(AsiaNews) La Chiesa in Arabia: una presenza difficile

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7 Settembre 2004
ARABIA SAUDITA


“Una Chiesa delle catacombe, ma viva e universale”di Giuseppe Caffulli


Intervista a mons. Paul Hinder, vescovo ausiliare dell’Arabia

La vitalità di una Chiesa multietnica e universale, i gravi problemi dei lavoratori stranieri, il crescente peso del fondamentalismo nella società saudita. Sono i temi principali dell’intervista di Giuseppe Caffulli a mons. Paul Hinder, vescovo ausiliare dell’Arabia. L’intervista compare nel prossimo numero di “Mondo e Missione”, il mensile del PIME, che presenta un dossier sui cristiani in Medio Oriente. Pubblichiamo qui un’anticipazione .


“La situazione è molto simile a quella delle prime comunità cristiane: una Chiesa che prega e che spera un giorno di potere uscire dalle catacombe una Chiesa vivace, nelle mani di leader laici che dirigono le molte comunità di base”.


È un ritratto non privo di sorprese quello che della Chiesa in Arabia Saudita, Paese “maglia nera” nelle classifiche sulla libertà religiosa e teatro di pesantissime discriminazioni contro i cristiani, traccia mons. Paul Hinder, cappuccino svizzero, neo vescovo ausiliare del Vicariato apostolico d’Arabia. Lo fa sul prossimo numero del mensile del PIME Mondo e Missione, in un’ampia intervista di Giuseppe Caffulli, nel contesto di uno dossier dedicato ai cristiani in Medio Oriente.


Hinder serve una chiesa con la circoscrizione ecclesiastica più vasta del mondo (oltre 3 milioni di chilometri quadrati), che comprende tutta la Penisola arabica: Emirati arabi uniti, Qatar, Bahrain, Oman, Arabia Saudita e Yemen.


Tutti Stati a larghissima maggioranza musulmani, nei quali la condizione dei cristiani è assai variegata. “In gran parte dei Paesi del Golfo – spiega Hinder – c’è una situazione di sostanziale libertà religiosa, pur in un quadro di regole ben definite. Attualmente abbiamo una parrocchia nel Barhain e una in Qatar, 2 ad Abu Dhabi, 1 a Dubai e una a Sharjah (tutt’e 5 negli Emirati Uniti), 4 nell’Oman (2 delle quali a Mascat). Poi ci sono 4 comunità nello Yemen, un Paese che registra aperture ma dove sono ancora aperte le ferite degli episodi di violenza nei confronti dei cristiani.


Culla dell’islam, oggi crocevia d’immensi interessi economici, la Penisola arabica è oggi uno dei punti caldi del pianeta anche dal punto di vista ecclesiale. Vi si è coagulata una comunità cristiana imponente, multirazziale e quanto mai variegata dal punto di vista culturale: “Viviamo condizioni diverse a seconda  dell’entità politica in cui ci troviamo ad operare – afferma il vescovo – perché ogni emiro è libero di fare la sua politica religiosa. Godiamo della libertà di culto sul terreno concesso alla parrocchia, ma non abbiamo possibilità di fare attività pubblica. Normalmente i rapporti con le autorità sono distesi. Problemi maggiori possono nascere con i funzionari pubblici, spesso formati nelle scuole dove si respira fanatismo o alligna un certo fondamentalismi”.


Difficile fare stime sulla presenza dei cristiani. Ma quelle che, con grande prudenza, mons. Hinder offre sono molto interessanti. “Non conosciamo il numero dei cattolici. La cifra convenzionale che ripetiamo è questa: almeno 1 milione e 300 mila. Ma penso siano molti di più. Ho sentito dall’ambasciatore di Manila in Arabia Saudita che i cittadini filippini nel Paese sarebbero circa un milione, per l’85 cattolici. Il che vuol dire 850 mila. Senza contare gli indiani. Questo è un altro paradosso. La maggior parte dei cattolici del nostro vicariato si trova in Arabia Saudita, dove non possiamo operare in libertà”.


 Eppure anche lì, nel cuore dell’islam, le sorprese non mancano: “È difficile da credere se non lo si vede di persona: chiese gremite, grande entusiasmo, fedeli provenienti da ogni parte del mondo. Una Chiesa vitale, immagine della cattolicità. Eppure viviamo in una situazione di forte instabilità. Non abbiamo la certezza che ciò che facciamo oggi possa costituire una base per il futuro. Tutto qui – aggiunge mons. Hinder – migliora o peggiora a secondo della situazione internazionale. Finora i Paesi del Golfo sopravvivono in gran parte grazie alla protezione degli Stati Uniti, ma se il quadro dovesse cambiare o ci dovesse essere un forte attacco terroristico, non so cosa potrebbe succedere”.


Quella della Penisola arabica è “una Chiesa è formata da cristiani che provengono da molte parti del mondo. Soprattutto filippini, libanesi, indiani. Nella parrocchia di Abu Dhabi, per esempio, sono rappresentate 90 nazionalità. Nel Vicariato ci sono anche circa 60 mila arabi cristiani di passaporto giordano, egiziano, libanese, siriano, iracheno. Gli immigrati negli Emirati Uniti sono quasi l’80 per cento della popolazione. Tutta gente, però, che si trasferisce nel Golfo con l’intenzione di tornare un giorno a casa o di emigrare nuovamente verso l’Occidente”.


A proposito delle condizioni sociali il vescovo non risparmia un’analisi severa: “C’è poi un vero e proprio traffico di braccia, lavoratori che vengono portati nel Golfo clandestinamente dalle organizzazioni criminali. E ancora la tratta delle donne, specie dalle Filippine e dall’Europa orientale, per la prostituzione. Molte vengono illuse con la promessa di un lavoro e poi si ritrovano schiave. Quelle che fuggono vengono spesso da noi. Le aiutiamo e le mettiamo in contatto con l’ambasciata del loro Paese”. Quella dei collaboratori domestici è “una condizione spesso di lavoro coatto. Un eufemismo per non definirli schiavi”.


Ottimista o pessimista? Mons. Hinder non nega i problemi. Quale – ad esempio – l’attrazione dei cristiani verso l’islam, “non tanto per convinzione di fede, ma per ottenere un lavoro, promozioni, paghe più alte o ancora per ragioni di matrimonio. Mentre le conversioni dei cristiani sono pubblicizzate dai mass media, mai potremmo permetterci di accettare la conversione di un musulmano. Questa eventualità creerebbe dei rischi gravissimi non  soltanto per le persone rispettive, ma pure per la Chiesa come tale”.


E tuttavia non manca di individuare segnali di speranza: “Il clima attuale, nonostante tutto, non è tale da fare pensare ad una apertura come la intendiamo noi. Anche se credo che inevitabilmente qualcosa dovrà avvenire. Se i Paesi del Golfo non si aprono maggiormente ai diritti anche religiosi degli immigrati, nascerà inevitabilmente un conflitto interno al Paese e con i Paesi di provenienza di queste persone. Credo che i Paesi del Golfo non se lo possano permettere. L’Arabia Saudita sta già vivendo una crisi. È questa situazione che i terroristi di al Qaeda vogliono esasperare. Colpiscono i lavoratori stranieri per creare insicurezza e costringere le imprese straniere a fuggire. Sanno che senza queste risorse la casa reale saudita non potrebbe sopravvivere”.

Ecco perché la Chiesa della Penisola arabica è “condannata” al dialogo. “Personalmente lo vivo come un punto cruciale – precisa il vescovo. Ci sono dei contatti personali con le autorità civili come pure con i leader religiosi. Essendo una chiesa di immigrati al cui interno solo una minoranza è araba, i contatti approfonditi sono stati finora limitati. Il quadro politico, la crescita del fondamentalismo e la spada di Damocle del terrorismo non facilitano l’apertura. Molti dirigenti e molti leader religiosi aperti al dialogo non parlano più pubblicamente per paura. Eppure non c’è alternativa al dialogo e alla tolleranza reciproca”.

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