(Avvenire) Affamata e disperata

Chiesa

L’arcivescovo di Bologna, che ha appena compiuto 70 anni, parla della città e del suo predecessore, che venerdì compirà 80 anni Entrambi teologi e padani, «condividiamo una profonda affinità di prospettiva e di giudizio»

«Liberi perché cristiani l’insegnamento di Biffi»

Caffarra: oggi rischiamo di perdere la nostra identità

DAL NOSTRO INVIATO A BOLOGNA MARINA CORRADI

O ttanta, sono gli anni che il cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bo­logna, compirà il 13 giugno. Set­tanta, sono quelli che pochi gior­ni fa ha compiuto il cardinale Car­lo Caffarra, suo successore. Ven­tiquattro, sono gli anni che com­plessivamente, uno dopo l’altro, hanno passato sulla cattedra di san Petronio. Bologna, la sua gen­te, la fede: l’arcivescovo di oggi parla del predecessore, della città, e di uno sguardo sugli uomini che da Biffi ( « padre, maestro e ami­co » ) ha ereditato.
  L’amicizia, fra loro, è di lungo cor­so. Risale a quando Biffi invitò Caffarra, giovane docente alla U­niversità Cattolica di Milano, a quel laboratorio culturale che fu la Scuola di San Vittore. Teologi entrambi; Biffi cultore di Ambro­gio, Caffarra di Agostino; tutti e due padani – il primo milanese, l’altro di Busseto – già condivide­vano, dice oggi l’arcivescovo di Bologna, « una profonda affinità di prospettiva, che si faceva poi condivisione del giudizio sulla realtà » . Molto amici, quei due, lo sapeva anche Giovanni Paolo II: che, racconta il cardinale, « nel 1995 mi disse che avrebbe voluto ordinarmi personalmente vesco­vo
a Fidenza, ma poi, non poten­do, suggerì come in una scelta na­turale: chiama Biffi, tocca a lui » . E così fu. Oggi Caffarra siede nel­la sua stanza nel secentesco pa­lazzo di via Altabella, mentre at­torno alla cattedrale i bolognesi sciamano sbracciati nel primo caldo, all’ora della chiusura degli uffici. A un botteghino del lotto ti stupisce una lunga coda di gente in cerca di fortuna.
 Eminenza, il motto del suo pre­decessore era « Ubi fides ibi li­bertas » . Un motto attuale?

 È forse l’insegnamento più forte di Biffi: la convinzione che la pro­posta cristiana è sommamente ragionevole. In un’anticipazione, quasi, di un tema centrale di Be­nedetto XVI. E cioè che solo da u-
na rinnovata amicizia fra fede e ragione può nascere quella gran­de testimonianza di carità che è la forza creativa del cristianesi­mo. Ma in questo stesso punto si incontra la profonda difficoltà di evangelizzazione dell’Occidente, oggi. Da una parte, una ragione che si è automutilata e quindi non riconosce nella fede alcuna di­mensione veritativa. Dall’altra, u­na fede che in non pochi cristia­ni si contenta di essere esclama­ta e non interrogata, professata e non pensata. E, di conseguenza, una ragione che si è interdetta la possibilità di guidare l’uomo ver­so gli interrogativi ultimi, e una fede che non sa più mostrare la sua ragionevolezza. In questa frattura, a rischio è l’umanità ( e la libertà) della persona. Quella adombrata nel motto che Biffi prese da Ambrogio, è la nostra sfi­da.
 Resta famosa del suo predeces­sore la definizione di Bologna che diede oltre vent’anni fa: « Sa­zia e disperata » . Aveva visto in anticipo un malessere che oggi va ben oltre la città?

 Ho appena incontrato la giunta della Caritas diocesana. Le fami­glie che faticano a arrivare a fine mese sono sempre di più. Non è più così sazia, Bologna, ma pur­troppo mi sembra ancora dispe­rata. Era una volta una città coe­sa, amante del confronto – le grandi piazze, i portici ne sono il segno urbanistico – nel profondo rispetto reciproco. Oggi appare disgregata. Come se non ci fosse più interesse a parlarsi. I fonda­mentali tessuti connettivi del convivere civile si stanno sfilac­ciando. Se c’è una città che ha fat­to storia nel senso più alto del ter­mine, dall’Università al pensiero politico, è Bologna. Confesso però che oggi ho un timore. Temo che Bologna si rassegni al tramonto, a congedarsi dalla storia. Già Bif­fi notava i germi di questo ma­lessere nella ultima sua let­tera pastorale. Capisco che le mie parole, come allora le sue, possano addolora­re. Ma nascono da un grande amore che en­trambi portiamo a que­sta città. Vede, è come quando si ama una donna molto bella, e si vede che questa don­na si trascura.

 Scriveva Biffi in quel­la stessa ultima nota:
« Si ha l’impressione che nessu­no proponga più niente di ma­gnifico e di affascinante, e anche i giovani sembrano rassegnati a vivere alla giornata » .
 Qui tocchiamo il nodo su cui si gioca il destino di questa città, l’e­mergenza educativa. È come se si fosse spezzato il racconto della vi­ta fra i padri e i figli. Tempo fa so­no venuti a trovarmi dei bambini di una scuola elementare di peri­feria. Ho chiesto se conoscevano la chiesa di San Petronio. « Mai sentita nominare » , hanno rispo­sto. La cosa mi ha fatto male. Da allora ripeto: attenzione, qui sta capitando qualcosa di grave. Per­ché un popolo continua se cu­stodisce la sua tradizione ren­dendola viva nel rapporto fra ge­nerazioni. Se il tramandare ai fi­gli si interrompe, sono come sra­dicati, orfani di una dimora spi­rituale. Senza memoria, una co­munità
muore.
 Ma perché questa parola si è in­terrotta?

 Perché i padri hanno perso auto­revolezza. Autorevolezza vuole di­re che io, padre o madre, offro a te, figlio, una proposta di vita, del­la cui bontà e verità sono certo: e ne sono certo perché la ho verifi­cata nella mia vita. Nel momento in cui queste premesse vengono meno, non resta più niente di ve­ro
da dare ai figli. Dentro a una mentalità relativistica, l’educa­zione non diventa difficile, ma impossibile. L’atto educativo stes­so è percepito quasi come un so­pruso. «Deciderà lui, quando sarà grande » , dicono oggi i genitori. Così creiamo, in realtà, degli schiavi. Contro questo idolo rela­tivista, il cardinale Biffi ci avvertì fra i primi.
 Un’altra affermazione di Biffi fe­ce clamore quando disse che oc­correva « salvaguardare la fisio­nomia della nazione dai rischi di una immigrazione incontrolla­ta » .

 I fatti purtroppo gli hanno dato ragione. Se un popolo tenta di di­menticare la sua identità, e ri­nuncia a quella storia che la defi­nisce; se vive, come ha scritto il sociologo Riccardo Prandini, nel « paradosso dell’identità di chi non vuole identità per non iden­tificarsi » , non diventa maggior­mente capace di accoglienza – questo è l’errore madornale – ma invece sempre più spaventato dell’altro, e quindi meno acco­gliente o anche ostile. Al contra­rio, una forte consapevolezza di i­dentità, nel senso alto del termi­ne, rende possibile l’incontro col diverso: perché non hai paura, e dunque c’è possibilità di vero dialogo e di inte­il
grazione. Oggi la nostra perdita di identità crea il terreno per una grande paura dell’’ altro’, dello straniero. Anche a Bologna: an­che qui si avverte questa paura. Ma la paura non consiglia mai be­ne.
 Un punto su cui lei torna spesso nelle omelie è la «difficoltà di giu­dizio » sulla realtà di molti cri­stiani, come non preparati a af­frontare la modernità.

 Questa per me oggi è la vera de­bolezza del soggetto cristiano: la incapacità di fare della fede un modo di stare dentro la realtà. Ciò che si celebra la domenica, per molti non ha nulla a che fare con ciò che si fa il lunedì. È solo una pia elevazione dalle bruttezze del mondo. Ma in concreto, cosa c’entra con Cristo il modo in cui pensiamo e viviamo la famiglia? Le grandi esperienze della nostra vita, innamorarsi, avere figli, la­vorare, come c’entrano con Cri­sto? È la capacità di stare cristia­namente dentro la realtà che vie­ne meno.

 Com’è potuto accadere?

 È ancora una conseguenza della emarginazione della ragione dal­la fede. La fede va pensata. Ago­stino disse che una fede non pen­sata non è fede vera. E non è una idea da intellettuali. Mia madre non aveva finito la terza ele­mentare: la fede però le in­segnava come si affronta la realtà – la realtà dura di una vedovanza precocis­sima, con 4 figli piccoli. Il lavoro era pesante, i soldi ben pochi, ma lei sapeva sperare, crescerci e an­dare avanti. Si alzava prestissimo per an­dare a Messa. Noi le diceva­mo: dormi ancora, ri­posati. Ri­spondeva:
ma non ca­pite che senza Mes­sa io non ce la faccio? Questa è cul­tura cristia­na. È carne, è cosa da man­giare. Cristo è il cibo che consente di vivere una vi­ta buona, no­nostante le peggiori difficoltà. Questo oggi manca, e questo il Papa ci dice, quando afferma che da una fede divisa dalla ragione non sorgerà mai una grande testimonianza cristiana.
 Lei ai bolognesi parla di un ‘ be­ne comune’ da ritrovare.

 Il bene umano vero è sempre co­mune, lo disse già Platone. È un bene condiviso in cui ogni uomo ragionevole si riconosce: mentre gli interessi individuali dividono. Ma il bene comune nella co­scienza civile può essere sola­mente frutto di etica condivisa, di una riscoperta di valori? L’agosti­niano che è in me dice di no: per­ché siamo di fatto più sensibili al nostro bene privato. E però l’in­vocazione di salvezza che l’uomo consapevolmente o no oggi ri­volge alla Chiesa è: ridateci la pos­sibilità di vivere una vera comu­nione, senza la quale periamo nella nostra solitudine. Cristo è venuto per questo, per raccoglie­re i figli divisi e dispersi. È la sfi­da di evangelizzazione su cui Gio­vanni Paolo II continuava a tor­nare, ed è sfida aperta a Bologna. A partire dall’educazione e dalla ricostruzione della famiglia e del matrimonio, perché la comunità umana comincia fra un uomo e una donna.

 Il cardinale Biffi colse in questa città i germi di un malessere che
ora lei vede conclamato. Ma un cristiano non può mancare di speranza. In che cosa spera l’ar­civescovo di Bologna?
 Ho fatto da poco una meditazio­ne sulla
Lettera ai Galati. L’uomo è giustificato dalla sua fede in Cri­sto, dice Paolo. Io credo di dover annunciare e testimoniare come vescovo il dono della salvezza che Cristo ci ha già fatto. Ma non co­me fosse qualcuno di morto che ci ha lasciato un insegnamento: come qualcuno di vivo. Non ci ha detto solamente, Gesù Cristo, « a­scoltatemi, e imparate ciò che vi insegno » , ma nell’ultima cena ci ha invitato: prendete e mangiate. Io in voi, e voi in me, e non avre­te più paura. Cristo, dunque, è la mia speranza

Avvenire 8-6-2008