(AsiaNews) Segnali di cambiamento in Cina?

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4 Luglio 2005


Pechino e Vaticano: i piccoli passi e la libertà religiosa


di Bernardo Cervellera

Da molte parti giungono notizie di un miglioramento di rapporti e di segnali positivi fra Pechino e la Santa Sede. Uno dei più confortanti è l’ordinazione episcopale di mons. Giuseppe Xing Wenzhi, 42 anni, ordinato il 28 giugno vescovo ausiliare di Shanghai: il prelato ha detto pubblicamente che la sua nomina ha avuto l’approvazione della Santa Sede. In futuro mons. Xing potrà prendere il posto di mons. Aloysius Jin Luxian, oramai quasi 90enne e molto malato. Il nuovo ausiliare ha compiuto gli studi negli Stati Uniti, e fino alla sua ordinazione, aveva ricoperto il ruolo di vicario generale della diocesi.


Con questo gesto il governo cinese spera di trovare un risanamento alla spaccatura esistente fra Chiesa sotterranea – non ufficiale – e Chiesa ufficiale, cioè riconosciuta e registrata dal governo. L’ordinazione è un passo in avanti verso la risanamento del rapporto ma ha, nel mettere un unico punto di riferimento per le comunità ufficiali e sotterranee, un significato più importante.


Il gesto rappresenta un guadagno anche per il Vaticano, perché Pechino riconosce finalmente che il rapporto che la Santa Sede ha con un vescovo non rappresenta un’intromissione indebita negli affari interni e non mina la sicurezza dello Stato. Mons. Xing è un uomo giovane e dotato di un’ottima preparazione. Lo stesso mons. Jin ha detto di “non avere più nulla da insegnargli”: la sua età e la sua formazione fanno ben sperare affinché il lavoro episcopale in una delle diocesi cinesi più minacciate dall’avanzamento del secolarismo e della “corsa all’oro” nel Paese di Mezzo produca buoni frutti.


Il problema della libertà religiosa in Cina rimane comunque aperto e non si sa ancora quanta effettiva libertà il governo potrà garantire al nuovo vescovo. L’ordinazione di Shanghai si aggiunge ad altre affermazioni, anche da parte vaticana, che qualcosa si stia muovendo all’interno del mondo cinese. Tra queste spicca la dichiarazione di mons. Giovanni Lajolo, segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, che il 22 giugno – appena rientrato da una serie di visite nel Sud-Est asiatico – ha detto: “Non ci sono difficoltà insormontabili per l’allacciamento di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Cina. L’allacciamento delle relazioni diplomatiche con la Cina è da tempo all’esame”. Anche il vescovo cattolico di Hong Kong, mons. Joseph Zen, ha affermato il 14 giugno che la Santa Sede è “ansiosa” di stringere legami diplomatici con la Cina.


Con tutto ciò non si deve pensare che la strada sia ormai appianata: da questo punto di vista sono sbagliate le affermazioni di alcune riviste – anche molto rinomate – che hanno definito “già pronti” i protocolli ufficiali per avviare le procedure diplomatiche. Alcuni hanno affermato inoltre che il Vaticano “è pronto” ad andare via da Taiwan per compiacere Pechino. Per corroborare queste ipotesi hanno inventato la notizia che, in occasione dei funerali di Giovanni Paolo II, il Vaticano abbia deliberatamente umiliato Chen Shuibian, presidente dell’isola, relegandolo nelle ultime file, senza traduttore o targhetta identificativa. Basta aprire una qualunque cronaca di quell’avvenimento per individuare la non esattezza di queste affermazioni.


Da parte di AsiaNews siamo felici che vi siano segni positivi, ma vogliamo ricordare che qualunque dialogo o passo in funzione dei rapporti diplomatici non deve dimenticare la situazione di molti vescovi e sacerdoti tuttora in prigione. E’ auspicabile che Pechino – fra i primi passi di buona volontà – liberi i vescovi ai domiciliari e dia notizie sugli scomparsi, secondo la lista pubblicata da AsiaNews e ripresa da autorevoli organi internazionali. Questo sarebbe un ottimo modo per il governo cinese di dare una prova reale della seria volontà di intrecciare rapporti con la Santa Sede.


Del resto lo stesso mons. Lajolo, proprio quando ha definito “non insormontabili “ le difficoltà legate all’allacciamento delle relazioni diplomatiche sino-vaticane, ha detto: “Bisogna procedere però con prudenza e verificare alcuni inderogabili presupposti da una parte e dall’altra”. Mons. Zen, da parte sua, ha sottolineato: “E’ sbagliato pensare che si possa prima aprire rapporti diplomatici e solo in un secondo tempo parlare di libertà religiosa. Nessuno si sta muovendo in una direzione del genere. Il Vaticano si deve assicurare che Pechino garantisca alle religioni una piena e reale libertà”.