Attacco alla famiglia. Pacs, unioni omosessuali, Dico

In libreria

FRANCESCO M. AGNOLI, Attacco alla famiglia. Pacs, unioni omosessuali, Dico, Edizioni Fede & Cultura, , Verona 2007, pp.47 , cm.14,5×21, ISBN 888991343 , euro 6.00.

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Le cattive cause, come quella dei Dico, che per avere cambiato nome non sono, nella sostanza, nulla di diverso dai Pacs, si difendono e propagandano non con gli argomenti, ma con gli slogans. Quando non si arriva addirittura alle minacce e alla violenza per imporre il silenzio, come è accaduto al nuovo presidente della CEI, monsignor Bagnasco, colpevole di aver detto che se si abbandonano gli universali e immutabili principi del diritto naturale tutto diventa possibile, perfino la legittimazione dell’incesto e della pedofilia, come del resto in qualche paese europeo si è già tentato di fare.
Tuttavia, minacce a parte, per le quali fortunatamente unanime è stata la condanna, gli slogans possiedono, proprio perché studiati a tal fine da tecnici della pubblicità addestrati a tenere conto delle pulsioni dei differenziati target cui si rivolgono (oggi le leggi sono troppo spesso soltanto prodotti, ai quali occorre trovare un mercato, promuovendo falsi bisogni), una loro forza persuasiva, che, proprio perché tutta esteriore, riesce difficile contrastare con la logica. Di conseguenza, se non ci si vuole limitare a contrapporre slogan a slogan (come pure è a volte necessario fare), occorre andare alla sostanza, passare dalla pubblicità al contenuto del prodotto. E’ quanto ho cercato di fare nelle 46 pagine del mio ‘Attacco alla famiglia – Pacs, unioni omosessuali, Dico’ appena diffuso in libreria dalla editrice veronese ‘Fede e cultura’, ricorrendo esclusivamente, come ho scritto nella breve nota introduttiva “ad argomenti tecnici, tanto laici, quindi, che più laici non si può, tratti soprattutto dal mondo del diritto positivo e della scienza giuridica, con i conseguenti inevitabili riferimenti alla società, nella quale e per la quale il diritto vive, e alla politica, alla quale compete il compito di creare, in democrazia attraverso il parlamento e il gioco delle maggioranze, le leggi”.
Ovviamente ho posto al centro il caso italiano e, quindi, il disegno di legge, noto come Bindi-Pollastrini, varato dal Consiglio dei Ministri dell’ 8 febbraio 2007, ma senza trascurare i necessari riferimenti al quadro europeo e mondiale, indispensabili per comprendere come i Dico, che hanno nella parificazione delle coppie omosessuali il loro vero obiettivo, si inquadrino, in un vasto disegno internazionale teso al superamento e alla distruzione della famiglia tradizionale, fondata da millenni sugli immutabili principi del diritto naturale. Un disegno al quale risultano funzionali anche alcune iniziative dell’Unione europea. Queste, per superare l’ostacolo costituito dai Trattati, che escludono le istituzioni familiari dalle competenze comunitarie, mirano a utilizzare, proponendo modifiche al testo originario o dettando disposizioni sulle modalità di attuazione, normative e principi aventi in realtà diverso oggetto, come la Direttiva n. 58 del 2004 relativa ‘al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri’, facilmente manipolabile attraverso il significato da attribuire al termine “familiari”. Particolarmente pressanti, e, purtroppo, non prive di favorevole audience negli organi comunitari le pressioni della International lesbian and gay association (Ilga), che, favorita dall’ambigua Risoluzione del Parlamento europeo “sull’omofobia in Europa”, approvata il 18 gennaio 2006, sostiene che il non riconoscimento da parte di altri Stati membri delle coppie dello stesso sesso costituirebbe un inaccettabile ostacolo per le persone LGBT (acronimo per lesbiche, gay, bisex e transgender) nell’esercizio di “uno dei diritti fondamentali dei cittadini della Ue”, quello, appunto, alla libertà di circolazione e soggiorno, trascurando che in realtà gli ostacoli non riguardano i cittadini europei, che comunque ne hanno diritto come singoli quale che sia il loro orientamento sessuale, ma, caso mai, i loro partner non cittadini.
Accanto all’ala fondamentalista degli avversari della famiglia tradizionale, rappresentata da associazioni del genere dell’Ilga, delle quali i fautori del progetto governativo evitano in genere di parlare se non per prenderne le distanze quando non riescono ad evitare l’argomento, vi è tutta un’area, presente soprattutto nel mondo della politica attiva, che si autoqualifica moderata e ritiene non giustificata dalla difesa della famiglia l’opposizione contro i Dico (ne fa parte perfino il presidente della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti, che ostenta meraviglia per la contrarietà della Chiesa ad un provvedimento destinato ad incrementare il numero delle famiglie).
I moderati assumono, difatti, ostentando anche di concedere qualcosa agli avversari, che mentre i Pacs di modello francese in effetti attribuiscono alle unioni di fatto un trattamento giuridico con connotazioni assai prossime a quelle costituzionalmente riservate alle famiglie, i Dico, frutto dell’italico ingegno, si limitano a garantire l’effettivo godimento dei diritti individuali ai partner di queste unioni. Sarebbe, quindi, radicalmente sbagliato qualificarli come uno strumento destinato a introdurre nel nostro ordinamento un para-matrimonio e una famiglia di serie B.
L’argomentazione, sintetizzata dal ministro per la famiglia Rosy Bindi nella formula “nessun riconoscimento alle coppie, ma solo alle persone”, ha avuto qualche successo anche in quella parte del mondo cattolico eccessivamente favorevole alle soluzioni “buoniste”, ma non risponde alla richiesta, avanzata fin dal primo momento (quando i Dico erano ancora solo uno dei punti del programma elettorale dell’Unione) da un giurista del valore del prof. Francesco D’Agostino, di indicare quali sarebbero i diritti individuali che non possano essere garantiti facendo ricorso agli strumenti già oggi messi a disposizione dal diritto civile o, si può aggiungere, attraverso modestissime modifiche di carattere amministrativo o regolamentare (è, ad esempio, il caso dell’assurdo, e facilmente eliminabile, divieto per chi non sia parente stretto di assistenza ai ricoverati in strutture sanitarie).
In Italia tutti i cittadini anzi, salvo alcuni casi riguardanti soprattutto la partecipazione alla vita politica del paese, più in generale tutti gli esseri umani sono riconosciuti, per il fatto stesso di esistere, come “persone”, cioè come titolari di tutti i diritti individuali riconosciuti dall’ordinamento, nessuno dei quali viene sottratto o diminuito a chi fa parte di un’unione di fatto, tanto etero quanto omosessuale, inclusi quelli, spesso citati come casi di non godimento, di carattere assistenziale e previdenziale facenti capo ad ogni singolo individuo. Naturalmente esistono anche diritti e obblighi che riguardano (in attivo e in passivo) soltanto chi si trovi in una determinata situazione. Così il diritto-dovere di provvedere all’educazione dei figli non riguarda chi non ne ha. Allo stesso modo chi entra a far parte di un’associazione, pubblica o privata, o di una società commerciale acquisisce diritti e assume obblighi che in mancanza di adesione non lo riguarderebbero.
In realtà, approfondendo il ragionamento, non si tratta tanto di giustificare l’eventuale non attribuzione di alcuni diritti (e, correlativamente, di altrettanti, pur se spesso dimenticati, obblighi) a chi non fa parte di una famiglia, ma di comprendere che la loro attribuzione ai componenti di un’unione di fatto comporta necessariamente il riconoscimento di questa (per dirla con la Bindi, non solo delle persone, ma anche della coppia).
In tutti gli esempi fatti (genitori, soci, associati) e nei moltissimi che si potrebbero aggiungere, si tratta evidentemente di casi nei quali diritti e obblighi vengono attribuiti non a tutti, ma solo a chi è, e in quanto è, partecipe di una determinata situazione riconosciuta come produttiva di conseguenze giuridiche anche se non espressamente istituzionalizzata (è il caso, ad esempio, delle società di fatto). Se i diritti individuali del socio, come, ad esempio, quello di voto o agli utili, presuppongono l’esistenza di una situazione alla quale l’ordinamento attribuisce la capacità di produrre conseguenze di rilievo giuridico, ugualmente i diritti individuali attribuiti al partner di una convivenza non matrimoniale presuppongono il riconoscimento, quanto meno implicito, di questa unione come ente capace di attribuire diritti e doveri.
Per fare un esempio concreto, l’art. 9 del disegno di legge Bindi-Pollastrini, nello stabilire che ‘la legge e i contratti collettivi disciplinano i trasferimenti e le assegnazioni di sede dei conviventi dipendenti pubblici e privati al fine di agevolare il mantenimento della comune residenza, prevedendo tra i requisiti per l’accesso al beneficio una durata almeno triennale della convivenza’ , nient’altro fa che riconoscere la convivenza come produttiva di effetti giuridici, di vantaggi e diritti (anche a scapito di altri) dei quali il partner usufruisce proprio in quanto e soltanto in quanto ne fa parte. Non per nulla questo diritto è l’esatto corrispondente di quello di riavvicinamento al coniuge spettante al dipendente regolarmente coniugato (oltre tutto nemmeno si prevede a quale situazione dare la prevalenza quando sia possibile accontentare solo uno dei richiedenti, che, a parità delle altre condizioni, si differenzino per essere l’uno coniugato e l’altro convivente ‘stabile’).
In conclusione, se la definizione di matrimonio e famiglia di serie B sembra inappropriata o addirittura offensiva, non resta che parlare di un’altra forma di famiglia, con uguali diritti e minori obblighi: l’unica accessibile alle coppie omosessuali, un’opzione alternativa per quelle etero.