(AsiaNews) In Buthan il buddismo vieta la messa ai cristiani

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 AsiaNews – 20 Gennaio 2004


BUTHAN – Niente messe e visti d’ingresso per i preti cattolici


Deonyia (AsiaNews/UCAN) – Nel piccolo regno buddista del Buthan, disperso sulle montagne dell’Himalaya, ai cristiani è proibito celebrare o pregare pubblicamente e ai preti viene negato il visto d’entrata. Lo denuncia mons. Stephen Lepcha, vescovo di Darjeeling, gesuita, di etnica Lepcha .

Darjeeling, 1.450 km ad est di New Delhi, è vicino al confine indiano con il Nepal. La diocesi comprende anche il piccolo territorio del Buthan. Durante un suo viaggio in Nepal, per l’ordinazione di un sacerdote gesuita, lo scorso dicembre, mons. Lepcha ha spiegato in un intervista tutte le difficoltà della chiesa buthanese.


Il vescovo spiega che in Buthan il buddismo è religione di stato ed è proibita ogni forma di missione delle altre religioni. Fino a qualche anno fa i cristiani emigrati lì da India e  Nepal – dottori, ingegneri, insegnanti, artigiani –  erano liberi di celebrare messe in pubblico. Ma “con l’avvento del terzo millennio – dice il vescovo – i servizi religiosi in pubblico sono proibiti e chi viola questa regola va in prigione”.


“Ai preti indiani, dice mons. Lepcha viene negato il visto di entrata.: “Prima io stesso potevo andare e celebrare l’Eucarestia in pubblico. Ma negli ultimi tre anni non mi hanno concesso nessun permesso per entrare nel paese”. I cittadini indiani hanno diritto ad entrare in Buthan , chiedendo il visto, ma ciò non accade con mons. Lepchai: “ Gli impiegati dell’immigrazione del Buthan ormai mi riconoscono ed ogni volta mi negano il visto di entrata”.


Gli abitanti di di Darjeeling, compresi quelli dell’etnia Lepcha, hanno tratti somatici estremo-orientali e vengono spesso presi per mongoli. Anche questo rende più difficile la loro entrata. Ai sacerdoti che vengono da altre zone dell’India, con tratti somatici differenti, entrare è più facile, almeno come turisti.


Secondo il vescovo, nei confronti dei sacerdoti con tratti mongoli le autorità sono più restie perché la loro somiglianza somatica con gli abitanti del Buthan permette loro di integrarsi meglio con le comunità, favorendo la loro conversione al cristianesimo. Il timore di proselitismo è una “paranoia” del governo, dice mons. Lepcha, che è vescovo dal ’97.


Dal punto di vista ufficiale le autorità del Buthan dicono che è possibile celebrare l’eucarestia nelle case private. “Ma questo è tutto fumo negli occhi, dice il prelato. “Come possono i cristiani celebrare messe in privato, se le autorità non permettono ai preti di entrare nel paese?”


“Nonostante ciò – egli ha detto – i cattolici di Thimpu, la capitale del Buthan, sono riusciti a  celebrare la Messa di Natale. “Abbiamo almeno un prete che può entrare nel Bhutan ogni volta che desidera, senza alcun problema di visti”. Per 3 anni di seguito, questo sacerdote ha avuto la possibilità di andare nella capitale a Natale e celebrare una Messa con alcuni cattolici in privato.


Si tratta del gesuita Kinley Tshering, primo prete cattolico buthanese, il quale è imparentato con la famiglia reale. La sua conversione risale agli  ’70, durante gli studi.


Il padre Tshering è divenuto gesuita nel 1986 e ogni anno per Natale si reca in visita a Thimpu. E in casa sua celebra la messa alla presenza di alcuni cattolici non bhutanesi. Il suo compleanno cade il 24 dicembre. In un’intervista a Ucan il p. Tshering spiega “sono fortunato perché posso andare liberamente a Thimpu a Natale e celebrare la messa a casa mia. Alla celebrazione partecipano pure tutti i membri della mia famiglia, anche se sono buddisti. Loro sanno che sono un prete cristiano e rispettano la mia fede ed i miei riti”.


Ufficialmente i suoi viaggi a Thimpu non sono in relazione col Natale: “vado là  semplicemente per festeggiare il compleanno con la mia famiglia. Starei meglio in India, dove Natale si sente di più. In Buthan non lo si festeggia. Ma il fatto che Natale coincida con il mio compleanno è forse una disposizione del cielo: solo cristo lo sa!”


Mons. Lepcha è sicuro che questa coincidenza è volontà di Dio: “Nostro Signore sapeva che un giorno ai preti stranieri avrebbero negato il permesso di entrare in Buthan e che non ci sarebbe stato nessuno per celebrare l’Eucarestia persino a Natale. Col padre Tshering, almeno una volta all’anno, il Vangelo viene proclamato!”.


Non permettere ai preti cattolici di entrare nel paese per aiutare i bisogni spirituali dei cattolici non buthanesi, è una politica che il vescovo definisce “irragionevole” e “ingrata”: molti preti cattolici in passato avevano aiutato il governo a fondare e strutturare l’educazione nel paese.


Le rigide misure di sicurezza contro l’evangelizzazione sono arrivate quando dei pastori protestanti hanno cominciato ad evangelizzare la popolazione del Buthan, riuscendo anche a convertire qualcuno. Il governo si mise in allarme e ha deciso di imbrigliare l’evangelizzazione.


Mons. Lepcha afferma che i suoi preti non pretendono di fare proselitismo, ma vogliono almeno occuparsi dei cristiani. Essi sono vittime di questa politica anti-proselitismo.


Padre Varkey Perekkatt, direttore locale del Jesuit Refugee Service, vede anche altre ragioni dietro l’ostilità dei funzionari del Buthan contro i cristiani: egli dice che il divieto a entrare in Buthan deriva “dalla nostra ferma posizione nel richiedere il rimpatrio dei profughi buthanesi che si trovano in  Nepal fin dal dal 1990”.


Il centro gesuita di aiuti ai rifugiati offre istruzione a circa 42 mila figli di gente del Buthan che attualmente vive nei campi profughi in Nepal. Circa 15 mila famiglie e 100 persone di etnia nepalese negli anni ’90 lasciarono il Buthan a causa di persecuzioni etniche. Le autorità del Buthan si rifiutano di accoglierli e dichiarano che si tratta di popolazione nepalese. Molti di essi però raccontano che in realtà i loro documenti d’identità sono stati confiscati proprio dalle autorità del Buthan (SF).