(AsiaNews) La missione nel più grande paese islamico

Pubblicazioni

19 Dicembre 2003 


INDONESIA


 


Missione “possibile” nel primo paese islamico del mondo


 


di Piero Gheddo


 


L’Indonesia è il paese col maggior numero di musulmani al mondo: circa 160 milioni su 210. Tradizionalmente tollerante, l’Islam dell’arcipelago si sta muovendo verso il fondamentalismo. Padre Piero Gheddo, fondatore dell’agenzia AsiaNews, racconta le grandi possibilità e le sfide della missione in un lungo reportage pubblicato su “Mondo e Missione”, dicembre 2003. AsiaNews presenta qui una sintesi ad opera dell’autore.

Ho visitato l’Indonesia pochi mesi fa, con i missionari saveriani italiani che vi lavorano dal 1951. L’impressione generale è questa: fino a 40-50 anni fa non c’era nel popolo un sentimento anti-occidentale o anti-cristiano. Poi sono venuti, mandati dai “paesi del petrolio” (Arabia Saudita, Iran, Iraq e Libia), i predicatori del Corano che hanno diffuso un’ideologia nefasta: i popoli cristiani, forti del loro potere economico e tecnologico, stanno minando alla base la fede in Allah e la vita delle comunità islamiche con il loro ateismo e i loro costumi corrotti; occorre reagire e condurre la “Jihad” (“guerra santa”) per debellare questo paganesimo moderno. Gli “ulema” dal Medio Oriente, che dispongono di molto denaro, fondano “madrasse” (scuole coraniche) e moschee: in genere, la loro predicazione non è il Corano, ma l’ideologia anti-occidentale; e danno vita a mass media e case editrici, scuole superiori e istituzioni culturali che diffondono il loro “verbo”. Il governo indonesiano, a metà degli anni ottanta, ha chiuso le porte a tutti gli stranieri che volevano stabilirsi in Indonesia, soprattutto per respingere questi estremisti che disturbano la pace sociale e religiosa.


 


Comunque, l’atmosfera culturale e politica in Indonesia è fortemente favorevole all’Islam e, sebbene il governo sia laico e rispetti tutte le religioni, si registrano frequenti scoppi di intolleranza religiosa, specie nelle isole dove i cristiani sono numerosi (Sulawesi, Molucche), con circa 500 cappelle bruciate dal 1995 ad oggi. Ma anche a Sumatra (l’isola più islamizzata) dove i cristiani sono il 2-3%, ho visto situazioni di vera persecuzione: villaggi cristiani bruciati, permessi negati per costruire nuove chiese, attacchi contro chiese e cappelle, continue accuse di “proselitismo” ai cristiani, mentre quando un cristiano si converte all’islam i giornali riportano il fatto come una vittoria del popolo…


 


Alcuni commentatori dicono che l’islam indonesiano sta “talebanizzandosi”, ma secondo il giudizio comune questo non è vero. I due maggiori partiti islamici, “Muhammadiya” e “Nahdlatul Ulama”, condannano nettamente il terrorismo islamico (ho visto a Bali lo spaventoso ed enorme buco in terra prodotto nell’ottobre 2002 da un’esplosione in una discoteca frequentata da turisti australiani) e predicano l’incontro e il dialogo con i cristiani. Il più influente predicatore islamico alla televisione nazionale, Abdullah Gymnastiar, non attacca mai l’Occidente e i cristiani, predica il ritorno ai costumi tradizionali dell’islam, l’importanza della famiglia, l’amore al prossimo, la tolleranza e la pace. La grande maggioranza del popolo, dicono i missionari, è tollerante e apprezza le Chiese cristiane che hanno molte opere di educazione e di assistenza ai più poveri.


 


In Indonesia fioriscono i gruppi di dialogo fra seguaci di Maometto e di Cristo, non solo a livello nazionale, ma anche in tante situazioni locali di tensioni. Vi è impegnata anche la Conferenza episcopale. Gli studenti di teologia saveriani a Giakarta partecipano ai gruppi “Padi kasi” (Il riso dell’amore); a Padang (Sumatra) i missionari della congregazione di Parma hanno dato vita al “Pusaka” (Centro studi intercomunitario), con l’aiuto della “Comunità Sant’Egidio”, presente nel paese per favorire questo dialogo. “Il problema però, mi dice un missionario, è che per noi tolleranza vuol dire: ciascuno può esporre le sue idee. Per loro significa: tu sei cristiano e sei nell’errore; ma io sono tollerante e non ti uccido, però non puoi diffondere la tua fede. Se i cristiani aumentano di numero vuol dire che fai proselitismo e allora debbo intervenire per impedire questa ferita al nostro popolo”.


 


Bisogna dire che, nonostante le tensioni e gli scontri alla base, il governo e le élites indonesiane apprezzano le Chiese cristiane e si accorgono che il cristianesimo ha una marcia in più riguardo all’Islam. Mi hanno raccontato che fra le 300 etnie dell’Indonesia scoppiano a volte contrasti, scontri, guerriglie. Il governo forma un “Comitato di riconciliazione” che va sul posto, raduna i capi villaggio e capi clan, li fa discutere e giungere ad un compromesso di pace. Ebbene, a capo di questi comitati il governo mette quasi sempre un cristiano. Ho chiesto perchè e un alto funzionario mi ha risposto: “Voi cristiani parlate sempre di perdono, avete il senso del gratuito e dell’universale, cioè sapete superare le divisioni etniche”.