Avogadro della Motta: un laico tra i teologi

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\"PioVITTORIA ROMANA VALENTINO, Un laico tra i teologi. Il contributo di Emiliano Avogadro della Motta alla preparazione della definizione del dogma sull’Immacolata Concezione e all’elaborazione del Sillabo, Arti Grafiche Gallo, Vercelli 2003, pp. 461.

 

 


 

 

Dopo il primo lavoro dedicato alla vita e all’opera di Avogadro della Motta, adesso, in questo che è il suo secondo volume pubblicato (1), Vittoria Valentino si cimenta in un compito ardito e affascinante: la ricostruzione storica del contributo di Avogadro ai lavori per la definizione del dogma dell’Immacolata Concezione e per l’elaborazione del Sillabo.

 

Come riconobbe a suo tempo il gesuita Giuseppe Rinaldi ne Il Valore del Sillabo (1888) (2), il filosofo di Vercelli esercitò un’influenza determinante sull’iter dei lavori che portarono alla pubblicazione dei due documenti ecclesiali, perché fu all’origine delle decisioni del Pontefice di unire i due percorsi di studio (nati separatamente) e poi di separarli di nuovo. Più recentemente, anche padre Giacomo Martina SJ (3), Egidio Papa (4) e Giovanni Spadolini (1925-1994) (5) hanno sostenuto la stessa tesi di Rinaldi, il cui libro, comunque, a differenza degli studi degli altri tre storici citati, è considerato fonte primaria. Tuttavia, sfogliando non solo le pagine di padre Martina, di Papa e di Spadolini, ma anche quelle di Rinaldi, chi avesse voluto rinvenire la risposta di Avogadro all’inchiesta del cardinale Raffaele Fornari (1787-1854), che nel 1852 gli chiedeva un parere sull’opportunità di unire la definizione dogmatica alla condanna degli errori moderni, sarebbe stato costretto ad affidarsi alle sintesi offerte dai rispettivi autori.

 

La Valentino, invece, porta alla luce per la prima volta, trascrivendole, lente di ingrandimento alla mano, le due risposte di Avogadro a mons. Fornari e gran parte di quelle precedenti e altrettanto importanti di Avogadro a padre Luigi Taparelli d’Azeglio SJ (1793-1862), sul tema della relazione fra il dogma e la condanna degli errori moderni. Infatti, se si esclude una delle due risposte del vercellese al padre gesuita, già pubblicata da padre Pietro Pirri (1881-1969) nei suoi Carteggi del padre Luigi Taparelli d’Azeglio (6), tutto il resto della documentazione proposta dalla Valentino era, ad oggi, ancora inedito.

 

Grazie alla trascrizione dei documenti originali, questo libro può dunque sostituire lo stesso Rinaldi nella parte riguardante Avogadro, senza dimenticarne ovviamente il decisivo contributo alla ricerca storica sull’Ottocento italiano.

 

Al lavoro della studiosa calabrese va sicuramente riconosciuto il merito non solo di aver trascritto una mole cospicua di documentazione d’archivio spesso autografa e di averla commentata e introdotta, ma anche quello di aver messo in luce la reale portata dell’influenza esercitata da Avogadro sulla decisione del beato Papa Pio IX (1846-1878) di tenere separata la definizione del dogma dell’Immacolata dalla condanna degli errori moderni. Dal libro emerge, infatti, come questo orientamento di Pio IX sia da ricondurre al fatto che egli accolse l’idea avanzata dal filosofo di Vercelli circa l’opportunità di non mescolare tra loro una questione di teologia rivelata — il dogma dell’Immacolata — con una prettamente filosofica — la condanna degli errori moderni: quasi a dire che gli errori moderni andavano confutati sul loro stesso piano, quello filosofico, e non invece facendo leva su un dogma di fede, che pur «funzionava» bene — richiamando l’attenzione sull’esistenza del peccato originale nell’uomo da cui Maria è preservata — ad affondare la pretesa moderna di una umanità senza macchia. Dalle lettere adesso finalmente disponibili, emerge come Avogadro non si fosse certo dichiarato contrario a una condanna degli errori moderni, ma non avrebbe voluto che essa fosse una condanna generica, come invece risultò nel Sillabo, perché convinto che a ogni errore andasse opposta la dottrina cristiana, cioè la prospettiva del compimento delle aspirazioni dell’uomo in Cristo.

 

Se da un lato, dunque, il Pontefice sembra quasi venir condotto per mano dal vercellese nella scelta della direzione da imprimere ai lavori per il dogma e per il Sillabo, dall’altro lato, rimane però anche vero che le considerazioni di Avogadro circa il modo di condannare gli errori moderni sono molto distanti dalla formulazione che tale condanna assunse nel Sillabo.

 

Forse, se il filosofo vercellese non si fosse incamminato lungo la strada tortuosa dell’anti-rosminianesimo, dedicando l’intera lunga Appendice del Saggio sul socialismo (7) a una critica alla filosofia del Roveretano, sarebbe lecito affermare che il suo rapporto con Pio IX sia stato più un’adesione critica che una mera assimilazione. La Valentino non si sofferma sulla critica di Avogadro ad Antonio Rosmini (1797-1855), che richiederebbe un puntuale raffronto fra l’interpretazione di Rosmini sviluppata dal filosofo vercellese e gli stessi testi rosminiani da lui criticati. Chi ha provato a fare questo lavoro si è reso conto che Avogadro, pur nel lodevole utilizzo spesso meticoloso della produzione filosofica del Roveretano, risulta fortemente influenzato da motivi polemici estranei al dibattito filosofico e più legati al clima dell’epoca. Se poi si considera che molte importanti tematiche che intessono il Saggio sul socialismo, specie quelle di carattere morale, scaturiscono proprio dalle pagine anti-rosminiane, è davvero difficile sottrarsi all’impressione che il vercellese non sempre sia riuscito a sbloccare il suo argomentare dalle strettoie di una polemica che certo non fa onore al cattolicesimo del secolo XIX.

 

Credo quindi che motivo dell’oblio della figura di Avogadro sia stato non tanto e non solo l’aver criticato Rosmini, ma forse anche e soprattutto l’aver troppo privilegiato, nelle opere pubblicate, la polemica rispetto alla proposta positiva di una filosofia cristiana. Su questo punto, però, il lavoro della Valentino torna indispensabile, perché ci presenta un Avogadro «diverso», che al termine della sua vita (1865) guarda con amarezza un Sillabo che condannò senza proporre.

 

Note

(1) Cfr. Vittoria Valentino, Il conte Emiliano Avogadro della Motta (1798-1865). Un’introduzione alla vita e alle opere, Saviolo, Vercelli 2001
(2) Cfr. Carlo Giuseppe Rinaldi SJ, Il valore del Sillabo. Studio teologico e storico, La Civiltà Cattolica, Roma 1888.
(3) Cfr. Giacomo Martina SJ, Osservazioni sulle varie redazioni del «Sillabo« in Chiesa e Stato nell’Ottocento. Miscellanea in onore di Pietro Pirri, a cura di Roger Aubert, Alberto Maria Ghisalberti (1894-1986), ed Ettore Passerin d’Entrèves (1914-1990), Editrice Antenore, Padova 1962; Idem, Pio IX (1851-1866), 3 voll., Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 1986.
(4) Cfr. Egidio Papa, Il Sillabo e la stampa francese, inglese e italiana, Edizioni Cinque Lune, Roma 1968.
(5) Cfr. Giovanni Spadolini, L’opposizione cattolica da Porta Pia al ’98, Mondadori, Milano 1976, p. 6.
(6) Cfr. Pietro Pirri SJ, Carteggi del P. Luigi Taparelli d’Azeglio della Compagnia di Gesù, Bocca, Torino 1932.
(7) Emiliano Avogadro della Motta, Saggio intorno al socialismo e alle dottrine e tendenze socialistiche, Zecchi e Bona, Torino 1851.

Giuseppe Bonvegna

Tratto da: Identitànazionale.it