943 conduce Luigi Einaudi e la moglie fino al confine svizzero, Tissi e Cassin guidano formazioni partigiane e Soldà (pur gestore del rifugio «Mussolini»…) aiuta ad espatriare diversi ebrei. L’8 giugno 1945 il commissario nominato dal Comitato di liberazione nazionale ai vertici del Cai è il generale Luigi Masini: comandante partigiano delle cattoliche «Fiamme verdi», ma ben visto anche dai «rossi» delle Garibaldi. L’alpinismo, ormai non più «ideologico», ritrova finalmente le sue basi popolari.