(AsiaNews) La vita eterna dalla medicina e la felicità dalla psicoterapia

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17 Febbraio 2005


No alla “nuova religione della salute”, che nega il diritto alla vita


La Pontificia accademia delle scienze vuole evidenziare il contrasto tra la difesa del rispetto assoluto della persona e l’idea che il diritto alla “qualità della vita” giustifica anche aborto, soppressione di feti ed eutanasia.

Città del Vaticano (AsiaNews) – La “salute”, ormai intesa come “completo benessere di natura fisica, psichica e sociale” sta diventando una nuova “religione”, che soppianta e a volte sovverte il rispetto dovuto ad ogni essere umano, affermato dal cristianesimo. Figlia dell’edonismo consumista la concezione di salute, insieme a quella di “qualità della vita”, sta pian piano spingendo ad affermare che chi ne è carente, anziché essere motivo di impegno per la società, va rifiutato, o addirittura eliminato. Ed in nome del “diritto alla salute” chi rischia di nascere malato, viene ucciso.


L’analisi di questo contrasto tra le diverse concezioni di salute e la ricerca dei modi di correggere la visione edonistica di salute sono gli argomenti sui quali vuole riflettere la Pontificia accademia per la vita nella sua XI assemblea dal tema “Qualità della vita ed etica della salute” (21-23 febbraio 2005).


Mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontifica accademia, nel presentare oggi il prossimo incontro ha parlato di tre fattori che hanno portato a modificare il significato della “salute”: l’emergere di una filosofia utilitarista ed edonista; il secolarismo etico e l’indifferentismo, che stanno dominando la cultura soprattutto in Occidente e negli organismi internazionali; la disponibilità vera o presunta del benessere economico-sociale considerato il fine ultimo della politica.


“La società – ha spiegato lo psichiatra Manfred Lutz, membro dell’Accademia – si aspetta quantitativamente la vita eterna dalla medicina e qualitativamente l’eterna felicità dalla psicoterapia. Impercettibilmente, ma con grandi conseguenze, tutte le convenzioni religiose sono approdate al sistema sanitario. Non abbiamo più solo medici come semidei, ma abbiamo luoghi di pellegrinaggio, eresie, movimenti “ascetici” dietisti, riti, campagne missionarie per la salute sovvenzionate dallo Stato”.


La salute, il bene, come quasi tutto nella nostra è visto come un prodotto che può essere fabbricato. “Molto gravi sono però – a suo avviso – le conseguenze etiche di questo nuovo movimento quasi religioso e internazionale. Se la salute rappresenta il massimo valore, allora l’uomo sano è anche il vero uomo. E chi non è sano, e soprattutto, chi non può ritornare sano, allora diventa tacitamente un uomo di seconda o terza classe”. In tal modo siamo arrivati al nocciolo dei dibattiti bioetici degli ultimi anni. “È vero che la dominante religione della salute ha prodotto un enorme incremento dell’attenzione pubblica sui metodi di guarigione, ma il messaggio indiretto di tale avido interesse per la guarigione medica è che l’inguaribile, il malato cronico, il portatore di handicap, vengono spinti nell’ombra, per loro c’è posto solo ai margini della società salutista. Viene detto poco e viene diffusa l’opinione, generalmente in modo molto sottile, che lo stesso individuo “certamente non vuole vivere così” e che pertanto a queste persone si deve riconoscere il “diritto ad una buona morte”, l’eutanasia”. E sulla stessa base concettuale trovano spazio pratiche come l’aborto, che sempre più tende a diventare eugenismo.


“Compito della riflessione proposta dall’Accademia – ha spiegato mons. Sgreccia – sarà, allora, quello di contribuire a un’opera di chiarificazione concettuale, individuando quali siano i significati compatibili e congrui con la dignità e il diritto alla vita di ogni essere umano e quali, al contrario, si dimostrino incompatibili con tali valori”. (FP)


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